di Daniele Scarabel

Dina, la figlia che Lea aveva partorita a Giacobbe, uscì per vedere le ragazze del paese. 2 Sichem, figlio di Camor l’ Ivveo, principe del paese, la vide, la rapì e si unì a lei violentandola. 3 Poi egli rimase affezionato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la giovane e parlò al cuore di lei. 4 E disse a Camor suo padre: «Dammi questa ragazza in moglie». 5 Or Giacobbe udì che quegli aveva disonorato sua figlia Dina; e siccome i suoi figli erano ai campi con il suo bestiame, Giacobbe tacque finché non furono tornati.

6 Intanto Camor, padre di Sichem, si recò da Giacobbe per parlargli. 7 I figli di Giacobbe, com’ ebbero udito il fatto, tornarono dai campi; questi uomini furono addolorati e fortemente adirati perché costui aveva commesso un’ infamia in Israele, unendosi alla figlia di Giacobbe: cosa che non era da farsi. 8 Camor parlò loro, dicendo: «Mio figlio Sichem si è innamorato di vostra figlia; vi prego, dategliela per moglie 9 e imparentatevi con noi; dateci le vostre figlie e prendete per voi le figlie nostre. 10 Abiterete con noi e il paese sarà a vostra disposizione; fissate qui la vostra dimora, trafficate e acquistatevi delle proprietà».

11 Allora Sichem disse al padre e ai fratelli di Dina: «Possa io trovare grazia agli occhi vostri e vi darò quello che mi direte. 12 Imponetemi pure una gran dote e molti doni; io ve li darò come mi direte, ma datemi la ragazza in moglie». 13 I figli di Giacobbe risposero a Sichem e a suo padre Camor, ma parlarono loro con astuzia, perché quegli aveva disonorato Dina, loro sorella. 14 Dissero loro: «Questo non possiamo farlo; non possiamo dare nostra sorella a uno che non è circonciso; perché ciò sarebbe per noi un disonore. 15 Acconsentiremo alla vostra richiesta soltanto a questa condizione: se sarete come siamo noi, circoncidendo ogni maschio tra di voi. 16 Allora vi daremo le nostre figlie e noi ci prenderemo le figlie vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo. 17 Ma se non volete ascoltarci e non volete farvi circoncidere, noi prenderemo la nostra figlia e ce ne andremo».

18 Le loro parole piacquero a Camor, e a Sichem, figlio di Camor. 19 Il giovane non indugiò a fare la cosa, perché amava la figlia di Giacobbe; egli era l’ uomo più onorato in tutta la casa di suo padre. 20 Camor e suo figlio Sichem giunsero alla porta della loro città dicendo: 21 «Questa è gente pacifica in mezzo a noi. Rimanga pure nel paese e vi traffichi, perché esso è abbastanza ampio per loro. Noi prenderemo le loro figlie per mogli e daremo loro le nostre. 22 Ma questa gente acconsentirà ad abitare con noi per formare un solo popolo, a questa condizione: che ogni nostro maschio sia circonciso, come sono circoncisi loro. 23 I loro armenti, le loro ricchezze e tutto il loro bestiame non saranno forse nostri? Acconsentiamo alla loro richiesta ed essi abiteranno con noi».

24 Tutti quelli che erano venuti alla porta della città diedero ascolto a Camor e a suo figlio Sichem; ogni maschio si fece circoncidere: ognuno di quelli che erano venuti alla porta della città. 25 Ma il terzo giorno, mentre quelli erano sofferenti, due dei figli di Giacobbe, Simeone e Levi, fratelli di Dina, presero ciascuno la propria spada, assalirono la città che si riteneva sicura, e uccisero tutti i maschi. 26 Passarono a fil di spada anche Camor e suo figlio Sichem, presero Dina dalla casa di Sichem, e uscirono. 27 I figli di Giacobbe si gettarono sugli uccisi e saccheggiarono la città, perché la loro sorella era stata disonorata; 28 presero le loro greggi, i loro armenti, i loro asini, quanto era nella città e nei campi.

29 Portarono via come bottino tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini, le loro mogli e tutto quello che si trovava nelle case. 30 Allora Giacobbe disse a Simeone e a Levi: «Voi mi causate grande angoscia, mettendomi in cattiva luce davanti agli abitanti del paese, ai Cananei e ai Ferezei. Io non ho che pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi piomberanno addosso e sarò distrutto io con la mia casa». 31 Ed essi risposero: «Nostra sorella dovrebbe forse essere trattata come una prostituta?» (Genesi 34)

Questa è una di quelle storie che non leggiamo volentieri nella Bibbia. È un capitolo oscuro e non è davvero facile capire cosa ci faccia in un libro, quello della Genesi, che ci parla della relazione di fede tra noi esseri umani e Dio. Parla di disubbidienza, stupro, peccato e violenza.

