di Daniele Scarabel

23 Per fede Mosè, quando nacque, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello, e non ebbero paura dell’editto del re.  24 Per fede Mosè, fattosi grande, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone,  25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio, che godere per breve tempo i piaceri del peccato;  26 stimando gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’ Egitto, perché aveva lo sguardo rivolto alla ricompensa.  27 Per fede abbandonò l’Egitto, senza temere la collera del re, perché rimase costante, come se vedesse colui che è invisibile. (Ebrei 11:23-27)

Mosè è certamente uno dei personaggi più famosi dell’Antico Testamento e durante i suoi centovent’anni di vita è cresciuto spiritualmente fino a diventare uno dei giganti spirituali della Bibbia. Era l’uomo scelto da Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù, ma anche lui ha dovuto dapprima accettare la sua chiamata e lasciarsi formare da Dio come strumento nelle sue mani. L’esempio di Mosè ci aiuterà a capire come a volte Dio ci chiede di rinunciare a qualcosa per poter diventare protagonisti nell’edificazione del suo regno.

Dio usa gli umili

Per fede Mosè, quando nacque, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello, e non ebbero paura dell’editto del re.  (Ebrei 11:23)

Quando Mosè nacque il popolo d’Israele era schiavo in Egitto. Un giorno il faraone diede l’ordine di gettare nel fiume ogni figlio maschio ebreo che sarebbe nato, per limitare la crescita del popolo d’Israele. Iochebed, la madre di Mosè, piuttosto che mandare suo figlio in una morte certa, scelse però di mettere ogni cosa nelle mani di Dio.

Mettendo a rischio la sua stessa vita nascose suo figlio per tre mesi e poi, quando non poté più tenerlo nascosto, lo mise in una cesta e lo depositò sulla riva del fiume, dove la figlia del Faraone lo vide e infine lo adottò come un figlio.

Ma perché i genitori di Mosè scelsero di mettere in pericolo per tre mesi la loro vita? Il testo ci dice che lo fecero perché videro che il bambino era bello… In realtà il termine greco usato qui indica più che solo la bellezza esteriore di Mosè. La stessa parola viene usata in Atti 7:20, dove leggiamo che Mosè “era bello agli occhi di Dio”. I genitori di Mosè riconobbero per fede che quel neonato un giorno avrebbe trovato favore agli occhi di Dio.

Il tutto iniziò con la fede dei genitori, di Mosè, ma prima di diventare un uomo che godeva del favore di Dio, passarono molti anni. Mosè è descritto come “un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra” (Numeri 12:3). Ma non fu sempre così.

Mosè crebbe come un principe d’Egitto presso la corte del faraone. Durante i primi 40 anni di vita godette di tutti i benefici di un membro della famiglia reale. Avrebbe potuto diventare un generale alla guida dell’esercito egiziano. Nel libro degli Atti leggiamo che:

Mosè fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani e divenne potente in parole e opere. (Atti 7:22)

All’età di quarant’anni Mosè era probabilmente giunto alla conclusione che Dio lo avesse messo in quella posizione per salvare i suoi fratelli dalla schiavitù. Questo lo riempì d’orgoglio e lo spinse a prendere in mano da solo la situazione. Così un giorno, agendo d’impulso, uccise una guardia Egiziana che maltrattava uno degli Ebrei. Il risultato fu che gli Ebrei rifiutarono il suo aiuto e che Mosè fu costretto a fuggire dall’Egitto perché il faraone voleva ucciderlo.

Dio non poteva certamente utilizzarlo in quello stato. Doveva dapprima umiliare Mosè. Così Dio lo guidò nel paese di Madian, dove Mosè si sposò e divenne un umile pastore. Col passare degli anni il suo orgoglio e la sua fiducia in sé stesso svanirono. Poco a poco l’orgoglioso e arrogante Mosè divenne un umile e mite pastore di pecore.

Durante questo processo che durò 40 anni, Mosè imparò ad essere amorevole e premuroso, e, la cosa più importante di tutte, divenne umile agli occhi di Dio. Quando Dio infine gli diede l’incarico di guidare il suo popolo fuori dall’Egitto, Mosè era un’altra persona, confidava in Dio e non più in sé stesso, era pronto per essere usato da Dio.

Questo è un principio valido anche per ognuno di noi. Dio può anche averti scelto per fare grandi cose, per servirlo con la tua vita e i doni che egli ti ha dato, ma non lo farà finché tu non sarai disposto a sottometterti pienamente alla sua volontà:

Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo. (1Pietro 5:6)

Chiedi a Dio di mostrarti se c’è qualcosa nella tua vita che ti sta impedendo di servire Dio con tutto il potenziale che lui ha messo in te. Può essere un aspetto del tuo carattere che Dio vorrebbe formare, una circostanza nella tua vita che ti frena o semplicemente una cosa che Dio ti ha mostrato da tempo, ma alla quale ti stai ribellando.

Qualunque cosa Dio ti mostra, chiedigli poi di concederti la grazia per affrontarla. Mostragli la tua disponibilità ad accettare qualunque piano egli abbia preparato per te.

Attenti alle allettanti opportunità

Per fede Mosè, fattosi grande, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio, che godere per breve tempo i piaceri del peccato. (Ebrei 11:24-25)

Mosè fu adottato dalla figlia del faraone, ma Dio fece in modo i primi anni della sua vita fino allo svezzamento li poté passare con la sua famiglia. Evidentemente questi anni ebbero un forte influsso sulla fede di Mosè, perché da adulto Mosè scelse di stare dalla parte del popolo di Dio e non dalla parte della sua famiglia adottiva.

