di Peter Oster

Oggi è il terzo Avvento! Presto sarà Natale, la festa preferita da grandi e piccini, dove tutto è addobbato, le luci brillano, i doni sono preparati per celebrare la nascita di Gesù Cristo.

In Avvento si contano le settimane e i giorni fino alla grande festa. Aspetti, ti prepari quando riesci, quando non sei troppo stressato. L’immagine ideale è che ci si prepara interiormente come se Gesù venisse veramente nel mondo, lo si aspetti e lo si celebri. Se fosse possibile rallegrarsi interiormente, prepararsi, avvicinarsi a Dio e poi celebrare una vera festa di pace! E’ il mio desiderio.

La grande aspettativa, la grande attesa.

E così vorrei cogliere questo periodo dell’Avvento come un’occasione per riflettere sulla grande attesa e sull’attesa in genere. Ritengo che si tratti di una questione importante perché riguarda tutti noi. Tutti hanno aspettato o hanno dovuto aspettare. Ci sono persone che possono aspettare e persone che non possono aspettare affatto, coloro che si arrendono e coloro che lottano contro di essa con un’azione immediata.

Anche la Bibbia parla del tempo, dell’attesa, dell’impotenza e dell’adempimento.

Soprattutto nel mondo di oggi, dove tutto deve accadere velocemente e tutto deve essere immediatamente a portata di mano, l’attesa e la pazienza sono difficili da imparare. Eppure Dio ha spesso bisogno proprio di questo mezzo per preparare le persone, per preparare le situazioni e per produrre maturità. Senza attesa, pazienza e resistenza, non c’è maturità, non nasce la capacità di abbandonarsi a Dio. Ma il tempo di attesa deve essere un tempo di preparazione che porta al superamento e alla vittoria in senso cristiano per ricevere le promesse.

L’attesa nell’Antico Testamento

Voglio iniziare guardando alcune storie dell’Antico Testamento per mostrare come Dio può permettere tempi di attesa e sofferenza affinché le persone diventino strumenti dei suoi piani.
Diamo un’occhiata alla storia di Samuele:
Un uomo di nome Elkana di Rama aveva due mogli, Peninna e Hanna. Mentre la prima aveva figli, la seconda era senza figli ed era profondamente rattristata. Anno dopo anno si recavano a Silo, dove c’era il tabernacolo per adorare e sacrificare a Dio. Fu allora che Hanna fece un voto:

«O SIGNORE degli eserciti, se hai riguardo all’afflizione della tua serva e ti ricordi di me, se non dimentichi la tua serva e dai alla tua serva un figlio maschio, io lo consacrerò al SIGNORE per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sulla sua testa». (1. Sam. 1:12)

E infatti Hanna rimase incinta e diede alla luce un figlio che chiamò Samuele. E quando fu svezzato, lei lo portò al tempio e disse al sommo sacerdote Eli:

«Mio signore! com’è vero che tu vivi, o mio signore, io sono quella donna che stava qui vicina a te, a pregare il SIGNORE. 27 Pregai per avere questo bambino; il SIGNORE mi ha concesso quel che io gli avevo domandato. 28 Perciò anch’io lo dono al SIGNORE; finché vivrà, egli sarà donato al SIGNORE». (1. Sam. 1:26)

Ora questo Samuele divenne giudice in Israele e profeta, unse i re Saulo e Davide e fu la persona eccezionale di quel tempo che realizzò le vie di Dio.

L’attesa, la disperazione e il dolore fecero di Hanna la donna che poteva mettere al mondo questo bambino e lasciarlo andare consacrandolo a Dio. Divenne completamente devota a Dio e responsabile che un grande piano di Dio potesse realizzarsi attraverso la sua rinuncia. Non ha abbandonato Dio perché non aveva figli, ma ha cercato il suo volto.

La nostra attesa e la nostra fedeltà non sono uguali a Dio. Egli distingue chiaramente. E così come Anna non ha dovuto compiere l’impossibile per essere lo strumento di Dio, se non conservare la sua fede, le sue preghiere e il suo pio modo di vivere, così possiamo aspettarci che Dio ci guarderà, anche se non possiamo fare altro che stare a pregare davanti a Lui.

