di Daniele Scarabel

State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: “Mi pento”, perdonalo.  (Luca 17:3-4)

L’anno scorso, durante il corso “Libertà in Cristo”, abbiamo parlato molto del perdono e della necessità di perdonare per il nostro bene. Oggi vorrei però un po’ provocarvi chiedendovi: e se stessimo pretendendo da noi stessi e dagli altri qualcosa che Dio nemmeno ci chiede di fare? Mi spiego.

Sebbene sia vero, buono e giusto che per il nostro bene dovremmo lasciare andare la nostra rabbia per un’offesa subita e permettere a Dio di curare le nostre ferite, lasciando a lui la vendetta, come credenti dovremmo andare oltre. Il vero perdono biblico – almeno tra credenti – dovrebbe sempre puntare alla riconciliazione.

Siamo ugualmente ferventi nel chiedere a chi ha peccato, ferito o offeso un fratello di ravvedersi e di chiedere perdono? Quanto spesso chiediamo noi perdono per le ferite e le offese che provochiamo agli altri? Ci impegniamo come chiesa per promuovere la riconciliazione tra fratelli, invece di limitarci a pretendere un perdono unilaterale?

Perché riprendere il fratello che pecca

State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo… (Luca 17:3a)

Il perdono è innanzitutto una questione tra noi e Dio, non dobbiamo per forza andare dall’altra persona per perdonarla. Altrimenti la libertà che Cristo ci offre dalle ferite subite dipenderebbe dall’altro e non potrebbe essere garantita.

Vi ricordate? È come passare vicino a un pescatore ed essere preso all’amo, proprio alla guancia. Non è colpa tua, ma sei legato all’altra persona e fa male. Come ti liberi dal dolore? Lasciando l’amo dove sta? No. Liberandotene! La disponibilità al perdono è proprio uno degli aspetti che dovrebbe differenziarci come cristiani da chi non è credente.

Tuttavia credo che all’interno della chiesa o nel rapporto tra credenti in generale, non dovremmo fermarci a questo aspetto del perdono. Soprattutto se ci troviamo in un rapporto di fiducia e di intimità, come all’interno di un matrimonio tra due credenti, in una famiglia di credenti o nella chiesa, non dovremmo dimenticare che un obiettivo centrale del vero perdono biblico è la ricostruzione di una relazione tra due persone. Per questo Gesù ci esorta a riprendere un fratello che pecca:

Se tuo fratello ha peccato contro di te, va e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello. (Matteo 18:15)

Se noi confrontiamo un fratello con il suo peccato, gli diamo la possibilità di rendersi conto di aver sbagliato e di ravvedersi. Una volta informato della sua colpa, è il fratello a doversi assumere la responsabilità del pentimento. In altre parole, quando quella persona si ravvede, il perdono è il passo successivo.

Convincersi troppo velocemente della necessità di perdonare, senza aver nemmeno provato a confrontare chi ha peccato contro di noi, può essere comodo, ma non è ciò che la Bibbia ci chiede di fare. Quante volte ti sei magari detto: “lasciamo stare, non ha senso confrontare il fratello; non ne vale la pena, si vanno a creare solo nuovi conflitti e ad aprire vecchie ferite”. Hai mai pensato che in realtà si tratta di un atteggiamento non biblico?

Perché siamo restii nel riprendere chi pecca contro di noi? Forse vogliamo semplicemente rimanere amareggiati, o forse vogliamo vendicarci evitando di avere ancora rapporti con chi ci ha fatto del male. Può anche darsi che temiamo di non essere presi sul serio o di venire ulteriormente feriti. Oppure abbiamo paura del conflitto e della confrontazione, o ci giustifichiamo col fatto che forse in parte era anche colpa nostra…

È vero che in alcuni casi di gravi abusi fisici, emotivi o spirituali, affrontare chi ha peccato contro di noi potrebbe causare ulteriori maltrattamenti, quindi cerchiamo comprensibilmente di metterci al sicuro e di proteggere noi stessi. Potremmo avere dapprima bisogno di aiuto per riprenderci dalle ferite subite o per fermare la persona che sta abusando di noi.

