Di Daniele Scarabel

Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato. (Salmo 51:17)

Sono convinto che ogni credente, che ha sperimentato la bontà e l’amore di Dio nella sua vita, abbia il desiderio di fare la Sua volontà. Ma dobbiamo essere sinceri, non è facile restare fedeli e costanti nelle piccole cose, quando le circostanze della vita ci umiliano, quando siamo pieni di entusiasmo per il Signore e poi le cose vanno storte o quando vorremmo fare di più per il Signore, ma le circostanze ci frenano.

In quei momenti ci sono due grandi ostacoli da affrontare ed entrambi hanno origine nell’orgoglio. Il primo ostacolo lo incontriamo quando siamo troppo sicuri di noi stessi. Quando crediamo di poter fare ogni sorta di cose per Dio. È un ostacolo che si manifesta spesso nella nostra gioventù, quando siamo fiduciosi, energici, sani e pieni di speranza o quando siamo presi dall’entusiasmo giovanile per Gesù.

Un altro ostacolo si presenta quando l’entusiasmo giovanile viene smorzato, quando subentra l’autocommiserazione. Questo accade quando siamo ancora convinti di essere così preziosi per Dio, ma le circostanze della vita ci limitano. A quel punto siamo delusi e scontenti di non avere l’opportunità di fare di più e crediamo che le nostre lamentele siano giustificate, perché se solo le circostanze fossero diverse, potremmo fare molto di più…

L’orgoglio è l’esatto opposto di uno spirito afflitto, di un cuore abbattuto e umiliato, che è gradito a Dio. Un uomo che ha sperimentato e superato con successo queste due fasi nella sua vita è Mosè. Credo che Mosè abbia avuto gli stessi problemi di orgoglio che abbiamo noi, eppure Dio è riuscito a compiere grandi opere attraverso la sua vita.

L’orgoglio – La prima fase della vita di Mosè

In quei giorni, Mosè, già diventato adulto, andò a trovare i suoi fratelli; notò i lavori di cui erano gravati e vide un Egiziano che percoteva uno degli Ebrei suoi fratelli. Egli volse lo sguardo di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia. Il giorno seguente uscì, vide due Ebrei che litigavano e disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo compagno?» Quello rispose: «Chi ti ha costituito principe e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi come uccidesti l’Egiziano?» Allora Mosè ebbe paura e disse: «Certo la cosa è nota». Quando il faraone udì il fatto, cercò di uccidere Mosè, ma Mosè fuggì dalla presenza del faraone, e si fermò nel paese di Madian e si mise seduto presso un pozzo. (Esodo 2:11-15)

Mosè era sicuro di sé. Cresciuto nel più grande palazzo del mondo in quel periodo, egli ricevette tutta l’educazione, l’autorità e le opportunità che una persona a quei tempi poteva sognare. Mosè cercò di compiacere gli Egiziani e gli Ebrei. Forse pensava che se avesse avuto più potere, avrebbe potuto liberare il suo popolo. Ma un giorno Mosè giunse a un bivio nella sua vita e dovette fare una scelta. In Atti 7 leggiamo:

Ma quando raggiunse l’età di quarant’anni, gli venne in animo di andare a visitare i suoi fratelli, i figli di Israele. Vedendo che uno di loro era maltrattato, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, colpendo a morte l’Egiziano. Or egli pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio voleva salvarli per mano di lui; ma essi non compresero. (Atti 7:23-25)

Il problema di Mosè era l’orgoglio. Evidentemente sapeva che era lui quello chiamato a liberare il suo popolo. Ma nella sua esuberanza giovanile, Mosè prese in mano la situazione agendo in modo avventato. Leggiamo che prima di uccidere l’Egiziano “volse lo sguardo di qua e di là” per assicurarsi che nessuno lo vedesse, ma si scordò di alzare lo sguardo a Dio per capire se quell’azione rientrasse o meno nella volontà di Dio.

Mosè era sincero. Mosè era un brav’uomo che desiderava fare la volontà di Dio. E l’uomo che ha ucciso probabilmente meritava quello che ha ottenuto, ma non era compito di Mosè fare giustizia. Le buone intenzioni non sono purtroppo sempre quelle giuste.

Questo atto diede al faraone la ragione di cui aveva bisogno per liberarsi di Mosè. Mosè si spaventò e scappò. Lasciò la sua famiglia e la sua gente. Divenne un fuggitivo. Il suo comportamento è perfettamente riassumibile con le parole della famosa canzone di Frank Sinatra “I did it my way”! Il risultato fu quarant’anni di esilio.

Il nostro cammino con Cristo può essere molto simile. Capita che a causa della nostra esuberanza o del nostro zelo giovanile per Cristo ci cacciamo in grandi pasticci, pensando di poterci occupare di tutto da soli. Poi pretendiamo però che Dio ci benedica nonostante il pasticcio nel quale ci siamo cacciati da soli.

Abbiamo magari accettato un lavoro senza pregare prima o abbiamo fatto un importante acquisto senza consultare Dio o forse ci siamo anche tuffati in una relazione o abbiamo sposato qualcuno senza nemmeno chiedere il consiglio di Dio. Oppure ci ritroviamo in situazioni in cui abbiamo preso alcune decisioni importanti, avendo però completamente escluso Dio dal processo decisionale.

L’orgoglio può causare grandi danni. Ho visto chiese separarsi a causa dell’orgoglio di qualcuno che pensava di saper tutto meglio. Ho visto relazioni e amicizie finire male, perché qualcuno era convinto di dover agire con durezza per salvaguardare l’onore di Dio. Ho visto coppie in difficoltà matrimoniali dire con orgoglio: “Possiamo farcela da soli” invece di dire umilmente: “Abbiamo bisogno di aiuto”.

A volte ci sembra che Dio non intervenga abbastanza velocemente o pensiamo di essere noi i salvatori della situazione, così cerchiamo di prendere in mano la situazione, proprio come fece Mosè. Il problema è che le nostre mani non possono competere con le Sue.

Quando siamo troppo sicuri di noi stessi e delle nostre capacità, rischiamo di confidare più nelle nostre capacità che in Colui che ce le ha date. Molti anni dopo, Dio utilizzò poi le capacità e gli insegnamenti che Mosè aveva ricevuto, ma non nel modo che lui avrebbe pensato.

Quando Mosè si rese conto di aver commesso un enorme errore e di essere pure stato colto in flagrante, fuggì. Corse fino a raggiungere la terra di Madian, uno dei luoghi più aridi e desolati del mondo. E mentre correva deve aver pensato: “La mia vita è finita. Dio non potrà mai più usarmi. Ho sprecato la mia vita e le mie opportunità”. Ti sei mai sentito così?

Quando cerchiamo di vivere la nostra vita con le nostre forze, quando prendiamo in mano da soli la situazione, non di rado finiamo col ritrovarci nel deserto. Da soli. Chiedendoci: “Dio mi userà mai più?”. Eppure c’è una buona notizia. Quando si arriva a quel punto, si può essere più vicini a una svolta spirituale di quanto si pensa.

Quando ti rendi conto di aver sbagliato, di aver provato a vivere con le tue forze, a prendere in mano da solo la situazione, fermati e siediti. Solo così Dio potrà avere la tua completa attenzione. Non sprecare il resto della tua vita a rimuginare sul passato. Ricorda che Dio è vicino a coloro che hanno uno spirito afflitto, un cuore umiliato e abbattuto.

Porta a Dio i tuoi fallimenti, chiedigli perdono per il tuo orgoglio. Fermati e prendi un grande sorso dell’acqua viva che Gesù ti offre, infatti “Egli guarisce chi ha il cuore spezzato e fascia le loro piaghe” (Salmo 147:3). Un cuore umiliato non è la fine, può essere guarito. Ed è ciò che Dio fece con Mosè nei prossimi 40 anni.

L’orgoglio spezzato – la seconda fase della vita di Mosè

Il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse andarono al pozzo ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e abbeverare il gregge di loro padre. Ma sopraggiunsero i pastori e le scacciarono. Allora Mosè si alzò, prese la loro difesa e abbeverò il loro gregge. Quando esse giunsero da Reuel, loro padre, questi disse: «Come mai siete tornate così presto oggi?» Esse risposero: «Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori, per di più ci ha attinto l’acqua e ha abbeverato il gregge». Egli disse alle figlie: «Dov’è? Perché avete lasciato là quell’uomo? Chiamatelo, ché venga a prendere del cibo». Mosè accettò di abitare da quell’uomo. Egli diede a Mosè sua figlia Sefora. Ella partorì un figlio che Mosè chiamò Ghersom; perché disse: «Abito in terra straniera». (Esodo 2:16-22)

Immaginate il cambiamento. Dalle comodità dell’Egitto al caldo deserto di Madian. Dio non è intervenuto subito quando Mosè si è messo nei guai per aver cercato di aiutare il suo prossimo. Non c’è scritto quanto tempo Mosè ha passato seduto al pozzo a riflettere sulla sua vita. Ma posso immaginare che si sarà chiesto: “È questo che ottengo per aver cercato di essere fedele e di adempiere alla mia vocazione?”.

Chissà cosa deve aver pensato dopo aver aiutato le figlie Reuel, anche conosciuto come Ietro. In ogni caso vediamo come questa opportunità che Dio gli offrì, gli permise di dare una svolta alla sua vita. Questo fu però solo l’inizio di un lungo e doloroso processo. L’umiliazione esteriore che Mosè subì dovendo fuggire dall’Egitto, non fece altro che anticipare l’umiliazione interiore che dovette attraversare nel deserto di Madian.

Mosè divenne ciò che gli Egiziani disprezzavano: un pastore. Invece di guidare eserciti potenti, si ritrovo a guidare pecore. Invece di essere un grande oratore di fronte a migliaia di persone, parlava con gli animali. Quando Mosè lasciò l’Egitto, non aveva alcuna intenzione di diventare un pastore. Credeva ancora di essere il prescelto. Ma col passare del tempo, le sue manie di grandezza cominciarono a svanire.