Anche Abramo dovette aspettare un discendente. Aveva questa promessa di Dio che avrebbe avuto un bambino da Sara. Solo che non riuscì ad aspettare.

«Ecco, il SIGNORE mi ha fatta sterile; ti prego, va’ dalla mia serva; forse avrò figli da lei». E Abramo diede ascolto alla voce di Sarai. 3 Così, dopo dieci anni di residenza di Abramo nel paese di Canaan, Sarai, moglie di Abramo, prese la sua serva Agar, l’Egiziana, e la diede per moglie ad Abramo suo marito.(1 Mo 16:2)

Il figlio di questa relazione fu Ismaele e i suoi discendenti, il popolo arabo, sono ancora oggi in lotta con Israele. Questo ci ricorda di essere estremamente cauti, soprattutto con una promessa speciale, e dimostra quanto sia importante praticare la pazienza.

Ma ci furono ancora altre conseguenze, infatti dopo questi fatti Dio non parlò più ad Abramo per 13 anni, ma non annullò la sua promessa. Quando però egli gli riparlò accadde quanto segue:

17 Allora Abraamo si prostrò con la faccia a terra, rise, e disse in cuor suo: «Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni? E Sara partorirà ora che ha novant’anni?» 18 Abraamo disse a Dio: «Oh, possa almeno Ismaele vivere davanti a te!»

In termini pratici Abramo disse a Dio: «sono già soddisfatto, non ho più bisogno del figlio della promessa”. Sì, questo è molto umano, perché non aveva capito che il Messia, il Figlio di Dio, deve essere un discendente di Isacco. Stava per distruggere i piani di Dio. Ma alla fine Abramo divenne il più grande esempio di fede in Dio nell’A. T. , perché imparò al punto di essere disposto a sacrificare suo figlio a Dio per obbedienza, il che fu poi impedito da Dio stesso.  Nonostante molte difficoltà e una vita molto dura, Abramo divenne un modello di fede perseverando nella fede in Dio e, nonostante molti errori, compiendo ripetutamente passi di fede, la sua fede divenne perfetta.

E ci sono molte altre storie in cui delle persone hanno dovuto aspettare, come quella del re Saul, che ha fallito, o di Mosè, che ha dovuto pascolare le pecore per 40 anni prima che Dio lo chiamasse e poi ha dovuto vagare nel deserto per altri 40 anni per raggiungere la Terra Promessa. Ciò che questa attesa produsse si legge in Numeri dove sta scritto:

L’uomo Mosè era molto umile, più di tutti gli uomini sulla terra. (Numeri 12:3).

Per Dio è decisivo se possiamo aspettare o meno in determinate circostanze. L’attesa è una prova che cambia, che rende umili, che rivela tutta la nostra impotenza, che mostra i nostri limiti e vuole spingerci a Dio.

In attesa del Messia

Poiché oggi è il terzo Avvento, vorrei ora parlare dell’attesa del Messia.
Il profeta Daniele visse in cattività babilonese nel VI secolo avanti Cristo, dopo che Gerusalemme fu completamente distrutta. Divenne un’alta personalità e fu scelto da Dio. Dio ha rivelato la storia futura del mondo a questo profeta più che a chiunque altro. Egli è, per quanto ne so, l’unico al quale Dio abbia dato i dettagli esatti del tempo del compimento. Tra le altre cose, Dio gli ha rivelato quando il Messia, il Salvatore di Israele, sarebbe apparso. Questo si legge nel libro di Daniele 9: 24 ss.

Riassumendo sta scritto che sarebbero passati 483 anni dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme … fino all’apparire di un unto, che sarà soppresso.
Gli ebrei al tempo di Gesù sapevano di questa profezia e aspettavano il Messia. Anche se non lo sappiamo con esattezza, si può presumere che gli scribi tenessero il conto per essere pronti. Erode il Grande era completamente sconvolto quando i saggi venuti dall’Oriente gli chiesero dove fosse il neonato re dei Giudei (Matth. 2:2). Probabilmente conosceva le profezie e temeva per il suo regno.

