Di Daniele Scarabel

In quei giorni, Pietro, alzatosi in mezzo ai fratelli (il numero delle persone riunite era di circa centoventi), disse: «Fratelli, era necessario che si adempisse la profezia della Scrittura pronunziata dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. Perché egli era uno di noi e aveva ricevuto la sua parte di questo ministero. Egli dunque acquistò un campo con la ricompensa della sua iniquità; poi, essendosi precipitato, gli si squarciò il ventre, e tutte le sue interiora si sparsero. Questo è divenuto così noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel campo è stato chiamato nella loro lingua, “Acheldama”, cioè, “Campo di sangue”. Infatti sta scritto nel libro dei Salmi: “La sua dimora diventi deserta e più nessuno abiti in essa”; e: “Il suo incarico lo prenda un altro”. Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno che egli, tolto da noi, è stato elevato in cielo, uno diventi testimone con noi della sua risurrezione». Essi ne presentarono due: Giuseppe, detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. Poi in preghiera dissero: «Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto per prendere in questo ministero apostolico il posto che Giuda ha abbandonato per andarsene al suo luogo». Tirarono quindi a sorte, e la sorte cadde su Mattia, che fu incluso tra gli undici apostoli. (Atti 1:15-26)

A volte Dio ci sorprende con opportunità che non abbiamo mai cercato, mai atteso e mai nemmeno immaginato. Spesso questi momenti arrivano nel bel mezzo della nostra vita. Se mai ti sei sentito scoraggiato sul lavoro, in famiglia, o riguardo la chiamata di Dio per la tua vita, allora il protagonista del quale parleremo oggi ti sarà di grande incoraggiamento. Il suo nome è Mattia.

Dio cerca persone che rimangano con lui nella buona e nella cattiva sorte, perché la verità è che Dio usa quei periodi particolari per accrescere la nostra fede e la nostra fiducia. Dobbiamo dapprima imparare che non dobbiamo sempre sentirci usati da Dio per sapere che è con noi.

Mattia era un volenteroso sconosciuto. Poi un giorno tutto cambiò. Ma prima di parlare di Mattia, riflettiamo un attimo sulla persona che ha dovuto sostituire…

La tragica fine dell’uno è l’inizio per l’altro

In quei giorni, Pietro, alzatosi in mezzo ai fratelli (il numero delle persone riunite era di circa centoventi), disse: «Fratelli, era necessario che si adempisse la profezia della Scrittura pronunziata dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. Perché egli era uno di noi e aveva ricevuto la sua parte di questo ministero…». (Atti 1:15-17)

I discepoli erano in attesa dell’arrivo dello Spirito Santo promesso da Gesù, avevano trascorso giorni intensi in preghiera e in comunione fraterna. E fu così che un giorno Pietro, ispirato dallo Spirito Santo, spiegò ai discepoli riuniti che la Scrittura aveva già predetto il tradimento di Giuda e che qualcuno lo avrebbe dovuto sostituire. Era dunque chiaro a tutti che avrebbero dovuto trovare un dodicesimo apostolo per completare il gruppo.

Il tradimento di Giuda fu uno shock per tutti coloro che lo conoscevano. A prima vista, appariva devoto come tutti gli altri apostoli. Non dimentichiamo che anche lui è stato personalmente scelto da Gesù, ha operato miracoli insieme agli altri discepoli e gli è pure stata affidata la gestione delle finanze.

Nessuno si aspettava il tradimento di Giuda, al punto che, quando Gesù annunciò l’imminente tradimento, tutti e dodici “profondamente rattristati, cominciarono a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io, Signore?»” (Matteo 26:22). Solo Gesù sapeva fin dall’inizio chi lo avrebbe tradito (Giovanni 6:64)!

La storia di Giuda ci mostra che avere compiti importanti o un ministero di alto profilo non è una garanzia per una buona riuscita della nostra vita spirituale. Se possiamo imparare qualcosa dalla sua vita è che non importa quanto prestigioso sia il nostro ruolo nel regno di Dio o quanto importante sia l’incarico che abbiamo. Ciò che invece veramente conta è la nostra fedeltà al Signore a prescindere dal compito che lui ci affida.

Se il nostro servizio per il Signore non viene fatto col cuore e con la giusta motivazione, allora il nostro impegno può rivelarsi una lama a doppio taglio. Il problema non è tanto che Giuda ha commesso un gravissimo errore. Anche Pietro ha commesso un peccato altrettanto scioccante rinnegando Cristo. Ma c’è una grande differenza tra i due. Il dolore di Giuda lo spinse a un atto inutile e disperato, al suicidio. Il dolore di Pietro lo portò invece alla grazia… e soprattutto a ricercare il perdono di Cristo come rimedio al suo peccato.

