di Daniele Scarabel

Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell’unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria che tu mi hai data; poiché mi hai amato prima della fondazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro.  (Giovanni 17:20-26)

Leggendo queste parole potremmo facilmente pensare che ciò che Gesù chiede al Padre sia qualcosa che riguardi solo il futuro, che avverrà quando saremo finalmente in cielo, quando trascorreremo in pace e tranquillità l’eternità alla presenza di Dio. Ma difficilmente interpretiamo queste parole come qualcosa che possiamo realmente sperimentare qui e adesso.

Gesù ci parla di unità perfetta tra i cristiani, di come vuole averci con sé per mostrarci la sua gloria, di come l’amore di Dio dovrebbe riempire il nostro cuore. È tutto solo riferito al futuro, a quando saremo con Gesù? Non credo. In questi versetti Gesù ci ricorda che ha in serbo meravigliose benedizioni per noi già oggi, che la vita eterna con Gesù è già cominciata.

Un’unità utopica?

Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell’unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me. (Giovanni 17:20-23)

In questi versetti troviamo una richiesta da parte di Gesù che può sembrarci utopica: “affinché siano perfetti nell’unità”. O forse pensiamo che di questa unità ne avremmo veramente bisogno, se solo fossimo così uniti e in armonia come i primi credenti che erano “di un sol cuore e di un’anima sola” (Atti 4:32) …

A questo si aggiunge lo scopo ultimo di questa unità: “affinché il mondo creda che tu mi hai mandato… affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato…”. Il mondo dovrebbe forse riconoscere che Gesù è il Salvatore che Dio ha mandato nel mondo, che Lui è colui che ha vissuto la vita che noi avremmo dovuto vivere e che è morto della morte della quale noi avremmo dovuto morire, grazie alla nostra “perfetta unità” tra cristiani?

Ma quando mai i cristiani sono stati veramente unità nella storia della chiesa? La mancanza di unità tra cristiani è a volte motivo di scoraggiamento. Ma tutta la limitatezza che sperimentiamo nella comunione cristiana è la stessa che viviamo in tanti altri ambiti della nostra vita cristiana: nel matrimonio, nella lotta con il peccato, nelle sfide e difficoltà al lavoro, con i figli e con noi stessi.

Viviamo una certa tensione tra il “già compiuto” e il “non ancora attuato” perché l’unità perfetta la vivremo solo in cielo. Gesù sapeva con certezza che la sua chiesa sarebbe stata tutt’altro che in perfetta unità. Sapeva che i suoi discepoli erano uomini imperfetti e che lo sarebbero stati anche i futuri credenti.

Non so riuscite a cogliere l’importanza delle parole di Gesù che il mondo dovrebbe riconoscere “che li ami come hai amato me”. Gesù ci sta dicendo che Dio Padre ci ama allo stesso modo – in qualità e quantità – come ama Suo Figlio Gesù Cristo! Perché allora la vita comune tra cristiani è così difficile? È perché leggiamo queste parole senza veramente renderci conto del loro significato.

Se credessimo veramente che Dio ci ama allo stesso modo come ama Suo Figlio, la nostra vita sarebbe stravolta. Credi tu che sei cristiano, che il Padre ti ama nello stesso identico modo in cui ama Suo Figlio? Se lo credi veramente, allora perché vivi nel modo in cui vivi?

Perché ci sentiamo così offesi quando veniamo criticati? Perché siamo così delusi se per settimane nessun fratello si fa vivo e nessuno si accorge che non eravamo al culto la domenica? Perché ci chiudiamo in noi stessi, piuttosto che confidarci con un fratello che potrebbe offrirci una spalla sulla quale piangere?

Il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer nel suo libro “Vita comune” arriva al punto dicendo:

La nostra capacità di dare è proporzionale a quanto abbiamo ricevuto; tanto più povero risulta il nostro amore per i fratelli, tanto meno evidentemente siamo vissuti della misericordia e dell’amore di Dio. (Bonhoeffer, Vita comune)

Come possiamo dunque far sì che questo amore con il quale Dio ci ama possa realmente cambiare le nostre vite e influenzare positivamente la nostra comunione cristiana?

È tutto solo un sogno di un futuro migliore?

Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria che tu mi hai data; poiché mi hai amato prima della fondazione del mondo. (Giovanni 17:24)

Gesù desidera che anche noi un giorno possiamo essere con lui in cielo, godere della pace e della presenza costante di Dio e vedere la sua gloria.  E fin qui tutto bene, possiamo gioire al pensiero che un giorno tutto sarà meglio. Ma come può questo pensiero aiutarci a vivere l’eternità già qui e adesso in questo mondo?

L’esperienza di cui ci parla Gesù sarà completamente reale per noi solo in futuro, quando Dio creerà nuovi cieli e una nuova terra:

Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate. (Apocalisse 21:4)

Ma la questione è se si tratta solo di un’esperienza futura. Dobbiamo rassegnarci attendendo il ritorno di Cristo? O c’è un modo per vedere la sua gloria già adesso, per essere trasformati dalla sua gloria e dall’amore di Dio già qui e adesso?

L’apostolo Paolo scrive nella seconda lettera ai Corinzi:

E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito. (2 Corinzi 3:18)

Ciò che paolo ci sta dicendo è che c’è un modo per contemplare la gloria di Cristo già adesso. Siccome gli specchi ai tempi di Paolo erano fatti di metallo lucidato, l’immagine che riflettevano non era perfetta, era sfocata. Similmente l’immagine della gloria di Dio che noi oggi possiamo scorgere è un’immagine imperfetta e limitata, ma che comunque è in grado di trasformarci. Come?

Ho ad esempio visto persone che sono rimaste deluse o profondamente ferite da altri cristiani, al punto da essere divorate dall’amarezza. Se io o qualcun altro gli dicesse semplicemente: “devi perdonare, perché Dio lo esige”, oppure: “devi perdonare per il tuo bene”, è poco probabile che ci riusciranno davvero.

Potranno però riuscirci guardando alla bellezza di Cristo che muore in croce per poter perdonare noi. Contemplare la gloria di Cristo in questo caso significa guardare alla croce e dire: “Signore tu hai fatto questo per me, per perdonare i miei peccati?” Se ciò che il Signore ha fatto per me tocca il mio cuore, sarò a mia volta in grado di perdonare chi ha ferito me.

Oppure c’è chi si sente sempre solo, pensando a quanto è deludente la comunità o si lamenta perché a nessuno passa per la testa di andarlo a trovare in settimana. Se uno la pensa in questo modo, difficilmente riuscirà a gioire della comunione con i fratelli la domenica o non gli verrà in mente di chiamare lui qualcuno per passare del tempo insieme. Arriverà magari a pensare: “sì, so che Dio è sempre con me, ma mi sento comunque così solo…”.

Contemplare la gloria di Cristo significherebbe invece guardare a Cristo quando era veramente da solo. Nel giardino del Getsemani tutti si sono addormentati e in croce pure suo Padre lo abbandonò. Perché ha dovuto affrontare la solitudine? Per noi! Dio lo ha dovuto abbandonare, per noi dover mai più abbandonare noi. Se ora guardo alla croce e dico: “Signore tu hai veramente fatto questo per me?”, allora potrò più facilmente sperimentare che Dio è veramente con me quando mi sento solo.

Se contempliamo la gloria di Cristo qui e adesso, riusciremo a vedere anche la comunione cristiana semplicemente per quello che è: un’anticipazione della perfetta unità che avremo quando saremo in cielo con Cristo e vedremo tutta la sua gloria.

Bonhoeffer, che ho già citato prima, lo spiega molto bene:

Si dimentica facilmente che la comunione dei fratelli cristiani è un dono di grazia del Regno di Dio, un dono che ci può sempre esser tolto, e che forse tra breve ci ritroveremo nella più profonda solitudine. Chi dunque finora ha potuto vivere una vita cristiana comune con altri cristiani, celebri la grazia divina dal profondo del cuore, ringrazi Dio in ginocchio e riconosca: è solo per grazia che oggi ci è ancora consentito vivere nella comunione di fratelli cristiani. (Bonhoeffer, Vita comune)

Ogni volta che lo Spirito Santo ci mostra la gloria di Cristo, saremo in grado di apprezzare quello che già abbiamo, invece di pensare a ciò che ancora non abbiamo. Saremo in grado di vedere anche la comunione cristiana come una grazia che Dio ci concede già adesso in attesa della perfetta unità futura, invece che come qualcosa di deludente e frustrante.