E molti furono battezzati in segno di pentimento quando Giovanni Battista apparve 30 anni dopo. La gente sapeva che il Messia sarebbe apparso presto. Eppure, 3 anni dopo, Gesù fu crocifisso perché non si credeva alla sua pretesa di essere il Figlio di Dio. . . . . e così la profezia di Daniele si adempí esattamente. Vediamo che il popolo di Israele nel suo complesso non era pronto. Sapevano che il tempo era vicino, ma non credevano che Gesù Cristo fosse il Messia. Stavano aspettando, ricostruendo Gerusalemme in tempi difficili durante 434 anni. E non erano pronti. Erano persino induriti in modo da essere ostili alla verità di Dio. Il tempo di attesa non ha portato questo popolo ad essere pronto ad accogliere Gesù, il Messia.

Quindi penso che sia importante prepararsi durante l’attesa, per non indurire, ma per rimanere aperti a Dio e alle sue promesse. Perché anche l’attesa è una sfida. Anche la sofferenza è una sfida. Non sempre bisogna aspettare o soffrire, ma quando succede possiamo essere consapevoli che Dio ci sta plasmando. Se accettiamo questo, abbiamo una base per non perdere la nostra speranza e per rimanere saldi nella fede.

Proprio come gli ebrei di quel tempo aspettavano la venuta del Messia, che per noi è la prima venuta che celebriamo in questa stagione, così il cristianesimo oggi attende la seconda venuta di Gesù Cristo, come testimoniano le Sacre Scritture (Mt 25,1-13).
Ma anche in questo caso possiamo prendere atto attraverso la seconda lettera di Pietro che il popolo non sarà pronto:

3 Sappiate questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi 4 e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione»(2 Pietro 3:3-4).

Leggendo questo testo ho notato una particolarità che ci riguarda. Il versetto : che negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi. La prosperità del nostro tempo, che ci offre ogni cosa, che rende possibile la realizzazione di tutti i desideri e ci dà una vita confortevole, è una sfida estrema. Molte persone sono a proprio agio, non hanno bisogno di Dio, anzi è piuttosto un fastidio, e non si preparano aspettando Gesù. Gesù, invece, dice: 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora. Vegliare significa aspettare con attenzione e essere pronti. Gesù vuole trovare persone che credono in Lui, che aspettano il suo ritorno, che sono virtuose e possiedono opere d’amore frutto della gratitudine. Dobbiamo aspettare con fervore Gesù, perché sappiamo che Egli non apparirà per noi come giudice, ma come redentore. Con la sua venuta, libererà tutti i figli di Dio che credono fermamente in Lui. Il Libro dell’Apocalisse dice:

12 «Ecco, sto per venire e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere. (Apocalisse 22:12).

Gesù vuole che siamo pronti per il suo ritorno. Ed è per questo che non dobbiamo stupirci se Dio permette anche qualche difficoltà nella nostra vita. Queste non hanno l’obiettivo di affossarci, perché sono prove limitate. Lo dico soprattutto alle persone che s sono nell’attesa e soffrono. Dio abbrevia il tempo. Presto ci sarà la liberazione. Ma durante questi periodi dobbiamo perseverare, guardare a Gesù, lasciarci formare e maturare, come una Hanna, un Mosè e tutte le persone pie che ci hanno precedute e che dopo non hanno detto: Super finalmente tutto è passato, continuiamo come prima.

Il Natale, che viene ogni anno, scandisce il ritmo del tempo che passa incontro al ritorno di Cristo. Ogni nuovo anno è la grazia e la pazienza di Dio, che non vuole che qualcuno vada perso, ma che tutti giungano alla conoscenza della verità.

Se il Natale per noi non è la festa dei doni, ma una festa in memoria dell’Incarnazione del Figlio di Dio, siamo sulla strada giusta. Auguro a tutti di riuscire a trascorrere un avvento in raccoglimento nell’attesa del nostro Signore.

Amen

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