Di Luca Castellana

Oggi vorrei guardare con voi un verso, che utilizza un criterio netto per sapere a chi apparteniamo.
Non volto alla conoscenza indiretta del singolo, quindi “tu sei/esisti perché so chi è qualcuno che ti conosce”, ma bensì in riferimento a chi è l’uomo in relazione a Dio e alla natura dell’uomo stesso.
Leggiamo dalla lettera ai Romani un breve ma intenso verso:

“Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell’ubbidienza che conduce alla giustizia?” Rom 6:16

Qui Paolo sta scrivendo non ad un’unica comunità in Roma, che per altro non aveva mai visitato, ma “a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati ad essere Santi” Rm 1:7; quindi sta scrivendo, senza distinzione alcuna, a tutti i credenti che erano a Roma, come dire a “tutti i Santi di Locarno”.
Roma a quel tempo era il centro del mondo, una potenza militare e centro della residenza di molte delle cariche politiche dell’epoca. Era una città pagana, ed era abitata da circa un milione di abitanti, di cui la maggior parte erano schiavi, alcuni studiosi indicano che forse più della metà lo era. A Roma era possibile trovare qualsiasi tipo di immoralità, violenza, discriminazione e perversione, oggi la nostra società, paragonata a quel tempo è un’oasi felice.
In quel contesto si muovevano i credenti a cui la lettera è indirizzata, non dimentichiamoci che i Cristiani di allora erano presi di mira e perseguitati, soprattutto per via del fatto che, non riconoscevano l’imperatore come signore, ma riconoscevano Dio come unico Signore.

La lettera ai Romani è ritenuta da molti il “Testamento teologico di Paolo”, e in questa lettera, troverete trattati la gran parte dei temi che oggi ci troviamo a dibattere e a riscontrare nella nostra società ma anche nelle nostre comunità, sia a livello collettivo che individuale.

Ma il grande tema della lettera, è la presentazione dell’opera di salvezza di Dio in Cristo per l’umanità. In questa lettera è mostrata fortemente e senza mezzi termini la “condizione dell’uomo al suo stato naturale e l’opera di Cristo alla Croce come mezzo unico per la salvezza”.

Vorrei rileggere ancora una volta il testo con voi:

“Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell’ubbidienza che conduce alla giustizia?” Rom 6:16

Domanda che sorge spontanea:

“DI CHI SEI SCHIAVO TU?”

È una domanda banale, dove tutti risponderemo all’unanimità, io sono Cristiano, quindi sono “schiavo dell’ubbidienza che conduce alla giustizia”, ovvio.

In effetti è proprio ovvio, infatti Paolo sta ponendo una domanda ovvia/retorica ai suoi lettori. Però non credete che se fosse stato così ovvio Paolo avrebbe fatto a meno di porla?

Prima abbiamo visto che a Roma la popolazione era composta da circa la metà da schiavi, in effetti oggi per noi che viviamo in contesto sociale avanzato, dove le disparità vi sono ma non sono estremizzate come allora, potrebbe essere complicato comprendere il concetto di quello che con il termine SCHIAVO Paolo intenda.

Forse se chiedessimo ad un Indiano o Cinese potrebbero darci l’idea di che cosa sia uno schiavo moderno, visto che oggi queste nazioni sono la prima e la seconda nazione con il più alto tasso di schiavitù nel mondo.
Ciò nonostante sia noi che loro, faremmo fatica a comprendere il senso di SCHIAVO che Paolo intende in questo testo.

Chi era uno Schiavo?

Oggi vi sono differenti definizioni per descrivere uno schiavo dell’antichità:

– Individuo considerato di proprietà altrui.
– Soggetto che vive una condizione opprimente e d’inferiorità umiliante.

Nell’antica Roma, lo schiavo in lingua latina era chiamato servus e il titolare dello schiavo era chiamato dominus, egli era colui che esercitava la proprietà, così allo stesso tempo lo schiavo era ritenuto una cosa da possedere, svuotato di tutti i suoi diritti sociali e civili. In questo senso, lo schiavo avrebbe servito vita natural durante il padrone, come un oggetto nelle sue mani, al suo completo servizio.

Lo schiavo prestava un servizio, stabilendo con la sua vita il prezzo per il quale egli prestava servizio, dando la sua vita stessa come opera vivente per soddisfare le esigenze del proprio padrone.

Ora nel nostro immaginario comune la schiavitù ha una connotazione, giustamente, negativa, e in effetti il tema della schiavitù nella storia dell’umanità, ricopre una pagina alquanto controversa e buia.