La fede dei suoi genitori, le circostanze della sua miracolosa salvezza dalla morte certa e la sua posizione alla corte del faraone hanno rafforzato in Mosè la convinzione che Dio volesse usarlo per qualcosa di grande. Così quando raggiunse l’età di 40 anni Mosè scelse di prendere la parte del suo popolo, rinunciando ai privilegi che aveva come membro della famiglia reale.

Le circostanze erano favorevoli e probabilmente Mosè pensò che Dio volesse sfruttare la sua posizione di prestigio per liberare il popolo d’Israele dalla schiavitù. Mosè agì però senza aspettare che i tempi di Dio fossero maturi.

Questi versetti della lettera agli Ebrei dichiarano chiaramente che Mosè aveva fede, anche se le sue scelte in quel momento non furono spinte da uno spirito di sottomissione a Dio. Ebbe bisogno di tempo per capire che Dio non voleva sfruttare le circostanze favorevoli. Dio aveva altri piani con Mosè, che avrebbero dato tutta la gloria a Dio e non a Mosè.

Gli anni passati con Dio nel deserto di Madian a pascolare pecore convinsero infine Mosè che la decisione di lasciare le ricchezze dell’Egitto fosse in ogni caso stata quella giusta. La sua fede gli permise infine di riconoscere che soffrire con il suo popolo sarebbe stato per lui di gran lunga più arricchente di tutti i tesori d’Egitto.

Dall’esempio di Mosè possiamo imparare che non sempre quando ci troviamo in circostanze favorevoli, o quando una via che intraprendiamo sembra essere ricca di benedizioni, è anche la volontà di Dio che seguiamo quella strada. Non sempre quando le porte davanti a noi sembrano essere spalancate e ci troviamo di fronte a mille opportunità, è anche la volontà di Dio che noi le cogliamo.

Perseverare nelle promesse di Dio

Ma perché Mosè fece tutte queste scelte umanamente illogiche?

Stimando gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto, perché aveva lo sguardo rivolto alla ricompensa. Per fede abbandonò l’Egitto, senza temere la collera del re, perché rimase costante, come se vedesse colui che è invisibile. (Ebrei 11:26-27)

Non sappiamo quanto Mosè già sapesse riguardo al Messia che un giorno sarebbe arrivato. È anche difficile capire a quale evento concreto si riferisca questo versetto. Ma poco importa. L’interpretazione che questi versetti danno alla vita di Mosè è che Mosè confidò fino alla fine nella promessa data ad Abraamo, Isacco e Giacobbe. Questa fede lo spinse a guardare oltre a ciò a cui stava per rinunciare.

Dio usò Mosè per liberare il popolo d’Israele e per condurlo finalmente nella terra promessa. Un viaggio che durò altri 40 anni pieni di rinunce, lotte, disubbidienze e sofferenze. Purtroppo anche Mosè in una situazione disubbidì a Dio e per questo a lui non fu concesso di mettere piene nella terra promessa.

Mosè morì a 120 anni, dopo aver camminato gran parte della sua vita confidando unicamente in Dio. Non fu però amareggiato o deluso per come erano andate le cose. Mosè morì in pace perché aspettava una promessa ancora più grande. Mosè confidò in Dio, che pur essendo invisibile ai nostri occhi, è più grande del faraone d’Egitto e di qualunque altro ostacolo avrebbe potuto incontrare.

Il Nuovo Testamento ci spiega che la liberazione d’Israele dalla schiavitù è un’immagine che rimanda a Cristo, il Messia che venne per liberarci dalla schiavitù del nostro peccato. Scegliendo di sottomettersi a Dio Mosè scelse di seguire la via della sofferenza che anche Cristo seguì per liberarci dal nostro peccato.

Fu 1500 anni dopo la morte di Mosè che i discepoli di Gesù intravvidero qualcosa della ricompensa alla quale Mosè guardava: gli eterni tesori celesti, l’eternità alla presenza di Dio. Poco prima della sofferenza e della morte di Cristo in croce, per un breve istante il suo volto fu trasfigurato, i discepoli videro la sua faccia risplendere come il sole e i suoi vestiti diventare candidi come la luce:

E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui. (Matteo 17:3)

Quando Mosè morì fu Dio stesso a seppellirlo. Nessuno ha mai saputo dove fosse la sua tomba. E ora rieccolo apparire per condividere la gloria del Figlio di Dio. Chi potrebbe ancora affermare che Mosè abbia sprecato un’occasione d’oro quando rinunciò ai tesori d’Egitto?

Come cristiani dobbiamo ricordare che come Mosè anche noi ci troviamo di fronte a una battaglia spirituale. La sfida consiste nel fare la volontà di Dio, nel confidare in lui piuttosto che in noi stessi, nel discernere se è veramente Dio che vuole farci cogliere le grandi opportunità che si aprono davanti a noi.

In tutto questo non dobbiamo dimenticare che non siamo soli. Finché stiamo dalla parte di Dio, tutto ciò che dobbiamo fare è stare fermi nelle sue promesse, fare ciò che è giusto, seguire i comandamenti di Dio e riporre ogni cosa nelle sue mani.

Vorrei concludere con le parole che Mosè rivolse al popolo d’Israele, quando si ritrovò di fronte al Mar Rosso, inseguito dall’esercito egiziano e senza apparente via di fuga:

Non abbiate paura, state fermi e vedrete la salvezza che il SIGNORE compirà oggi per voi; infatti gli Egiziani che avete visti quest’oggi, non li rivedrete mai più. 14 Il SIGNORE combatterà per voi e voi ve ne starete tranquilli. (Esodo 14:13-14)

Amen

 

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