di Simone Monaco

Il tema di quest’anno è “Fedeli nelle cose piccole” e affrontando questo tema mi sono accorto che le cose “piccole”, nelle quali siamo chiamati ad essere fedeli, non sono sinonimo di cose “semplici”. Queste piccole cose, non sono delle banalità, che richiedono un piccolo sforzo. Piuttosto sono piccole, perché non sono appariscenti, non sono cose eclatanti, ma hanno piuttosto a che fare con la nostra semplice quotidianità, con la vita di tutti i giorni, con il nostro quotidiano rapportarci con Dio e con il prossimo. Perciò queste cose sembrano piccole, ma in realtà non lo sono affatto, perché hanno a che vedere con il nostro modo di essere. Infatti è proprio in queste piccole cose che si vede veramente dove stà il nostro cuore, la nostra passione, la nostra gioia, la nostra speranza.

Per questo oggi voglio parlare di una cosa che può sembrarci molto piccola, ma che in realtà non lo è affatto, ovvero: lamentarci. Voglio parlarvi dell’essere fedeli nel lamentarci. Pensa un attimo, quando è l’ultima volta che ti sei lamentato, o lamentata, di qualcosa o di qualcuno? Quanto la lamentela fa parte della tua vita?

Quando sono in un bar, o in ufficio, o in un parco, e sento due persone che parlano in modo animato, spesso questo accade perché si stanno lamentando di qualcuno. Quante volte vi è successo di essere ad un ristorante, e qualcuno ad un tavolo vicino, si sta sfogando con l’amico del proprio collega di lavoro o della propria moglie, del proprio marito o semplicemente di un conoscente? Credo che tutti ci lamentiamo di qualcosa. La lamentela è parte della nostra vita, per alcune persone è una parte molto grande, forse vi stanno già venendo in mente delle persone, mentre per altri è meno importante. Ma in qualche misura la lamentela riguarda la vita di ognuno di noi.

E riguardava anche la vita delle persone che troviamo nella Bibbia. Anche loro si lamentavano. Non a caso, alcuni salmi vengono definiti, salmi di lamentazione. Questi salmi, sono un vero e proprio lamento. Il libro dei salmi contiene diversi generi letterari, come i salmi di ringraziamento, o quelli profetici, piuttosto che quelli sapienziali, e poi ci sono anche i salmi di lamentazione. E forse il salmo di lamentazione per eccellenza, è il salmo 69 che adesso leggiamo insieme e sul quale voglio fare alcune considerazioni. È un salmo molto lungo, perciò non potremo guardarlo nel dettaglio, ma cercherò di fare una panoramica e cogliere gli aspetti più importanti del testo.

Salmo 69

Nel brano abbiamo tre grandi temi che adesso voglio provare ad analizzare. Quello predominante è la lamentela, che si ripete in tutto il testo, poi abbiamo le maledizioni, che il salmista lancia contro i suoi nemici, e infine c’è la lode.

1. Lamentarsi

L’autore del salmo, che secondo il testo è Davide, non fa giri di parole, ma va dritto al sodo «Salvami, o Dio, perché le acque mi sono penetrate fino all’anima.

Sprofondo in un pantano senza trovare sostegno; sono scivolato in acque profonde, e la corrente mi travolge» queste sono le parole di qualcuno che è profondamente provato e si sente sempre più sopraffatto dalle circostanze. È molto evocativa questa immagine di qualcuno che sprofonda nel pantano senza trovare un appoggio su cui fare forza coi propri piedi e spingersi fuori da quella situazione drammatica. La sensazione che trasmette è quella di qualcuno che combatte, ma più combatte, più sprofonda. Una sensazione orrenda e proprio per questo l’autore comincia dicendo «Salvami, o Dio,…» il suo è un grido disperato.