Per cui ho scelto questo tipo di definizione, un po’ più moderata, ma che rende benissimo l’idea di chi era un servus.

“Colui che appartiene completamente al suo padrone e tutta la sua vita è modellata dalla volontà del suo padrone”.

Vedete, oggi noi occidentali ci definiamo orgogliosamente, individui liberi, dove rimarchiamo le lotte sociali passate che ci hanno consentito di raggiungere questo status di liberi cittadini.

Quando per esempio ci troviamo in una condizione che ci priva delle nostre libertà, come noi le definiamo, ricerchiamo in automatico un certo tipo di libertà.
Vediamo che ci sono profonde argomentazioni per la ricerca della libertà intellettuale, altri ricercano la libertà sentimentale, sessuale, nella coppia si ricerca sempre la libertà, come nei rapporti d’amicizia, persino in una chiesa ricerchiamo la libertà individuale rispetto all’autorità, forse in maniera inconsapevole, per via magari del contesto in cui viviamo.

Altri dopo anni di matrimonio decidono deliberatamente di abbandonare il proprio partner perché oppressi e vogliono liberarsi da quel fardello che per anni ha impedito loro di essere liberi.

Ma raramente si fa un ragionamento inverso, cioè, se ho questo enorme desiderio di libertà, evidentemente sto affermando indirettamente che vi è uno stato vincolante a priori di prigionia, che mi rende schiavo.

Se ci pensiamo un attimo, molti nel mondo e non solo, sono così presi dalla loro ricerca di un certo tipo di libertà che sono divenuti schiavi proprio di quell’ideale utopistico di libertà, che tanto ricercano.

È un paradosso.

Come abbiamo letto precedentemente, Paolo mostra come stanno le cose per quanto riguarda la condizione di vita di un uomo, e in quel tipo di opzioni l’essere umano si può adattare, stabilizzare o addirittura abituare.

La naturale condizione dell’uomo

La Bibbia si esprime in termini inequivocabili a riguardo, Paolo ci mostra la condizione naturale dell’uomo, che non è neutra o libera, ma è quella condizione di “schiavo del peccato”, una condizione che è alla base della natura stessa dell’uomo.

Rom 3:23 “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”.

Rom 5:12 “Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su TUTTI gli uomini, perché TUTTI hanno peccato…”

Vediamo come la Bibbia ci dica chiarissimamente che siamo per natura schiavi del peccato, quello che siamo in grado di produrre allo stato naturale della nostra condizione non è una scelta libera, ma una “scelta” vincolata dalla condizione della nostra naturale posizione di partenza.
Potremmo immaginare di essere liberi, persino liberi di affermare, come molti oggi asseriscono, che Dio non esiste.
Ma, così facendo, ci sforzeremo sempre più di avere comportamenti eticamente corretti, legalisti, ce la metteremo tutta, e questo non farà altro che condurci a peccare ancora di più, perché tendiamo sempre verso quella direzione.

Qualcuno ha definito il peccato, in questi termini:

“Ogni inosservanza della Legge morale di Dio, a) nel comportamento b) nell’atteggiamento c) e nella NATURA.”

Voi potrete dire, ma la lettera ai Romani è stata scritta ai Santi in Roma, a dei credenti, perdonati, quindi cosa centra con noi oggi?

In effetti questo potrebbe essere una considerazione appropriata.

Dobbiamo però osservare cosa produce il peccato, solo allora ci renderemo conto che il peccato porta con sé anche una forma di dipendenza ad esso, che potremmo trascinarci in altri contesti e aree delle nostre vite, come nella società, nella famiglia, in chiesa, nei rapporti con i nostri amici e fratelli della comunità

Leggiamo cosa sono le conseguenze del peccato, che Paolo non a caso chiama carne proprio in riferimento alla natura dell’uomo.

Gal 5:19 “Le opere della carne sono: fornicazione, impurità, dissolutezze, idolatria, stregoneria, inimicizie, gelosie, ire, contese, divisioni, sette, invidie, omicidio, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio”.

Ecco se guardiamo tutti questi frutti, con tutta sincerità possiamo dire francamente, io sono immune da questi peccati in quanto cristiano?

Quante famiglie intorno a noi sono distrutte da peccati sessuali, quanti rapporti si frantumano di fronte a un continuo atteggiamento di discordia, quanto siamo gelosi e pieni di risentimento nei confronti del nostro fratello giudicandolo, quante chiese si dividono perché vi è ostilità tra i membri delle comunità, ritenendo doveroso giudicare tutto e tutti con spirito invidioso, senza mai perdonarsi, quanti idoli giornalieri eleviamo a padroni delle nostre vite.