Qual è il vero motivo per cui questo capitolo è stato inserito nella Bibbia? Un capitolo nel quale il nome di Dio non appare nemmeno una volta, nel quale gli eventi prendono una brutta piega sin dal principio, diventando sempre peggio. Non esce apparentemente nulla di buono da questa storia. Che cosa dovremmo imparare da essa?

Vedremo dapprima cosa succede quando i credenti non sono là dove Dio vorrebbe che siano. Poi vedremo cosa succede quando i credenti non reagiscono alle situazioni avverse così come dovrebbero. E infine, vedremo come Dio riporta sempre di nuovo i suoi figli sulla giusta strada.

Quando i credenti non sono dove dovrebbero essere

Dina, la figlia che Lea aveva partorita a Giacobbe, uscì per vedere le ragazze del paese. Sichem, figlio di Camor l’Ivveo, principe del paese, la vide, la rapì e si unì a lei violentandola. (Genesi 34:1-2)

Dina, l’unica figlia di Giacobbe, era una giovane ragazza di ca. 15-16 anni. Possiamo immaginarci come lei, stufa di essere solo con i suoi fratelli, la mamma e le zie, di vedere solo deserto, capre e cammelli, abbia voluto fare un giro in città per vedere come vivono le figlie dei vicini, e forse anche per dare un’occhiata ai figli dei vicini…

Subito leggiamo però che fu rapita e violentata da Sichem, un giovane principe dell’omonima città. Come è potuta succedere una cosa simile? Stranamente il testo non ci fornisce ulteriori dettagli. Se leggiamo però attentamente questa storia, tenendo conto del suo contesto, ci accorgiamo che in realtà è stata inserita nella Bibbia perché ci parla del fallimento di Giacobbe.

Giacobbe si era appena riconciliato con suo fratello Esaù e Dio stesso gli aveva cambiato il nome da Giacobbe “l’imbroglione” in Israele “colui che lotta con Dio”. Dopo aver lottato tutta la notte con Dio, Giacobbe capì che avrebbe dovuto mettere da parte il suo orgoglio e sottomettersi a Dio per ricevere la sua benedizione. Giacobbe si arrese a Dio, gli permise di sconfiggere il suo orgoglio, affrontò il suo passato e Dio lo benedisse.

Ma nel capitolo 34 vediamo di nuovo Giacobbe in azione, non Israele. Giacobbe non fu infatti del tutto ubbidiente a Dio, che gli aveva chiesto di lasciare Paddan-Aram il paese di suo zio Labano, dove aveva trascorso gli ultimi 20 anni della sua vita, dicendogli:

Io sono il Dio di Betel, dove tu versasti dell’olio su una pietra commemorativa e mi facesti un voto. Ora alzati, parti da questo paese e torna al tuo paese natio. (Genesi 31:13)

Giacobbe avrebbe dovuto tornare a Ebron, la terra di suo nonno Abraamo e di suo padre Isacco. Ma dopo essersi riconciliato con suo fratello Esaù, invece di proseguire verso sud, decise di andare a nord-ovest e di stabilirsi dapprima a Succot e di seguito presso Sichem.

Dopo un lungo viaggio durato mesi, mancava solo ancora poco più di una giornata di cammino e Giacobbe sarebbe arrivato a Ebron, a casa. Satana usò però la paura che Giacobbe aveva di suo fratello Esaù per farlo andare verso nord, dove la città di Sichem gli avrebbe permesso di accrescere ulteriormente la sua ricchezza.

Certo, anche la città di Sichem si trovava all’interno dei confini di Canaan, quindi Giacobbe poteva razionalmente affermare di aver in un certo senso obbedito a Dio. Ma Sichem non era Betel, dove Giacobbe avrebbe dovuto adempiere il suo voto fatto a Dio (Genesi 28:20-22). E non era nemmeno Ebron, il suo paese natio, dove tutt’ora viveva suo padre Isacco.

La promessa fatta a Giacobbe 20 anni prima, quando Dio gli apparve in un sogno a Betel, era ancora valida:

Io sono il SIGNORE, il Dio d’Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza.  14 La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza.  15 Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto. (Genesi 28:13-15)

La non completa ubbidienza di Giacobbe, che portò ai tragici eventi narrati nel capitolo 34, fu però causa di un notevole ritardo nell’adempimento della promessa di Dio.

A volte ci chiediamo come mai il peccato abbia ancora così tanto potere nelle nostre famiglie e nelle nostre vite come cristiani. Ci chiediamo come mai non riceviamo le benedizioni che Dio ci promette e per le quali abbiamo magari anche lottato in preghiera. Il problema è che anche noi a volte, come successe a Giacobbe, non prendiamo del tutto sul serio ciò che Dio ci dice e finiamo col trovarci là dove Dio non vorrebbe averci.