A volte non siamo in grado di affrontare da soli la persona che ci ha fatto del male ed è giusto cercare aiuto e sostegno. E qui abbiamo tutti una responsabilità, sia nei confronti della vittima, sia nei confronti del fratello che ha peccato. Gesù dice:

Ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. (Matteo 18:16)

Attenti però, riprendere un fratello che pecca contro di noi non significa attaccarlo pretendendo il suo ravvedimento. L’obiettivo è di “vincere il fratello” per riconciliarci con lui, non di perseguitarlo. Se cerchiamo di ristabilire una relazione tra noi e un altro credente, non dobbiamo mai dimenticare che stiamo collaborando con Dio in questo intento.

Il verbo “riprendere” deriva dal greco epitimao, che in questo caso significa parlare francamente, onestamente e gentilmente a qualcuno spiegandogli come mai pensiamo che ci abbia fatto un torto. Non significa che devi parlargli come se fosse un diavolo, ma solo che devi affrontarlo direttamente e onestamente.

Possiamo e dobbiamo aspettarci che lo Spirito Santo agisca, sia in noi per darci la forza per perdonare, sia nell’altro per spingerlo al ravvedimento. Tutto questo processo richiede molta preghiera, sia per capire quand’è il momento giusto per confrontare qualcuno con il suo peccato, sia per capire bene come farlo.

Vorrei comunque chiederti: quand’è l’ultima volta che hai confrontato un fratello con ciò che ti ha fatto? Chiedi al Signore ti mostrarti se ci sono delle persone in chiesa con le quali non sei riconciliato e prova a chiederti perché hai magari preferito far finta di niente o rinunciare al conflitto. Era giustificato? Hai fatto tutto il possibile per quanto ti riguarda?

Il vero perdono porta alla riconciliazione

…e se si ravvede, perdonalo. (Luca 17:3b)

Quante volte ti è capitato di leggere questo versetto e di non considerare questa sottile ma importante condizione per poter veramente perdonare qualcuno? Se da una parte è vero che non è biblico restare amareggiati o perseverare in un desiderio di vendetta, è altrettanto poco biblico “perdonare” e “dimenticare” l’offesa subita, facendo semplicemente finta di niente.

Se non ricerchiamo il pentimento del fratello che ha peccato contro di noi e non puntiamo alla riconciliazione, la conseguenza a lungo termine sarà un enorme impoverimento delle nostre relazioni fraterne.

In noi crescerà l’amarezza e la convinzione che anche in chiesa le cose funzionano come nel mondo, ci sentiremo magari pure confermati nel nostro vittimismo. Così facendo priviamo però magari il fratello che ha peccato contro di noi della possibilità di ravvedersi e di ricevere il perdono.

In queste parole di Gesù troviamo però anche un altro insegnamento molto importante: chi ha peccato ha la grande responsabilità di ravvedersi e di chiedere perdono. Quand’è l’ultima volta che ti sei sinceramente pentito per aver fatto del male a qualcuno o per averlo ferito con le tue azioni o le tue parole? Quand’è l’ultima volta che hai chiesto perdono? C’è qualcuno in chiesa, in famiglia o in generale nella tua vita al quale dovresti ancora chiedere perdono?

Se ci definiamo cristiani, non possiamo far finta di niente e lasciare che cresca semplicemente erba sopra i nostri peccati o abusare di frasi bibliche come “l’amore copre una gran quantità di peccati” (1 Pietro 4:8).

Abbiamo tutti sensibilità diverse. A volte ci rendiamo conto di aver veramente ferito qualcuno, altre volte invece pensiamo solo: “ma quanto è sensibile quella persona”. Io ad esempio so che con le battute che faccio tendo ad offendere gli altri, spesso senza rendermene conto. È comunque mia responsabilità ravvedermi e chiedere perdono.

L’Apostolo Paolo scrive ai Colossesi:

Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. (Colossesi 3:13)

Com’è che ci ha perdonati il Signore? Dio perdona forse chi non si pente? Il perdono di Dio è a disposizione di chiunque si appelli alla sua misericordia, ma l’appello include il riconoscimento dei propri peccati:

Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. (1 Giovanni 1:9)

Poiché nemmeno Dio perdona chi non si pente, perché dovremmo aspettarci di poterlo fare noi? O perché dovremmo aspettarci che qualcuno ci perdoni senza che abbiamo mostrato segni di ravvedimento o che ci siamo assunti la responsabilità per la nostra parte di colpa?

Il ravvedimento è importante perché è l’unica speranza per un vero cambiamento. Se non ammettiamo il nostro peccato, non possiamo aspettarci che lo Spirto Santo operi in noi e ci trasformi a immagine di Cristo. Se non siamo profondamente consapevoli che il peccato è entrato nella nostra vita, non vedremo la necessità di cambiare qualcosa. Continueremo a ferire e a fare del male agli altri.