Vedete siamo pieni di questi peccati, siamo molte volte dominati da questi peccati, dimostrando con il nostro stile di vita è una scelta volontaria di peccare e purtroppo spesso veniamo anche modellati dal dominus di questi peccati.

Ora il punto non è scegliere tra libertà o schiavitù, per cui, io sono Cristiano e sono libero dal peccato e il peccato non mi tange più.
Abbiamo visto che non è così, la Bibbia ci dice che siamo per natura tendenti a peccare, quindi quello facciamo.
Adesso, oggi, noi credenti, noi cristiani, il cui Spirito Santo alberga dentro noi, come ci poniamo di fronte a questa nostra naturale tendenza?

Schiavo della Giustizia di Dio

Quello che come cristiani è certo, è che “siamo stati liberati dal peccato”, non siamo più sotto il dominio del peccato, ma tendiamo per via della nostra natura carnale a dirigerci spesso verso la condizione di prigionieri del peccato.

Paolo stesso scrive:

Galati 2:20 “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me. La vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio, il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

Paolo, come me e te ha vissuto nella carne, ha vissuto da schiavo in un corpo peccaminoso, ma quando è morto egli era uno “schiavo di Dio”.

Paolo ha compreso è cambiato prospettiva, ha deliberatamente scelto, di essere “Schiavo di coLui a cui appartiene la Giustizia”, giornalmente.

Ma cos’è quindi la GIUSTIZIA DI DIO a cui Paolo è tanto fermo nel predicare?

Purtroppo, il nostro concetto di giustizia corrisponde solo in parte a quelle che la Bibbia intende dire quando parla di GIUSTIZIA.
Per sommi capi il nostro concetto di giustizia è un principio regolativo: Ad ognuno tocca quelle che è suo.

È una forma di misura, una proporzione che noi facciamo in molti ambiti in cui esiste la parità.
Per cui tutto va diviso equamente, mi comporto in maniera tale da non destare troppo scalpore, valuto in maniera proporzionata le cose, giudico in maniera giusta.
I nostri rapporti sono conditi da questa tipologia di Giustizia, per esempio,

“siamo amici fino a quando però non viene intralciato quello che per me è giusto”, stessa cosa nei rapporti di lavoro, “a me spetta la promozione perché io lo merito, sono una persona giusta”, in chiesa, “è Giusto che mi si venga data la considerazione adeguata per quello che faccio”.

Però bisogna dire che la Bibbia non si orienta verso questa tipologia di giustizia, ovvero il valutare in maniera equilibrata e proporzionale quello che è soggettivamente giusto.

La giustizia Biblica, considera in maniera profondissima la situazione dell’uomo, della sua vita, delle sue azioni e del suo comportamento, partendo dal fatto che l’uomo deve la sua vita a Dio, quindi modellare tutta la sua esistenza al modello di Dio, conformandosi al modello che Egli stesso ha stabilito.

La giustizia di Dio consiste nel fatto che egli dona all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno, lui è il dominus che ti illustra come poter vivere insegnandoci anche quello che è la sua Giustizia.

Nel senso Biblico è giusto quell’uomo che interrogandosi su Dio “cerca il suo volto” Sl 24:6.

L’uomo non può disporre della giustizia di Dio, perché essendo per natura nemico di Dio l’uomo sconosce quel modello di Giustizia.

Quel modello ci viene fornito da Cristo, egli con la sua venuta e successiva morte in Croce, ha concesso all’umanità di abbracciare quel modello, che prima era relegato solamente ad un contesto fatto di principi e leggi che l’uomo puntualmente ha scartato o mal compreso.

“Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei Farisei non entrerete nel regno dei cieli” Matteo 5:20

Ecco che il modello di giustizia di Dio fornito da Cristo, diviene quell’elemento centrale per cui il Cristiano giornalmente, decide deliberatamente di abbracciare la libertà dal peccato, perdendo la libertà di peccare e per fede sottomettiamo noi stessi alla Croce.

Cristo ha deciso di essere modellato dalla giustizia di Dio, tanto da essere condotto alla morte, Cristo apparteneva totalmente al suo padrone che si è sottomesso alla sua giusta volontà.

Quando noi ci definiamo cristiani, stiamo godendo della forza di Dio, che oggi si manifesta nel Vangelo.

Così Paolo come Gesù, hanno compreso che la giustizia di Dio è la sottomissione al modello della Volontà di Dio, così divenendo degli schiavi liberi dal peso e dalla morte.