Magari è per paura di non riuscire a fare ciò che Dio ci chiede. O perché non vogliamo perdere del tutto il controllo della nostra vita. O semplicemente perché dimentichiamo che il mondo, la nostra carne e il diavolo esercitano ancora un influsso notevole nella nostra vita.

Se Giacobbe avesse seguito la volontà di Dio, la tragedia di Sichem non sarebbe avvenuta. Sarebbe andato avanti, fino al luogo dove Dio lo voleva benedire, ma si fermò a Sichem. Questo è un principio che vale anche per noi oggi: se non siamo là dove Dio vorrebbe averci, non possiamo aspettarci la sua benedizione. E magari a subirne le conseguenze sono anche i nostri figli, come nel caso di Dina e dei suoi fratelli.

Quando i credenti non reagiscono come dovrebbero

Quando Giacobbe venne a conoscenza di ciò che Sichem aveva fatto a Dina, cosa fece? Niente!

Or Giacobbe udì che quegli aveva disonorato sua figlia Dina; e siccome i suoi figli erano ai campi con il suo bestiame, Giacobbe tacque finché non furono tornati. (Genesi 34:5)

Non sappiamo perché, ma in ogni caso Giacobbe non reagì come avrebbe dovuto. Quando Sichem ammise di amare Dina e di volerla sposare, Giacobbe restò passivo. Suo padre Isacco lo aveva avvertito severamente di non prendere una sposa tra i Cananei (Genesi 28:1), ma Giacobbe non sembra a sua volta essere preoccupato che sua figlia si sposi con un cananeo!

I Sichemiti accettarono le condizioni dettate dai figli di Giuseppe, fecero circoncidere ogni maschio della città per permettere l’unione economica e sociale dei loro due popoli. La passività di Giacobbe non fu solo un ulteriore schiaffo in faccia a sua figlia Dina. Permise anche al diavolo di insinuare dei pensieri malvagi nella mente dei suoi figli, che passarono poi ai fatti:

Ma il terzo giorno, mentre quelli erano sofferenti, due dei figli di Giacobbe, Simeone e Levi, fratelli di Dina, presero ciascuno la propria spada, assalirono la città che si riteneva sicura, e uccisero tutti i maschi. (Genesi 34:25)

Poi i figli di Giacobbe saccheggiarono la città e presero tutte le donne e i bambini come schiavi. Era questa forse la volontà di Dio? Anche se Dio secoli dopo ordinò al popolo d’Israele di sterminare i Cananei, non aveva dato a Giacobbe il permesso di farlo ora. Giacobbe fallì su tutta la linea: come padre, come capo famiglia, come uomo d’onore e come credente. I suoi figli hanno seguito il suo esempio: se loro padre imbrogliava e non seguiva del tutto i comandamenti di Dio, perché avrebbero dovuto farlo loro?

Questa debolezza di Giacobbe, questa parte oscura del suo carattere ci insegna quanto sia importante combattere i nostri peccati e le nostre debolezze già in giovane età, quanto sia importante permettere a Dio di lavorare tramite lo Spirito Santo al nostro carattere.

Se non lo facciamo permettiamo al diavolo di avere sempre di nuovo degli appigli nella nostra vita. Lotta contro il peccato sin da ragazzo e non essere tollerante con le tue debolezze, perché altrimenti ti inseguiranno fino in età avanzata, trasformandosi in una catastrofe. Ricerca la santificazione senza compromessi e segui la via dell’ubbidienza.

Negli ultimi mesi abbiamo parlato tanto della libertà che abbiamo in Cristo. Di come possiamo essere liberati dai legami e dalle ferite del nostro passato. Giacobbe aveva lottato con Dio, sperimentando una vittoria sul suo peccato e sul suo passato. Ma come ci mostra il suo esempio, anche se otteniamo una vittoria, non significa che la guerra sia terminata. Dobbiamo continuare a resistere alla tentazione di cedere al mondo, alla carne o al diavolo.

Giacobbe si lasciò prendere dalla paura e forse anche dall’avidità, preferendo acquistare un terreno di fronte a Sichem, una città dalla quale avrebbe potuto trarne un vantaggio economico. Il diavolo ebbe gioco facile con lui. Se hai vinto una battaglia ottenendo la benedizione del Signore, non devi dimenticare che la guerra è ancora in corso.

Se abbiamo trovato la nostra libertà in Cristo, è nostro dovere mantenerla, camminando con umile sottomissione a Dio e resistendo al diavolo. È importante camminare nella verità, confessando ogni peccato e perdonando coloro che ci feriscono. Cristo ci ha portato la libertà, ed essa continuerà a essere nostra a patto che continuiamo a scegliere la verità e a restare fermi nel sostegno del Signore.