Già ora possiamo godere di meravigliose benedizioni

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro.  (Giovanni 17:25-26)

Conoscere Dio come il Padre giusto, insieme a tutti gli altri suoi attributi, inizia con la salvezza, ma continua come una ricerca che dura tutta la nostra vita. Gesù ci ha fatto conoscere Dio mostrandoci il suo infinito amore con il suo sacrificio in croce. Alla fine della preghiera ci ricorda però che continua a farcelo conoscere, “affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro”.

Noi siamo stati creati per vivere in un mondo d’amore, dove ci amiamo per il bene gli uni degli altri, dove riusciamo ad esprimere bene il nostro amore, sulla base della reciprocità. È così che Dio ha pianificato la nostra vita sulla terra ed è così sarà la nostra vita in cielo. Noi siamo fatti per stare in comunione, per condividere la nostra vita gli uni con gli altri.

Il problema è che a causa del peccato in realtà nulla di tutto ciò funziona per davvero. È frustrante amare qualcuno che non corrisponde il nostro amore. È doloroso scoprire che la persona che pensavamo ci amasse, in realtà ci ha solo usati per i suoi scopi egoistici. Certo, possiamo consolarci col pensiero che in cielo l’unità sarà perfetta e tutti saranno felici.

Anche come cristiani abbiamo però bisogno di sperimentare amore e intimità già qui e adesso. La settimana prossima avrà luogo il seminario sulla pornografia. Il solo fatto che abbiamo bisogno di organizzare un seminario per parlare della dipendenza della pornografia e dell’abuso della sessualità in generale, è un sintomo di come il mondo oggi riduca la ricerca di intimità quasi solo al sesso. L’uso della pornografia e l’abuso del sesso non è altro che un’espressione dell’enorme bisogno di intimità dell’essere umano.

Abbiamo bisogno di intimità. Abbiamo bisogno di condividere la nostra vita con altre persone. Qualcuno con cui sfogarci dopo una brutta giornata. Qualcuno che abbia il coraggio di mostrarci ciò che non va nel nostro carattere. Qualcuno che rida e gioisca con noi quando ci succede qualcosa di bello. Qualcuno che ci dia un abbraccio per confortarci.

La risposta principale di Dio al nostro bisogno di intimità non è però il sesso, sebbene il sesso possa essere un elemento importante. La risposta di Dio al nostro bisogno di intimità è la comunione con altre persone, in particolare con altri credenti. Sono convinto che le nostre comunità riuscirebbero a mostrare ancora più chiaramente il significato dell’amore cristiano se si impegnassero a promuovere buone amicizie, oltre che buoni matrimoni.

Ritengo che quando si tratta di parlare di intimità siamo spesso troppo bigotti. Nella nostra tradizione cristiana il matrimonio è stato così esaltato e proposto quasi come l’unica via per rendere veramente felice un cristiano, da diventare qualcosa di idealistico e irraggiungibile, frustrante, deludente e destinato a fallire. Perché vediamo così tanti matrimoni fallire? Perché il matrimonio cristiano viene spesso visto come la risposta a tutti i nostri bisogni umani.

Credo che potremmo sperimentare in modo ancora più reale l’amore di Dio, se ci concedessimo di avere più relazioni intime non solo all’interno del matrimonio, bensì anche nelle nostre amicizie. E con intimità intendo permettere a qualcuno di conoscerci veramente, di sapere il più possibile di noi – le cosse belle, le cose brutte e anche le cose peggiori.

Nell’amore fraterno possiamo sperimentare in modo tangibile l’amore di Dio per noi. Per riuscirci devi però permettere alle tue amicizie di diventare più intime. Abbi il coraggio di dare fiducia. Prenditi del tempo per curare delle sincere amicizie, passando semplicemente del tempo insieme. Inizia a condividere qualcosa di intimo con qualcuno, parla delle tue paure, dei tuoi dubbi, dei tuoi timori o dei tuoi dolori. Chiedi all’altro quali sono le sue paure.

Sii perseverante in questo. Non cercare di ritirarti o di fuggire non appena ti sembra di aver rovinato un’amicizia dicendo o facendo qualcosa di sbagliato. Una vera e profonda amicizia può nascere proprio dopo un forte litigio o delle profonde divergenze.

La comunione cristiana, se presa per quello che è – un’anticipazione della perfetta unità che avremo quando saremo in cielo con Cristo e vedremo tutta la sua gloria – sarà di grande benedizione per noi, per le nostre chiese e per il mondo che ci osserva.

Amen

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