Quando ogni giorno siamo confrontati con il peccato, quando esso bussa alla nostra porta del cuore, noi abbiamo tramite lo Spirito Santo la possibilità di scegliere di seguire i parametri di Dio tramite l’esempio di Cristo, SEGUIREMO COSÌ IL PADRONE DELLA GIUSTIZIA, DIVENENDO SCHIAVI DI ESSO.

Come Cristo che si sottomise a ogni precetto di Dio, e si compiacque di ubbidire a tutta la giustizia di Dio; oggi tu e io possiamo scegliere di sottometterci e divenire “Schiavi dell’ubbidienza che conduce alla giustizia” e decidere di allontanarci dal vecchio regime.

Siamo stati riscattati come schiavi della morte e del peccato, il sangue di Cristo ci ha reso degli schiavi liberi.
Questo non deve però divenire un alibi per poter continuare a perseverare nel peccato.

Matteo 6:24 “Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona”

Se vogliamo sapere a quale categoria apparteniamo dobbiamo giornalmente chiederci a quale padrone obbediamo.

Perché quando serviamo Dio, siamo suoi schiavi e resi schiavi della sua Giustizia non può essere diversamente, non è possibile continuare a vivere la vecchia vita affermando allo stesso tempo di perseguire la giustizia di Dio.

Giovanni scrive:

“Se diciamo che abbiamo comunione con Lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità.” 1Gv 1:6

Non è circondandoci di persone moralmente adeguate, che possiamo avere del merito o una posizione giusta davanti a Dio.

Quello di cui abbiamo bisogno per essere ritenuti degli Schiavi obbedienti, la cui vita è modellata dalla giustizia di Dio è avere una vita che ricerca Dio, che si nutre di Dio anche quando la situazione è estrema, che conosce la Giustizia di Dio attraverso un quotidiano confronto con quella Giustizia , uno schiavo di Dio è colui il quale si inginocchia alla Croce di Cristo, il Servo fedele per eccellenza, la cui vita è stata modellata dall’obbedienza alla Giustizia del Padre.

La Croce è il risultato dell’obbedienza di Cristo, il cui potere può essere gustata giornalmente, perché essa produce giustizia, e la giustizia produce in noi i frutti della giustizia:

“Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non vi è legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” Gal 5: 22-24

Oggi tu sei uno schiavo che è libero dal non peccare, sei libero di scegliere di amare il tuo prossimo e guardarlo con gli occhi di Cristo. Quando hai detto l’ultima volta a tua moglie, figlio, fidanzata, madre, padre, ti amo?
Sei libero di gioire e non simulare gioia, sei libero di poter essere fedele a tuo marito, alle promesse che hai fatto a tuo marito e a tua moglie, ai tuoi figli, di essere un amico fedele e fratello fedele, di essere un membro di chiesa fedele.
Hai un padrone che ha mostrato umiltà quindi non fingere di esserlo, Cristo non ha finto di morire in Croce, è morto. Sei libero dal non fingere di essere umile, hai la possibilità di esserlo veramente.
Ora sei libero di poter frenare le tue passioni e desideri che ti hanno condotto sull’orlo della morte perché hai un avvocato potente in Cristo.

Quindi, se oggi c’è qualcuno in mezzo a voi, che magari ancora è sotto la schiavitù del peccato, che si è reso conto forse che vi sono delle aree ancora che hanno bisogno di essere modellate secondo i parametri di Dio, sappi che puoi andare dai nostri pastori Daniele e Simone, dai nostri anziani, sono uomini e donne come me e te, che hanno sperimentato la schiavitù della giustizia di Dio.

Loro potranno aiutarti, indirizzare, consolare, potrai pregare con loro e piangere con loro, ma non abbondonarti alla schiavitù che conduce alla morte.
Hai la possibilità concreta di poter abbandonare il vecchio regime, essere liberato dalla morsa opprimente del peccato e godere di Cristo in tutto il suo splendore.

Vorrei concludere leggendoti queste parole che mi hanno scosso positivamente, sono le parole di un umo ateo, che liberato dal peccato mutò il suo pensiero nei confronti di Dio, a tal punto da scrivere:

Il cuore più orgoglioso che giammai batté
È stato sottomesso in Te;
La volontà più selvaggia che sia mai nata
Per schernire la Tua causa e aiutare i Tuoi nemici È stata domata, mio Signore, da Te.
La Tua volontà, non la mia, sia fatta, Il mio cuore sia sempre Tuo; Confessando Te, la Parola potente,
Il mio Salvatore Cristo, il mio Dio, il mio Signore, La Tua Croce sarà il mio segno. Amen

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