Se diventi consapevole delle bugie alle quali hai creduto rinnegale e scegli la verità. Se emergono ricordi nuovi e dolorosi, perdona coloro che ti hanno ferito. Se il Signore ti mostra altre aree di peccato nella tua vita, confessale immediatamente. Stiamo attenti a quando lo Spirito Santo ci chiama al ravvedimento, non solo là dove il peccato è evidente, ma anche quando si tratta di mettere un freno ai nostri pensieri.

Dio riporta sulla giusta strada

Il capitolo 34 finisce così com’è iniziato, ovvero senza Dio.

Allora Giacobbe disse a Simeone e a Levi: «Voi mi causate grande angoscia, mettendomi in cattiva luce davanti agli abitanti del paese, ai Cananei e ai Ferezei. Io non ho che pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi piomberanno addosso e sarò distrutto io con la mia casa».  31 Ed essi risposero: «Nostra sorella dovrebbe forse essere trattata come una prostituta?»  (Genesi 34:30-31)

Ancora una volta Giacobbe era più preoccupato per il suo proprio benessere, piuttosto che per il terribile peccato commesso dai suoi figli. Dov’è Dio in tutto questo? Non una sola volta qualcuno ha cercato la guida di Dio per come gestire la situazione. Giacobbe aveva paura di fare qualsiasi cosa che potesse far arrabbiare i Cananei. Non si fidava che Dio sarebbe stato con lui e lo avrebbe protetto.

In modo simile, Levi e Simeone non credevano che Dio avrebbe reso giustizia a loro sorella Dina. Permisero alla rabbia di consumarli, invece di sottomettersi a Dio che dice “la vendetta è mia”. Ma Dio, nonostante tutto, non aveva ancora abbandonato Giacobbe e la sua famiglia.

Dio disse a Giacobbe: «Alzati, va’ ad abitare a Betel; là farai un altare al Dio che ti apparve quando fuggivi davanti a tuo fratello Esaù». (Genesi 35:1)

Per risolvere il problema, Giacobbe dovette finalmente ascoltare Dio, lasciare Sichem e andare a Betel. È un enorme incoraggiamento leggere che il Signore è fedele alla sua parola anche quando il suo popolo pecca. Se le sue benedizioni si basassero in ultima analisi sulla nostra fedeltà, saremmo totalmente persi. Genesi 34 non menziona Dio neanche una volta, ed è uno dei capitoli più sordidi nella storia di Israele. Genesi 35, invece, menziona Dio più di dieci volte.

Giacobbe ubbidì e tornò a Betel – tornò al suo primo amore e Dio lo benedisse. Fortunatamente per noi le promesse fatte da Dio erano unilaterali e incondizionate. Molti nella linea di discendenza di Abraamo, come ad esempio Giacobbe, hanno trascorso gran parte della loro vita ribellandosi a Dio. Ma il racconto di Giacobbe ci ricorda che, nonostante i fallimenti dell’uomo, Dio mantiene ancora le sue promesse.

Dio non rinuncia mai a Giacobbe. Continua a inseguirlo, intervenendo in punti cruciali della sua vita e invitandolo a tornare da lui, anche quando nella vita di Giacobbe non c’è nulla che meriti l’intervento di Dio.

È ciò che ci dice anche l’apostolo Paolo:

Ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata,  21 affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. (Romani 5:20b-21)

Questa è davvero una buona notizia per tutti noi, no? Anche se, per quanto ne so, nessuno di noi qui stamattina è stato chiamato “imbroglione” dai suoi genitori, il fatto è che siamo tutti deviati da Dio proprio come Giacobbe e non c’è nulla nella nostra vita che ci renda degni delle attenzioni di Dio. Eppure Dio interviene continuamente in ognuna delle nostre vite.

Nonostante i metodi subdoli usati per ottenere la benedizione di Isacco, Dio ha fatto sì che Giacobbe ricevesse tutta questa benedizione e molto altro ancora. Allo stesso modo, ognuno di noi ha ricevuto in Cristo delle benedizioni che vanno ben oltre ciò che avremmo meritato. Nonostante le molte volte in cui abbiamo ignorato Dio o non abbiamo mantenuto le nostre promesse a Lui, o addirittura ci siamo ribellati apertamente contro di Lui, Dio si diletta ancora nel benedirci enormemente.

Così, questo capitolo oscuro della Bibbia, che parla di disobbedienza, ribellione e peccato, finisce col far risaltare ancora di più la grazia di Dio e la sua fedeltà verso i suoi figli.

Amen

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