È probabile che inizialmente Mosè abbia lottato con Dio dicendo: “Dio, io sono importante. Tu hai bisogno di me. Se solo non mi trovassi in queste condizioni potrei fare grandi cose per te!”. Forse anche a te è già capitato di parlare in quel modo. Sembriamo spirituali, ma in realtà siamo carnali. Pensiamo che Dio abbia bisogno di noi, ma anche questo non è altro che orgoglio.

Ci sono credenti che servono il Signore convinti di poter fare di più se solo le loro circostanze esteriori fossero diverse. Così si lamentano ad esempio dicendo: “Sono pieno di dolori, i suoceri mi trattano in modo orribile, nessuno mi ama, in chiesa non mi danno l’opportunità di mostrare quanto valgo, sono chiamato a cose più grandi…”.

Dall’orgoglio che ci porta a voler prendere in mano da soli la nostra vita, possiamo facilmente passare all’autocommiserazione che è altrettanto sbagliata e non meno pericolosa. Una persona che resta prigioniera dell’autocommiserazione continuerà a lamentarsi delle circostanze, invece di riconoscere come Dio vorrebbe trasformare il suo cuore.

Se pensi di trovarti in questa fase nella tua vita, sii aperto per l’opera di Dio. Lascialo lavorare. Rilassati. Anche se magari nel tuo cuore desidereresti fare cose più grandi per il Signore e vorresti trovarti in circostanze diverse, non dimenticare questa verità: come tu servi Dio è molto più importante ai suoi occhi di quello che fai.

Ciò che conta non è quello che fai, ma se vivi secondo lo Spirito, se cammini per fede, se persegui la santità, se ami le persone, se cresci nella grazia, se Cristo è per te più prezioso di qualsiasi altra cosa.

Il vero spirito afflitto, il vero cuore abbattuto e umiliato che Dio non disprezza, si trova nella persona che arriva a capire il significato delle seguenti parole di Gesù:

Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. (Giovanni 15:5)

Alla fine Mosè si è sposato e si è costruito una famiglia. Mentre i mesi si trasformarono in anni, Mosè giunse probabilmente alla conclusione che non sarebbe stato un grande condottiero. Col passare del tempo, Mosè si accontentò e accettò la sua vita come umile pastore.

Vediamo che Dio non ha rinunciato a Mosè. Dio ha usato le circostanze, causate dalle stesse scelte di Mosè, per spezzare completamente il suo orgoglio. Ricordati che Dio non cerca in primo luogo i grandi talenti, né quelli con grandi capacità, ma piuttosto persone con grande disponibilità a servirlo in qualsiasi circostanza, non importa quanto umile essa sia.

L’umiltà – il segreto della forza di Mosè

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. (Esodo 3:1)

Dopo 40 anni di maturazione spirituale, Mosè incontrò Dio. Questa è la storia di Mosè che incontrò Dio presso il pruno ardente, quando Dio finalmente chiamò Mosè ad essere il liberatore del popolo d’Israele. Ma ora Mosè era un uomo totalmente diverso. L’orgoglio di Mosè si era trasformato in timore di Dio. E così Mosè disse a Dio:

Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele? (Esodo 3:11)

Mosè aveva 80 anni, era un uomo con una grande esperienza di vita e sicuramente era consapevole delle sue capacità. Eppure vediamo qui un Mosè consapevole di essere completamente inadeguato, di non essere niente a confronto della grandezza e dell’onnipotenza di Dio.

Quale sarebbe stata la reazione di Mosè se Dio lo avesse chiamato 40 anni prima? Probabilmente qualcosa del tipo: “Sì, facciamogliela pagare a quegli egiziani! Ne ho ucciso uno, elimineremo anche il resto!”.

La prospettiva di Mosè era completamente cambiata. Accettò solo con riluttanza l’incarico che Dio stava per affidargli, ma nel seguito della storia la Bibbia riporta che ogni volta che Dio gli diede un ordine, “Mosè fece come il SIGNORE gli aveva ordinato” (Levitico 8:4).

E così la Bibbia descrive Mosè con le seguenti parole:

Or Mosè era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra. (Numeri 12:3)

Come noi, anche Mosè ha commesso degli errori (Numeri 20:1-12), si è scoraggiato (Esodo 17:4), a volte ha dubitato della sua chiamata (Numeri 11:10-15) e ha persino sfidato Dio (Numeri 11:21-23). Ma aveva imparato che Dio non lo avrebbe abbandonato. Dio usò Mosè in modo potente per altri 40 anni e in tutta la sua umiltà fu di grande utilità per il Signore.

In quale fase della vita ti trovi? Sei una persona che si ritiene forte e non ha bisogno di aiuto? Ritieni di poter far tutto da solo e di testa tua? Allora chiedi a Dio perdono per il tuo orgoglio e per i tuoi fallimenti. Se sei nella fase dell’autocommiserazione, lamentandoti che se solo le circostanze fossero migliori potresti fare di più per il Signore, non dimenticare che come tu servi Dio è molto più importante ai suoi occhi di quello che fai. Ricorda:

Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato. (Salmo 51:17)

Amen

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