Noi non conosciamo i problemi specifici che il salmista stava affrontando, infatti lo scopo dei salmi non è quello di raccontare fatti storici, ma di offrire dei modelli
di preghiera e adorazione nei quali possiamo identificarci e fare nostri. I Salmi danno spazio a ad ogni tipo di emozione dell’essere umano. Ci parlano di emozioni positive, come la gioia o la gratitudine, ma anche di quelle negative, come il senso di colpa, o l’angoscia più profonda. Soprattutto i Salmi ci insegnano a esprimere a Dio ciò che sta dentro di noi. I Salmi ci insegnano che è giusto esprimere a Dio tutto ciò che stiamo provando, anche se ci vergogniamo di alcuni nostri pensieri, o anche se crediamo che come “buoni cristiani” non dovremmo avere certi sentimenti. I Salmi ci insegnano a volgere a Dio tutto ciò che sta nel nostro cuore. Un modo per farlo, è proprio quello di descrivere ciò che sentiamo, dando vita a delle immagini figurative, in questo caso il salmo ci parla di qualcuno che sprofonda nel pantano, oppure abbiamo al versetto 3 un’altra immagine stupenda «Sono stanco di gridare, la mia gola è riarsa, i miei occhi si spengono nell’attesa del mio Dio». Il Salmista cerca di descrivere nel modo più chiaro possibile, quale è il suo stato d’animo, senza nascondersi dietro a un dito. Anche perché che senso ha nascondere a Dio le cose?

Quando è stata l’ultima volta che sei andato o andata da Dio in preghiera e in modo sincero hai espresso quale era il tuo stato d’animo? Quando è stata l’ultima volta che ti sei lamentato con Dio? Solitamente alle persone in generale, diciamo che va tutto bene, mentre ci lamentiamo con chi ci è più vicino, con gli amici più intimi. Per noi Dio a quale di queste due categoria appartiene? Ci rivolgiamo a lui unicamente quando va tutto bene? O quando abbiamo una richiesta da fare? Oppure lo coinvolgiamo nelle questioni più intime del nostro cuore? 

2. Maledire

Proseguendo nel testo, dal versetto 5 il salmista dice «O Dio, tu conosci la mia stoltezza, e le mie colpe non ti sono nascoste. Non siano confusi, per causa mia, quelli che sperano in te, o Dio, SIGNORE degli eserciti! Non siano coperti di vergogna per causa mia, quelli che ti cercano, o Dio d’Israele!» se da una parte il Salmista si lamenta di ciò che sta passando, secondo lui ingiustamente, dall’altra riconosce di essere un peccatore. È cosciente che non può fare il furbo con Dio, poiché Egli vedi il suo cuore. Per questo motivo il Salmista si preoccupa affinché il suo stato d’animo non influenzi le altre persone, versetto 6 «Non siano confusi per causa mia, quelli che sperano in te, o Dio, SiGNORE degli eserciti!». Quando ci troviamo in momenti difficili, quando la nostra fede è messa a dura prova, il nostro lamentarci, o i nostri sfoghi di rabbia, possono influenzare negativamente gli altri credenti. Questo è soprattutto vero per chi ha dei ruoli di responsabilità all’interno della chiesa.

Al versetto 4 il Salmista parla di persone che lo odiano ingiustamente e che vogliono distruggerlo. Come ti sentiresti se qualcuno cerca ingiustamente di farti del male? Oppure, quando in passato hai subìto dei torti, come ti sei sentito, o sentita, in quel momento? Cosa è cresciuto nel tuo cuore? Credo che il sentimento più naturale sia la rabbia e il desiderio di vendetta. E infatti dal versetto 22 il salmista esprime questo desiderio in modo molto chiaro «La loro tavola imbandita sia per essi come una trappola, un tranello quando si credono al sicuro!» o al versetto 24 «Riversa su di loro il tuo furore, li raggiunga l’ardore della tua ira» il salmista sta letteralmente maledicendo i suoi nemici, addirittura al versetto 28 chiede a Dio di farli morire. Ma perché dei salmi dovrebbero contenere delle maledizioni, come cristiani ci sentiamo in difficoltà a giustificare un simile testo nella Bibbia, quando Gesù ci ha invitati a benedire i nostri nemici e a porgere l’altra guancia. Cosa dobbiamo farne di questi passaggi così problematici? Dovremmo forse ignorarli o eliminarli dalle nostre Bibbie? Non credo affatto che questa sia la soluzione, quei passi sono lì per insegnarci qualcosa, i Salmi vogliono insegnarci ad esprimere in preghiera ogni tipo di emozione, e quando dentro siamo pieni di ira sarebbe sciocco cercare di nascondere a Dio ciò che proviamo, dal momento che lui vede cosa si nasconde nel nostro cuore. Reprimere questi sentimenti è malsano, allo stesso tempo, dare spazio a questa ira nella nostra vita significa gettare benzina sul fuoco andando solamente a peggiorare le cose. Perciò la strada è quella di rivolgere a Dio la nostra ira per lasciarla nelle sue mani, sapendo che sarà poi Lui ad agire come ritiene più opportuno. Lo scopo di queste preghiere non è quello di chiedere a Dio di fornirci i mezzi per vendicarci, ma di lasciare che sia Lui ad occuparsene. L’Apostolo Paolo lo esprime bene nella lettera ai Romani al capitolo 12, versetti da 17 a 19 «Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: “A me la vendetta; io darò la retribuzione”, dice il Signore.»

