di Daniele Scarabel

Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà. E che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua? Infatti che darebbe l’uomo in cambio della sua anima?

Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli». (Marco 8:31-38)

A chi piace soffrire? A nessuno credo. Ci chiediamo: perché c’è così tanta sofferenza nella vita di fedeli cristiani che vivono seguendo Cristo? Dio non si rende forse conto di quanto è doloroso tutto ciò? Eccome se lo sa. In Gesù ha sperimentato le peggiori sofferenze sulla sua stessa pelle.

La sofferenza e la morte di Gesù ci mostrano anche che Dio ha sempre di nuovo usato la sofferenza per raggiungere il meglio per il suo popolo. E usa la sofferenza ancora oggi per raggiungere esattamente lo stesso risultato: per rendere il suo popolo sempre più simile a Gesù. È di questo che parleremo oggi.

Partecipare alla sofferenza di Cristo

Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». (Marco 8:31-33)

Poco prima Gesù aveva chiesto ai suoi discepoli: “E voi, chi dite che io sia?”. Pietro aveva risposto: “Tu sei il Cristo!” (Marco 8:29). Quello che i discepoli non avevano però ancora capito è che il Cristo sarebbe stato un servo di Dio sofferente, che Gesù aveva lasciato tutte le comodità del cielo, per scambiarle con una vita piena di rinunce e sofferenze.

L’affermazione principale di questi versetti è che Dio stesso ha progettato, profetizzato ed eseguito la sofferenza, il rifiuto, la morte e la risurrezione di Gesù – il Figlio dell’uomo! Gesù è venuto per soffrire. Questa è stata una delle prime cose che Gesù ha spiegato ai suoi discepoli subito dopo che ebbero riconosciuto che Lui era il Messia promesso.

Nel Vangelo di Marco Gesù spiega ben tre volte ai suoi discepoli che avrebbe dovuto soffrire, morire e risuscitare dai morti (Marco 8:31; 9:31; 10:33-34). Evidentemente si trattava di qualcosa di molto importante per Marco e per Gesù. Eppure si trattava anche di una verità scomoda. La sofferenza era impopolare allora come lo è oggi.

Lo capiamo dalla reazione di Pietro, la sua delusione è palese. Non era ciò che si aspettava e non è ciò che ci aspettiamo noi oggi. Preferiamo l’idea di un re di successo all’idea di un re sofferente. Perché? Perché ci rendiamo conto di cosa tutto ciò significa per ognuno di noi: chi segue un re di successo partecipa al suo successo; chi invece segue un re sofferente partecipa alla sua sofferenza!

Forse oggi più che ai tempi di Gesù, percepiamo tra i credenti una crescente tendenza a voler evitare la sofferenza. Si diffonde sempre più il pensiero che seguire Cristo deve essere il meno faticoso possibile. Ed è proprio questo pensiero a rendere la vita cristiana così come descritta nella Bibbia sempre meno plausibile alle nuove generazioni.

Il mondo in generale è alla ricerca della felicità, ogni cosa che scegliamo di fare la scegliamo ponendoci la domanda: “che ci guadagno io?”. Così se viviamo una situazione che ci porta veramente a soffrire, è facile che cerchiamo di evitarla: se il matrimonio non funziona si divorzia, se il lavoro non è soddisfacente se ne cerca un altro, se si ha voglia di affetto ci si butta nella prossima relazione, se la propria comunità “proibisce” qualcosa, si cambia velocemente nella prossima comunità che ce lo permette…

Il successivo rimprovero di Gesù nei confronti di Pietro ci mostra un altro aspetto molto importante: questi pensieri sono i pensieri di Satana. Satana voleva spingere Gesù a salire sul trono prendendo una scorciatoia, senza passare per le sofferenze della croce.

E ora il diavolo cerca di fare la stessa cosa con noi, cerca di spingerci a ricercare la gloria prendendo una scorciatoia, cercando di seguire un Gesù che ci garantisce una vita senza problemi, di successo e di benessere. Al più tardi quando ci rendiamo conto che seguire Gesù può anche significare rinunciare a qualcosa a cui pensiamo di aver diritto o che Dio non elimina ogni ostacolo o difficoltà dalla nostra vita, la nostra fede rischia di traballare.

Per questo vorrei sfidarti e chiederti: qual è stata la tua motivazione iniziale a seguire Gesù? E soprattutto: qual è la tua motivazione attuale? Credo sia importante porsi sempre di nuovo questa domanda, per non cadere nel tranello di Satana e vivere una vita orientata unicamente a ciò che questo mondo ha da offrirci, a un principio del “Carpe Diem” puramente materialistico.

Gesù ci sfida a seguirlo

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua». (Marco 8:34)

Generazioni di cristiani prima di noi hanno sofferto sacrificando la loro vita per Gesù. È così che le parole di Gesù sono giunte fino a noi. Ma, per qualche motivo, il seguire Gesù nella nostra generazione non ruota più intorno al sacrificio e alla sofferenza. Rinunciare a noi stessi non va più di moda, preferiamo parlare del diritto di essere noi stessi.

Purtroppo troppo spesso la nostra vita cristiana è semplicemente una continuazione della vita precedente con una sottile glassa cristiana. Le croci che portiamo sono al massimo dei piccoli disagi dai quali non siamo ancora riusciti a liberarci (un ginocchio dolorante, la suocera che si impiccia nella nostra famiglia, le difficoltà al lavoro…) e che “sopportiamo per amore di Gesù”.

Ma non è questo che significa rinunciare a noi stessi, prendere la nostra croce e seguire Gesù. Innanzitutto la Bibbia ci dice che questa deve essere una scelta che facciamo consapevolmente. Non è qualcosa che accade e che poi decidiamo di accettare come “sofferenza”, non si tratta semplicemente di circostanze avverse che dobbiamo accettare.

Per un condannato a morte portare la trave della propria croce verso il luogo dell’esecuzione corrispondeva a un’umiliazione pubblica, a un obbligo di sottomissione all’autorità romana che prima disprezzava. Quindi per noi portare la nostra croce significa scegliere di sottometterci alla volontà di Dio in ogni ambito della nostra vita.

Con questo Gesù non ci sta dicendo che la fede da sola non è sufficiente, ci sta semplicemente rivelando in che cosa questa fede consiste. Un esempio concreto lo troviamo alcuni capitoli dopo, quando un giovane ricco si avvicina a Gesù chiedendogli cosa dovesse fare per ereditare la vita eterna:

Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente perché aveva molti beni. (Marco 10:21-22)

Gesù ci chiama e ci sfida a sottometterci alla sua volontà, ma la decisione se facciamo o no ciò che lui ci chiede è nostra. Gesù chiama ogni persona a seguirlo. Così come ha chiamato i suoi discepoli e come ha chiamato il giovane ricco chiama o ha già chiamato anche te. Per il giovane ricco seguire Gesù avrebbe significato dapprima vendere tutto.

Cosa significa concretamente per te seguire Gesù? Cosa significa per te rinunciare alla tua volontà e accettare la sofferenza per seguire Gesù? Quando hai iniziato per la prima volta a seguire Gesù, eri consapevole di cosa avrebbe potuto significare per te e la tua vita? Ne sei consapevole oggi e sei disposto a farlo?

Vivere in questo mondo pur non essendo di questo mondo non è per niente facile. Ci troviamo a dover rinunciare a noi stessi, alla nostra volontà che si oppone con tutte le sue forze alla volontà di Dio e che si ribella al pensiero di riporre tutta la nostra fiducia in Cristo.

Se lo facciamo riceviamo però la forza che viene dall’alto, potremo contare sull’aiuto dello Spirito Santo e riceveremo tutto il necessario per affrontare le prove e le sfide che il Signore ha preparato per noi. Gesù non chiama persone che già hanno tutto sotto controllo a seguirlo. Chiama persone ordinarie, con debolezze e difetti come te e me, e la sua promessa è:

Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga. (Giovanni 15:16a)

Chi porta nel cuore il sincero desiderio di percorrere il cammino della vita a cui Dio lo ha chiamato, può rallegrarsi. Perché Dio non abbandonerà mai chi lo segue con sincerità.

La nostra responsabilità verso le prossime generazioni

«Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà. E che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua? Infatti che darebbe l’uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli». (Marco 8:35-38)

Gesù indica un altro valido motivo per scegliere di seguirlo con tutte le conseguenze: chi è orientato a trovare il senso della sua vita in questo mondo perderà la vita eterna. Chi invece capisce che la vita terrena è solo secondaria troverà la vita eterna per la grazia di Dio. Dio ci lascia la scelta. Ogni discepolo di Gesù Cristo deve fondamentalmente scegliere se vuole fare della vita terrena o di quella eterna la sua meta finale.

Molti cristiani sono sorpresi quando si rendono conto che vivere la vita cristiana significa anche duro lavoro o quando Gesù chiede loro di fare cose difficili. Non era così che si erano immaginati la vita con Dio. Dicono: “Gesù dovrebbe essere qui per renderci la vita più facile, non più difficile!”

Se andiamo avanti così ci ritroveremo con sempre meno cristiani disposti a restare fedeli anche in matrimoni difficili, a rinunciare a una carriera promettente perché Gesù li chiama a servirlo, a donare a Dio il proprio denaro e il proprio tempo dovendo magari adattare il loro stile di vita per riuscirci, a dire di no a qualsiasi tipo di sessualità al di fuori del matrimonio o in generale a dire di no al peccato.

Vogliamo veramente assumerci la responsabilità di aver cresciuto una generazione di cristiani che si vergogna di Cristo e delle sue parole? Una generazione di cristiani non più disposti a rinunciare a loro stessi per seguire Gesù come lo hanno fatto generazioni di cristiani prima di loro?

Che ne sarà di loro quando si troveranno a dover affrontare difficoltà, sofferenza o persecuzione? Se non chiediamo alle persone di obbedire ai comandamenti di Gesù riguardo all’evangelizzazione, alla vita matrimoniale, alle finanze, alla sessualità o all’etico del lavoro, avremo (involontariamente) messo a rischio la loro salvezza.

Sono convinto che Dio ha molto da dire agli ansiosi, ai depressi, agli arrabbiati, agli afflitti, ai confusi, ai disprezzati e a tutti gli scontenti che confidano in lui. Ma la rivelazione di Dio non riguarda principalmente la liberazione da tutte queste sofferenze. Gesù non è venuto al mondo per salvarci dalla nostra tristezza – bensì dal nostro peccato.

Gesù disse ai suoi discepoli:

Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. (Giovanni 8:31b-32)

Il paradosso è che raggiungiamo la salute emotiva quando la ricerchiamo indirettamente, quando “cerchiamo prima il regno di Dio” (Matteo 6:33). L’uomo veramente felice cerca Dio nella sua Parola, per lui vale poi la promessa:

Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà. (Salmo 1:3)

In Marco 8 Gesù ha chiarito che questa è l’autentica vita cristiana, la vita che tutti coloro che lo seguono devono accettare volentieri: accettare la rinuncia e la sofferenza con la buona intenzione di assomigliare sempre più a Gesù, indirizzando in questo modo sempre più persone verso di lui.

Rendi anche tu più plausibile questa vita alle prossime generazioni di cristiani, assicurandoti di accettarla tu stesso. Allora si che avrai salvato la tua vita, sarà allora che sperimenterai la vita in abbondanza che Gesù ha guadagnato a caro prezzo soffrendo, morendo e risuscitando per noi.

Amen

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