di Daniele Scarabel

Circoncidete dunque il vostro cuore e non indurite più il vostro collo;  17 poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali,  18 che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito.  19 Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto.   (Deuteronomio 10:16-19)

Al centro delle prediche che stiamo trattando stanno i comandamenti di amare Dio e di amare il nostro prossimo come noi stessi. Abbiamo già visto che amare il nostro prossimo significa ad esempio anche amare i nostri nemici. Avete fatto una qualche esperienza positiva magari pregando o benedicendo un vostro “nemico”? Continuate a farlo!

Oggi vedremo un’ulteriore categoria di persone che Cristo ci chiede di amare: gli stranieri. In particolare lo straniero che accogliamo nella nostra comunità.

Senza riguardi personali

Il nostro brano di oggi termina con l’esortazione:

Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. (Deuteronomio 10:19)

Per Israele la motivazione di amare lo straniero era il ricordo di come loro erano stati stranieri in Egitto. Dio pretendeva che trattassero amichevolmente lo straniero che abitava con loro, per mai dimenticare l’amore di Dio durante la loro schiavitù in Egitto.

In questo contesto lo “straniero” era inteso come lo straniero residente in Israele, al quale erano garantiti per legge tutta una serie di diritti, dei quali il popolo d’Israele non aveva invece goduto quando era schiavo in Egitto.

Questo amore di Dio per lo straniero è stato rinnovato nel Nuovo Testamento, in particolare quando Dio mostrò a Pietro in una visione che avrebbe dovuto accogliere con amore nella chiesa qualunque straniero che avesse accettato di credere in Gesù Cristo.

Chiedendoci di amare lo straniero che teme e ama Dio come noi, Dio vuole che non dimentichiamo che anche noi siamo stranieri e pellegrini qui su questa terra. Non importa dove abitiamo e in che paese Dio ci ha fatti nascere, perché dal momento che crediamo in Dio e confidiamo in Gesù Cristo come nostro Salvatore, la nostra patria è in cielo e diventiamo stranieri ovunque su questa terra.

La vita che Dio ci permette di trascorrere qui sulla terra come credenti, serve a prepararci alla vita nel futuro regno di Dio, dove saremo tutti uniti, a prescindere dalla nostra origine, dalla nostra etnia, dalla nostra lingua o dal colore della nostra pelle. Come dice l’Apostolo Paolo:

Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. (Romani 10:12-13)

Come cristiani siamo stranieri in questo mondo, ma abbiamo trovato una nuova patria spirituale nella comunità locale della quale facciamo parte, in attesa dell’eternità che trascorreremo alla presenza di Dio. Nella chiesa di Cristo non esiste Svizzero o straniero, siamo tutti fratelli.

La nostra comunità sta cambiando parecchio in questi ultimi anni, si sono aggiunte persone da varie parti del mondo e io mi auguro che ne arrivino altre ancora. Vorrei che potessimo accogliere ogni persona, a prescindere da dove viene, nella nostra comunità come fratello in Cristo e dargli il sostegno, l’aiuto e l’accoglienza di cui ha bisogno per sentirsi a casa sua in questa nuova famiglia.

Amare lo straniero è come amare Cristo

All’inizio del brano che ho letto come introduzione Dio ci sfida dicendo:

Circoncidete dunque il vostro cuore e non indurite più il vostro collo. (Deuteronomio 10:16)

Circoncidere il cuore significa essere aperti a ciò che Dio ci dice, ascoltare le sue esortazioni e essere ubbidienti ai suoi comandamenti. Per un discepolo di Gesù amare lo straniero che frequenta la nostra chiesa non è solo un’opzione.

Nel vangelo di Matteo, verso la fine del capitolo 25 nel discorso profetico che Gesù rivolse ai suoi discepoli poco prima della sua morte, Gesù ci confronta con un’esortazione che ogni credente dovrebbe prendere molto sul serio.

Gesù spiega ai suoi discepoli che un giorno lui tornerà per giudicare tutte le nazioni. In quel giorno Gesù separerà l’umanità in due parti, come farebbe un pastore, mettendo le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra.

Le pecore alla sua destra rappresentano il popolo di Dio, i giusti, i santi, ovvero tutti i credenti che sono stati salvati tramite la loro fede in Gesù Cristo. Loro saranno invitati ad entrare nel regno di Dio dove trascorreranno la vita eterna.

I capri alla sua sinistra, invece, sono i non credenti, ovvero tutti coloro che durante la loro vita terrena avranno rifiutato di credere in Gesù Cristo, che non avranno messo Gesù Cristo al centro della loro vita e che non sono stati disposti a fare la sua volontà. Per questi è prevista la punizione nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.

Qual è la differenza tra questi due gruppi di persone? Il criterio che Gesù applicherà per decidere chi sarà accolto nel suo regno è il modo in cui le persone avranno trattato i suoi fratelli. Dal versetto 35 leggiamo:

Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste;  36 fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi. (Matteo 25:35-36)

Poi nel versetto 40 spiega in che modo hanno fatto del bene a Gesù:

E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”. (Matteo 25:40)

Noi sappiamo che la salvezza è solo per grazia, solo per fede in Gesù Cristo e non per opere, ma in questo suo importante discorso Gesù ci sta spiegando che un vero cristiano dimostra di esserlo facendo del bene ai suoi fratelli in Cristo, in particolare anche accogliendo il fratello straniero, come se stesse accogliendo Cristo stesso.

È in questo modo che il nostro essere cristiani dimostra di essere reale. Se, invece, nella nostra vita cristiana non portiamo nemmeno il frutto dell’amore pratico nei confronti dei nostri fratelli, allora la nostra è una fede morta e noi non siamo salvati. Questo è il punto al quale vuole arrivare Gesù.

È una domanda seria che dobbiamo porci: stiamo accogliendo lo straniero che viene nella nostra chiesa, come se stessimo accogliendo Cristo stesso?

Vorrei sfidarti oggi dopo il culto a presentarti a uno straniero della nostra comunità che ancora non conosci e a dargli il benvenuto in mezzo a noi. Aiutalo a sentirsi a casa nella nostra comunità. Potresti ad esempio scegliere di sederti a tavola con lui oggi a pranzo.

Cristo ci ha resi cittadini del regno di Dio

Ancora una volta, l’esempio perfetto per il nostro amore verso lo straniero è Dio stesso, che descrive sé stesso come qualcuno:

… che non ha riguardi personali e non accetta regali,  18 che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito (Deuteronomio 10:17b-18)

Questa è la descrizione dell’essenza di Dio e del suo amore per noi come sue creature. Ai suoi occhi tutte le persone hanno lo stesso valore e sono considerate sullo stesso livello. L’amore che Dio ci chiede di mostrare allo straniero è lo stesso amore con il quale lui ci ha accolti nella sua famiglia.

Dio sa che abbiamo la tendenza a indurire il nostro collo e che non ci è sempre facile accogliere di cuore che è diverso da noi. Per questo ci ha mostrato per primo il suo amore verso di noi tramite Cristo:

…perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito. 19 Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. (Efesini 2:18-19)

Se ora siamo qui è solo perché Cristo è stato misericordioso con noi e ci ha accolti nella sua famiglia. Questa chiesa è di Cristo, non è la nostra. Come noi siamo stati accolti senza meriti, vogliamo accogliere chiunque desideri aggiungersi a noi con lo stesso amore con cui Cristo ha accolto noi.

Amen

L’audio del sermone contiene alla fine anche l’intervista a un membro di chiesa “straniero”

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