Già prima del tradimento possiamo intravvedere nella vita di Giuda alcune sue false motivazioni. Un esempio lampante lo troviamo nel racconto di quando Gesù si recò a Betania a casa di Lazzaro. Maria, una delle sorelle di Lazzaro, versò un profumo di gran valore sui piedi di Gesù. Ma subito Giuda condannò quello spreco, perché in realtà avrebbe preferito vendere l’olio per poi tenersi parte del ricavato per sé (Giovanni 12:4-6).

Anche a noi può capitare di sbagliare come successe a Giuda e a Pietro, la domanda è cosa ne facciamo di quella caduta. La vergogna e la colpa ci condurranno in una delle due direzioni: o lontano da Dio oppure verso la grazia di Dio. Nessun peccato è troppo grande per la misericordia di Dio. Ma dobbiamo ricercarla.

Quindi rifletti: la tua dedizione al Signore non dipende in prima linea da quanto tu fai per lui, ma da come tu curi la tua relazione personale con Cristo. Hai mai considerato che Dio potrebbe averti dato doni o talenti destinati ad essere usati per il regno di Dio secondo i suoi tempi ma non secondo i tuoi?

Ci possono essere dei periodi nella nostra vita nei quali non ci sentiamo utilizzati al massimo del nostro potenziale ed è proprio in quei periodo che la nostra fedeltà può essere messa alla prova. In quei periodi glorifichiamo Dio curando la nostra relazione con lui piuttosto che servendolo. Non dobbiamo per forza avere un ministero importante al fianco di Gesù, come fu il caso di Giuda, per essere suoi fedeli servitori. E ora ve lo dimostrerò…

Qualificato ma non scelto

«Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno che egli, tolto da noi, è stato elevato in cielo, uno diventi testimone con noi della sua risurrezione». Essi ne presentarono due: Giuseppe, detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. (Atti 1:21-23)

I discepoli capirono dunque che era necessario trovare un sostituto per Giuda e il criterio per Pietro era chiaro: “Chi è stato con noi dall’inizio alla fine e può testimoniare che Gesù è veramente risorto?”. Potremmo riassumere il criterio con una parola: fedeltà.

È notevole che tra tutti i 120 presenti solo due uomini soddisfacevano quel requisito: Giuseppe e Mattia. Di entrambi sappiamo poco o nulla. Ma se qualcuno avesse mai detto: “È una bugia! Gesù non ha mai fatto questa cosa e non è mai risorto”, Giuseppe e Mattia avrebbero potuto alzare la mano e dire: “Invece è vero, io ero presente!”.

Mettiamoci ora un attimo nei loro panni. Entrambi avevano tutte le carte in regola per diventare apostoli sin dall’inizio, eppure Gesù ne scelse altri dodici. Anche se non sappiamo nulla di questi due uomini, una cosa è certa: Giuseppe e Mattia seguirono Gesù per più di tre anni, restando nell’ombra degli altri apostoli. Posso quindi solo immaginare la loro sorpresa quando furono nominati come possibili successori di Giuda.

Quando ti trovi ad implorare Dio di salvarti dalla tua vita insignificante, credendo che non stia accadendo nulla di importante, pensa a Giuseppe e Mattia. Il loro esempio ci insegna a vedere anche il nostro servizio nell’ombra di altre persone, come un’opportunità per essere fedeli nelle piccole cose. Per Mattia in particolare le parole di Gesù nella parabola dei talenti divennero realtà:

Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore. (Matteo 25:21)

Ognuno di noi ha ricevuto doni e talenti dal Signore. Sia doni naturali, sia spirituali “per il bene comune” (1 Corinzi 12:7). Doni e talenti più o meno grandi. Solo che non sempre le nostre capacità sono richieste. A volte è ben possibile che avremmo molto di più da offrire di quanto le circostanze attuali ci permettano di contribuire. Ma è davvero un problema?

Onestamente, penso che la maggior parte di noi – se non tutti – abbiamo già attraversato periodi nella nostra vita nei quali abbiamo avuto la percezione di non essere utilizzati al top delle nostre capacità. È spesso così che quando abbiamo l’opportunità di usare i doni che Dio ci ha dato, allora ci sentiamo appagati e particolarmente utili.

Ma a volte ci possono essere dei periodi nei quali i nostri doni sembrano non essere richiesti. Come reagiamo in quelle occasioni? Cosa fai e cosa pensi se nessuno sembra accorgersi dei tuoi grandi talenti? Come reagisci se ti senti scartato e non preso in considerazione, quando invece avresti tanto da dare?

In quei momenti è buono ricordare le seguenti verità.

  1. Ricorda per chi sono i doni che hai ricevuto

Per quanto strano possa sembrare, i tuoi doni o talenti non sono tuoi. Tutto ciò che tu sai fare, sia i tuoi talenti naturali, sia i tuoi doni spirituali, non ti sono stati dati da Dio per accrescere la tua autostima o per la tua autorealizzazione. Sono doni che Dio ha fatto alla Chiesa, attraverso di te. Spetta quindi a Dio solo decidere quando e come utilizzare i doni che lui ti ha dato. L’unica cosa che lui si aspetta è che tu sia pronto a utilizzarli quando lui te lo chiede.

  1. Cerca soddisfazione nella fedeltà piuttosto che nell’esercizio dei tuoi doni

Leggendo la parabola dei talenti è facile essere presi dal timore di non fare abbastanza e di essere giudicati dal Signore con le parole: “Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso” (Matteo 25:26). Ma a quel servo il padrone aveva dato il chiaro incarico di far fruttare il suo talento. Cosa che lui non fece.

È vero che Dio ci ha dato dei talenti, ma non dobbiamo mai dimenticare che l’esercizio dei nostri doni non è mai fine a sé stesso. Ciò che principalmente conta è la tua fedeltà al Signore, anche se per un certo periodo i tuoi talenti non sembrano servire a nulla.

  1. Rifiutati di definire la tua identità sulla base dei tuoi doni

Se la tua identità o il tuo valore dipendono dal quanto bene riesci a esercitare i tuoi doni e talenti, potresti restare aggrappato alla tua idea di servizio o a un determinato ruolo, piuttosto che essere aperto alla guida di Dio. Ci sono molti modi per servire Dio con i tuoi doni. Noi abbiamo una visione d’insieme molto limitata, ma Dio vede oltre. E se Dio avesse in mente un piano diverso e migliore per te?

Giuseppe e Mattia avrebbero potuto lamentarsi per non aver potuto dimostrare tutto il loro potenziale. Ma non lo fecero. Come loro anche noi possiamo imparare ad essere servitori fedeli nell’ombra, pronti a rispondere quando Dio ci chiama.

Sii pronto quando Dio ti chiama

Poi in preghiera dissero: «Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto per prendere in questo ministero apostolico il posto che Giuda ha abbandonato per andarsene al suo luogo». Tirarono quindi a sorte, e la sorte cadde su Mattia, che fu incluso tra gli undici apostoli. (Atti 1:24-26)

C’era un solo posto vacante, ma due validi candidati. E cosa ne fu di loro? Entrambi erano pronti per l’incarico. La loro fedeltà stava per essere premiata. Quando meno ce lo aspettiamo il Signore può scegliere di premiare la nostra fedeltà affidandoci incarichi maggiori. Come ci prepariamo a questa eventualità? Semplicemente servendo fedelmente il Signore in ogni piccola cosa nella nostra vita, come fecero Giuseppe e Mattia.

La sorte cadde poi su Mattia, che divenne un apostolo che letteralmente significa “uno che è mandato”. Mattia ricevette l’incarico ufficiale di testimoniare la risurrezione di Gesù Cristo, di predicare il Vangelo e di promuovere la sua diffusione in tutto il mondo conosciuto. Non sappiamo esattamente cosa fece poi Mattia, ma alcune tradizioni riportate nei libri di storia indicano che Mattia andò come missionario a nord, nella zona del Caucaso.

Possiamo pensare che Mattia abbia vinto al Lotto prendendo il posto di Giuda, ma l’altro lato della medaglia è che da quel giorno in poi ebbe un’enorme responsabilità e con grande probabilità dovette affrontare la persecuzione e la morte a motivo del Vangelo (così sembrerebbe indicare la tradizione). Se fosse rimasto un “semplice” discepolo nell’ombra, avrebbe probabilmente avuto la vita più facile.

E cosa fece Giuseppe? Giuseppe, soprannominato Giusto, accetto il risultato e continuò a servire il Signore come aveva fatto fino a quel giorno. Non deve essere stato facile per lui essere scartato per la seconda volta, ma non si mise a fare i capricci o a mostrare altri comportamenti infantili (come certi politici). Accettò la decisone presa come la volontà di Dio.

Quindi, anche se non è ancora giunto il tuo turno, continua ad essere fedele. Sii pronto a servire fedelmente il Signore, ricordando che è di lui che si tratta qualsiasi cosa tu faccia. Sii pronto a servirlo anche se al momento non ti senti utilizzato al massimo delle tue capacità. Sii pronto ad accogliere un’eventuale chiamata a una sfida maggiore, consapevole però del fatto che dovrai poi servire il Signore con fedeltà fino alla fine.

La storia di Mattia potrebbe essere la storia di ognuno di noi. Da lui possiamo imparare a servire il Signore con fedeltà e umiltà, in attesa di eventuali compiti più importanti. Se poi arriva un’opportunità puoi alzarti e dire: “voglio essere come Mattia, sono pronto per fare un passo avanti nella mia vita spirituale, a fare ciò che deve essere fatto per svolgere il mio compito all’interno della chiesa”.

Amen

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