Certo, noi possiamo decidere di concedere grazia a chi ha peccato contro di noi. Ma questo “perdono” unilaterale non è nel nostro migliore interesse e non è neppure nell’interesse della persona che ci ha fatto del male. Sminuisce il significato e l’importanza del ravvedimento e priva sia chi ha peccato, sia noi della possibilità di crescere in Cristo.

E se l’altro non si pente?

Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: “Mi pento”, perdonalo. (Luca 17:4)

Lo scopo ultimo del perdono è il ripristino di una relazione. Per questo Gesù ci chiede di perdonare sempre e sempre di nuovo il fratello che si ravvede. Ma cosa fare se colui che mi ha fatto del male non si pente? Per esempio se l’altra persona si rifiuta di riconoscere che ci ha fatto un torto, o se addirittura si spinge oltre dando a noi la colpa, come se dovessimo scusarci noi con lei invece che viceversa! Oppure se ci rendiamo conto che in realtà il suo pentimento non è sincero o è solo superficiale.

Come abbiamo visto prima, non possiamo pretendere di vivere un sano rapporto di fiducia con un fratello che si indurisce in tal modo nei nostri confronti. Se si preoccupa così poco di quanto male ci ha fatto, allora la relazione che pretende di voler avere con noi non potrà che essere una farsa.

Senza il pentimento dell’altro, noi possiamo anche aver fatto la nostra parte nel processo del perdono, ma resta il problema di non riuscire ad andare veramente fino in fondo, fino alla riconciliazione.

Il fatto è che tendiamo a confondere questo atto con il vero perdono, anche se in realtà questa è solo la nostra parte nel processo che porta alla riconciliazione, che non può avvenire senza ravvedimento (che a volte dipende pure dal nostro “riprendere il fratello”).

A volte la riconciliazione sfugge al nostro controllo. In questo caso vale:

Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. (Romani 12:18)

Non possiamo costringere nessuno a vivere in pace con noi, ma possiamo provare a portare l’altro al ravvedimento, lasciando poi il resto nelle mani di Dio. In pratica lo possiamo fare dicendo: “Signore, non voglio più portare questo peso. Io scelgo di fare la mia parte rimettendo ogni cosa nelle tue mani e mi affido alla tua giustizia”.

Questa è certamente l’opzione meno desiderabile rispetto al perdono completo che porta alla riconciliazione, ma è l’opzione migliore rispetto al restare schiavi dell’amarezza o del desiderio di vendetta. Possiamo consegnare tutto nelle mani di Dio, rimanendo pronti a riconciliarci se l’occasione dovesse arrivare in un secondo momento.

L’opzione del “perdono unilaterale” è anche utile quando ci troviamo di fronte a ferite minori che potremmo non considerare peccati veri e propri, o con persone con cui non siamo in stretto contatto (estranei). Per esempio, un automobilista spericolato che ci ruba la precedenza potrebbe provocare in noi rabbia e metterci di cattivo umore o qualcuno con il quale abbiamo a che fare per lavoro potrebbe offenderci con le sue parole.

In questi casi, pur senza fingere che tutto vada bene, possiamo portare la nostra rabbia a Dio in modo da non doverla riversare sull’altra persona. Portare le offese e le ferite subite a Dio è un buon modo per liberarsene “e la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Filippesi 4:7)

Le nostre responsabilità

Riassumendo possiamo dire che abbiamo almeno due responsabilità come cristiani:

  1. Quando facciamo del male agli altri, abbiamo il dovere di ravvederci scusandoci con loro. È così che ci assumiamo la responsabilità dei nostri peccati e rimaniamo in relazione con gli altri. Dobbiamo desiderare il loro perdono, pagandone però il prezzo con il nostro sincero pentimento. Non per meritarci il perdono, ma per essere nella posizione giusta per riceverlo e per riconquistare la loro fiducia.
  2. Quando gli altri fanno del male a noi, dobbiamo fare ciò che dipende da noi per riconciliarci con loro. Se non vengono spontaneamente da noi chiedendoci perdono, allora dobbiamo fare noi un passo verso di loro per “riprenderli”. Se dovessero ravvedersi è nostro dovere perdonarli, mostrando la nostra disponibilità a continuare il rapporto. Questo è il nostro prezzo da pagare per la riconciliazione.

Amen

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