Dio è colui che farà giustizia, è lui che ci difende e a tempo debito metterà tutto in luce e al giusto posto, il nostro compito, come esprime Paolo, è quello di vivere in pace con tutti gli uomini e di non mettere in atto le nostre vendette. Nel contempo però, se siamo feriti, se siamo rimasti offesi, se stiamo soffrendo, cosa dobbiamo farne di questi sentimenti per evitare che ci distruggano? Portali a Dio! Anche se non ti piacciono, esprimi ciò che provi a chi ti può davvero capire. Ma soprattutto esprimi le tue frustrazioni a chi ti può guarire. Sì, perché è in Dio che possiamo trovare vero riposo, è in Lui che possiamo essere ristabiliti.

3. Lodare

Dopo che il salmista ha toccato il fondo e per tutto il brano non ha fatto altro che lamentarsi e inveire contro i nemici, al versetto 30 avviene un completo cambiamento. Sembra proprio che esprimendo il proprio dolore a Dio, alla fine il salmista abbia anche trovato in Lui nuova fiducia. Questo è spesso il frutto che possiamo cogliere se ci sforziamo di coltivare con Dio un rapporto sempre più profondo e sincero. Ai versi 31 e 32 viene sottolineato come Dio preferisca una lode sincera ad un sacrificio, qui si riferisce ai sacrifici animali praticati da Israele, ma lo stesso vale per noi oggi. Possiamo fare enormi sforzi e sacrifici per la fede, ma ciò che Dio apprezza maggiormente, è la nostra lode, è quando ci fermiamo e apriamo il nostro cuore a Lui. La conclusione di questo salmo è meravigliosa e piena di speranza, al versetto 33 ci parla di un Dio che si fa trovare dagli umili e da tutti coloro che lo cercano, di un Dio che ascolta coloro che sono nel bisogno.

Il Salmo 69 racconta lo stato d’animo di chi si sente trattato ingiustamente e accusato di colpe che non ha commesso. Se c’è qualcuno che ha sperimentato questo sulla propria pelle, sicuramente è Gesù, che ha dovuto subire un odio ingiustificato. Eppure noi tutti sappiamo come ha risposto a questo odio: con amore, perdonando coloro che a torto lo stavano condannando. Gesù non si è lasciato vincere dal male, ma ha vinto il male con il bene. Questa non è una cosa piccola da fare, anzi, forse è la più difficile di tutte, perché significa lasciare la presa! Significa accettare la volontà di Dio, come Gesù fece nel Getsemani, che pregando disse «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta» (Lu. 22:42). Gesù non si è vergognato delle sue fragilità, della sua umanità.

Il mio invito questa mattina, è che neanche tu lo faccia. Non nascondere le tue debolezze, non odiare le tue mancanze, non seppellire la tua rabbia sotto manciate di buonismo. Non soffocare il tuo dolore e non nascondere la tua sofferenza, ma porta ogni cosa a Dio. Deposita tutto ciò che sei ai piedi della croce. Perché lì c’è perdono anche per il più miserabile tra tutti i miserabili, alla croce c’è accettazione anche per chi rifiuta se stesso.

Follow us: