Oggi continuiamo ad analizzare 10 errori da evitare se vogliamo proseguire nel nostro cammino di fede. Domenica scorsa abbiamo visto i primi 5 errori da evitare, che sono:

  1. Porsi obiettivi sbagliati
  2. Avere paura di fallire
  3. Nutrirsi in modo sbagliato
  4. Dare corda allo sconforto
  5. Confondere le cadute con la sconfitte

Se non avete avuto modo di seguire lo scorso messaggio, lo potete rivedere sul nostro canale youTube o leggerlo direttamente dal nostro sito.
Oggi voglio proseguire presentandovi gli ultimi 5 errori da evitare se vogliamo proseguire sul nostro cammino di fede. Perciò i punti che vanno da 6 a 10.

6. Credere di essere soli

Come ho già spiegato la scorsa volta, alcuni mesi fà ho cominciato a correre. Conoscendomi, sapevo che una delle mie più grandi difficoltà sarebbe stata la motivazione e la costanza, infatti temevo che già dopo una settimana avrei rinunciato. Così ho pensato di condividere questo obiettivo con altre persone, in particolare con persone che già corrono e che perciò hanno più esperienza di me in questo campo. E tutte queste persone mi hanno aiutato molto, mi hanno dato dei consigli, mi hanno incoraggiato a non mollare, delle volte sono anche venuti con me a correre, oppure mi hanno semplicemente chiesto di tanto in tanto, come stesse andando la mia corsa. Perciò, anche se quando vado a correre sono le mie gambe che devono muoversi e sono io che devo giungere alla meta, questo però non significa che sono completamente solo nella mia corsa.

La stessa cosa vale per il nostro cammino di fede, pensare di essere soli è un errore molto grave. La Bibbia ci parla chiaramente della chiesa come di un corpo composto da più parti, ma che insieme progredisce e cresce verso un obiettivo. A questo proposito c’è un passo che mi colpisce molto, si trova nella lettera agli Efesini. Qui l’Apostolo Paolo pronuncia delle benedizioni per i credenti di Efeso. In queste benedizioni ad un certo punto esprime il desiderio che questi credenti siano «…capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef. 3:18-19). Per Paolo, abbracciare l’amore di Cristo nella sua totalità, è qualcosa che si può fare unicamente insieme agli altri. Se vuoi crescere nel cammino di fede, hai bisogno degli altri credenti, anche quelli che non sopporti. Tu non puoi fare tutto da solo o da sola, perché Dio ha previsto che il credente sia inserito all’interno di una comunità, attraverso la quale può sperimentare l’amore, il perdono, può sperimentare il conflitto e imparare attraverso di esso a smussare il proprio orgoglio, i propri difetti. È normale che all’interno della chiesa non abbiamo lo stesso rapporto con tutti, ma la cosa importante è che non ci isoliamo perché questo rallenterá enormemente la nostra corsa.

Un consiglio che voglio darti è quello di trovare un altro credente maturo, di cui ti fidi, con il quale ti senti libero di poter condividere le tue esperienze di fede, così da poter ricevere incoraggiamento e consigli utili. Questo può valere anche per le coppie, avere altre coppie con le quali discutere e confrontarsi sui propri problemi e difficoltà, può essere molto edificante. Voglio incoraggiarti a riflettere su questo aspetto. Se non hai nessuno con cui avere questo confronto, prova a fare una lista di possibili persone che potrebbero essere adatte, e poi semplicemente prova a chiedere. Capisco che questo vuol dire rendersi vulnerabili, è difficile, ma nella chiesa siamo tutti vulnerabili, chi non lo è, semplicemente lo nasconde.

Questo tempo di coronavirus, forse è proprio un ottimo momento per iniziare una relazione di amicizia di questo tipo, perché molte delle difficoltà che stiamo vivendo sono in comune con quelle degli altri e oltretutto abbiamo imparato molto bene ad usare internet, perciò con un click, possiamo chiacchierare con qualcuno guardandolo in faccia. Possiamo condividere le nostre difficoltà reciproche e pregare gli uni per gli altri. Tu non sei solo o sola, c’è un’intera chiesa che come te sta affrontando delle difficoltà e come te ha bisogno di ascolto e incoraggiamento, e se pensi di non avere bisogno di queste persone, beh, sappi che ti stai sbagliando.

Capisco però che ci possano essere dei momenti della nostra vita, nei quali ci sentiamo, o effettivamente siamo, veramente soli nell’affrontare delle difficoltà. Ma anche in queste occasioni, non dimenticare che quando Gesù è salito al Padre, si è preoccupato di mandarci un altro consolatore, qualcuno che stesse con noi per sempre, lo Spirito Santo. E lo Spirito Santo non è semplicemente un concetto astratto, ma una persona che vive nel credente e lo incoraggia, lo sostiene, lo guida, lo corregge, lo equipaggia di tutto ciò di cui ha bisogno. Però lo spazio che lo Spirito Santo ha nella nostra vita, dipende da quanto noi glie ne lasciamo, perché Lui è dolce nel suo modo di parlare con noi, e noi dobbiamo imparare ad essere sensibili alla sua voce.

Non cadiamo perciò nell’errore di credere di essere soli sul nostro cammino di fede, perché non lo siamo affatto. Abbiamo un’intera comunità attorno a noi e in più abbiamo Dio stesso con noi e in noi.

7. Scaricare le responsabilità

Se nel punto precedente ho voluto mettere l’attenzione sul fatto che la nostra corsa non è in solitudine, adesso voglio però rendere chiaro che nessuno può correre al posto tuo. Nessuno, all’infuori di te, è responsabile per la tua mancanza di progresso nella fede.
Se c’è una cosa che ho imparato da quando vado a correre, è che sono io a dover muovere le gambe, nessuno può farlo al posto mio. Ed ho anche scoperto, che quando non ho voglia di andare a correre, trovo sempre delle scuse valide per non farlo. Credo che anche voi potete trovare degli ambiti della vostra vita, nei quali questo è vero. Stranamente per certe cose abbiamo sempre il tempo, ma per altre non ne abbiamo mai.

Tutto dipende a cosa decidiamo di dare la priorità, a che cosa decidiamo di dare importanza nella nostra vita. Mi è capitato spesso di vedere credenti incolpare tutti gli altri, per i loro problemi o le loro frustrazioni, piuttosto che guardare a se stessi ed affrontare i propri problemi, le proprie difficoltà o le proprie mancanze. Anche io l’ho fatto spesso e ci ricasco sempre e di nuovo. Si tratta di una tendenza umana che ci portiamo dietro dal giardino dell’eden. Adamo, per la sua disubbidienza, si giustifica davanti a Dio dicendo, leggo in Genesi 3:12 «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato». Adamo per la sua disubbidienza incolpa la donna e incolpa addirittura Dio per avergliela messa a fianco. La donna invece, come risponde alle accuse? «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato» (Gen. 3:13). Vedete? Ognuno scarica la propria responsabilità sull’altro, e nella chiesa esiste una persona per eccellenza sulla quale scaricare le proprie responsabilità, e questa persona è il Pastore:

«È lui che non mi ha supportato abbastanza nei miei problemi!»
«Ma gliene hai parlato?»
«No, ma dovrebbe arrivarci da solo»
«E come?»

Sembra che molti sappiano esattamente cosa dovrebbe fare e come dovrebbe comportarsi un pastore, ma la vera domanda che bisognerebbe porsi è quali sono le proprie responsabilità e in che modo le stiamo affrontando invece di cercare qualcuno da incolpare per le nostre di mancanze. Qualcuno a cui puntare il dito così da sentirci sollevati dal senso di colpa. Questo gioco è molto pericoloso, perché i nostri problemi ci seguiranno anche se cambiamo pastore, le nostre mancanze saranno lì anche se decidiamo di andare dall’altra parte del mondo.
Per anni ho giocato a questo sporco gioco, fino a quando non ho deciso di guardare dentro me stesso ed ho cercato di capire ed affrontare quello che non va in me. E a quel punto mi sono dovuto pentire di tutte le accuse che avevo rivolto al mio pastore.
I pastori sbagliano? Certo, alla grande! Ma questo è un problema che riguarda loro, tu sei chiamato a sostenerlo, a incoraggiarlo, come abbiamo visto nel punto precedente.

Non assumersi le proprie responsabilità, equivale ad andare a correre ed ignorare tutti i suggerimenti che ti vengono dati dall’allenatore, dagli amici, dai familiari e fare tutto di testa propria. E poi, alla fine, quando le cose non funzionano, incolpare loro per il nostro insuccesso.

Il mio consiglio è quello di guardare dentro a se stessi e chiederci se lì non c’è del rancore irrisolto verso qualcuno. Proviamo a chiederci se forse stiamo attribuendo delle colpe ad altri unicamente perché le cose nella nostra vita non sono andate come noi avremmo voluto, o forse perché cerchiamo di trovare un responsabile a qualcosa che ci rende tristi, o a delle aspettative disattese. Ecco, se trovi queste cose, prova a pensare a quale è la tua responsabilità, prova a pensare se la persona che stai incolpando ha veramente tutta quella colpa. Ma soprattutto, prova a pensare cosa tu puoi fare per risolvere questa situazione, perché fino a che non lo farai, sarà come correre con un grosso sasso attaccato al piede, sarà davvero dura andare avanti.

8. Voler essere i primi

Dove sta il problema nel voler essere i primi? In fondo non stiamo forse parlando di una gara? Bhé, non proprio.

Quando l’Apostolo Paolo parla della fede, come di una corsa, ad un certo punto dice «Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede» (2 Tim. 4:7). La corsa della nostra fede, di cui ci parla la Bibbia, non è una corsa a chi arriva prima, non siamo in competizione con altri, ma con noi stessi. Si tratta di una corsa nella quale lungo il tragitto dobbiamo superare sfide che hanno a che vedere con il nostro orgoglio, con le nostre paure, con i nostri pensieri sbagliati, e la vittoria non consiste nell’essere stati migliori di altri, ma, come dice Paolo, nell’aver conservato la fede. O detto in altre parole, essere ancora con Gesù, malgrado tutto. La vittoria è portare a termine la corsa, non arrivare prima degli altri. Spesso invece, è triste constatare che anche all’interno della chiese nascano delle battaglie dove ognuno vuole prevalere sull’altro. O basta aprire Facebook per trovare pagine dove i credenti non fanno altro che litigare su questioni teologiche. Ma questo non è nulla di nuovo, questi conflitti li troviamo già nella prima lettera ai Corinzi, dove Paolo riprende l’atteggiamento divisorio dei credenti. Se vogliamo perdere tempo nel nostro percorso di fede, beh sappiate che questo è uno dei modi migliori. Perché significa investire il nostro tempo e risorse per dimostrare cosa non va bene negli altri invece di investirlo per favorire il nostro sviluppo. Ma perché le persone sono così tentate a commettere questo errore? Perché parlare delle mancanze altrui, o dimostrare che il proprio punto di vista è migliore, più fedele alla verità, ci da l’errata sensazione di stare correndo bene. Eppure la nostra gara non è contro le altre persone, ma contro noi stessi. C’è una sola gara che dobbiamo combattere contro le altre persone, e la troviamo nella lettera ai Romani al capitolo 12 versetto 10 «…Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente» o come dice un’altra traduzione «…gareggiate nello stimarvi a vicenda» (C.E.I).

Già i discepoli di Gesù avevano questa tendenza, in Luca 9:46 leggiamo che addirittura discutevano «…su chi di loro fosse il più grande» e Gesù per far comprendere loro la follia di questi discorsi, ha preso un bambino come esempio, ed ha detto che il più piccolo tra di loro, quello sarebbe stato il più grande (vv. 46-48). Impariamo perciò piuttosto ad essere umili, a favorire la crescita degli altri, a fare del bene ai nostri fratelli perché non siamo in competizione, al contrario, gioiamo dei loro successi, incoraggiamo i nostri fratelli a lasciarsi usare da Dio, diamo loro fiducia come Dio l’ha data a noi.

9. Non prendersi il tempo per riposare

Quando ho cominciato a praticare la corsa, ero così entusiasta che uscivo quasi tutte le sere a correre. Anche se diverse persone mi dicevano di non esagerare, e infatti avevano ragione. Perché il mio corpo aveva bisogno sia di abituarsi a questa nuova condizione, ma anche e soprattutto, di riprendersi, di recuperare le energie. Non lasciando i tempi giusti al mio corpo, sono arrivato al punto che andavo a correre, ma non riuscivo a rendere perché stavo accumulando fatica, stanchezza, senza dare tempo al mio corpo di riprendersi.

Questo è fondamentale che impariamo a farlo nel nostro cammino di fede, dobbiamo imparare a prenderci il tempo per riposare e recuperare le energie. A questo proposito c’è un episodio interessante nel vangelo di Marco dove gli Apostoli vanno da Gesù e gli riferiscono le cose incredibili che avevano fatto, e Gesù gli dice, al capitolo 6 versetto 31 «Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». In questa scena mi immagino i discepoli pieni di entusiasmo che con foga raccontano a Gesù le cose che hanno fatto, con quella eccitazione che ha qualcuno che sperimenta qualcosa di nuovo e meraviglioso nella propria vita. E dall’altra parte c’è Gesù che li ascolta, ma soprattutto che pensa al loro benessere, infatti si rendo conto che gli Apostoli avevano innanzitutto bisogno di riposarsi. Perciò li porta in un posto tranquillo, lontani dalle distrazioni.

Soprattutto quando si è giovani, si ha la tendenza a sottovalutare questo aspetto, perché si è pieni di energia. Ma la mancanza di riposo può alla lunga diventare problematica. Lo sanno molto bene i genitori di figli piccoli. Quando non riesci a dormire per tante notti di fila, diventi nervoso, irascibile, demotivato. Fai fatica a vedere le cose con chiarezza e l’unica cosa che questa stanchezza ti porta a pensare è di lasciar perdere tutto, di non essere in grado di proseguire. Ma tante volte dopo una bella dormita ristoratrice, il nostro punto di vista cambia. Dobbiamo imparare come credenti a prenderci cura di noi stessi e della nostra relazione con Dio. Dio tiene a noi, ci ama, per lui non siamo solo degli strumenti da spremere fino a quando non c’è dentro più niente, come fanno molte grandi aziende, che spremono i loro dipendenti fino a mandarli in burnout. Questo non è sano e se senti sempre addosso quest’angoscia di dovere fare cose per Dio, sappi che è un sentimento sbagliato. Dio vuole che tu ti riposi, che ti prenda cura di te stesso, o te stessa, che coltivi la tua relazione con lui, e perché no, che coltivi anche le tue passioni. Solo In questo modo sarai poi in grado di dare anche agli altri con gioia e amore, se invece non ti prendi il tempo per riposare, finirai con il fare le cose per Dio con malavoglia ed essere una cattiva testimonianza.

10. Credere che la corsa sia il fine

All’inizio di questo messaggio, vi ho detto che da alcuni mesi vado a correre, ma perché ho iniziato a correre? Che cosa mi ha spinto? Il motivo era quello di fare dell’attività motoria per perdere peso e sfogarmi fisicamente, dal momento che nel mio lavoro passo la gran parte del tempo seduto davanti ad un computer.
Così ho iniziato con questo obiettivo, ma poi, quando ho detto ai miei amici che sarei stato in grado di battere i loro tempi di percorrenza, come ho spiegato nella scorsa predica, ecco che ho cominciato a concentrarmi di più sui tempi e le prestazioni. Ho perciò perso di vista l’obiettivo originale.
E così è successo qualcosa di particolare, che ho cominciato a correre solo per migliorare i miei tempi, e quando non riuscivo a raggiungere quanto mi ero prefissato, mi sentivo deluso e frustrato. Così un giorno, prima di uscire a correre, stavo già facendo tutti i calcoli di quanti minuti dovevo impiegare per fare un determinato tratto, quale andamento dovevo mantenere, ecc ecc. E ad un certo punto mi sono detto: basta! Adesso esco e corro perché questo mi fa bene, chi se ne frega del tempo che impiegherò, ci metto quanto serve. E quando sono tornato a casa ero felice, perché mi ero sfogato ed avevo fatto dell’attività fisica. Avevo perciò raggiunto i due obiettivi principali che mi ero prefissato inizialmente.

Applicato alla fede, questo cosa significa? Significa che non dovete concentrarvi sulle vostre prestazioni, ma sull’obiettivo finale, ovvero portare a termine la corsa.

C’è un episodio, nel vangelo di Luca, nel quale Gesù manda in missione 70 discepoli, e nel momento in cui questi tornano da Gesù, sono pieni di entusiasmo, e cominciano a raccontare gli incredibili miracoli che hanno compiuto, ma Gesù tiene a precisare qualcosa, Luca 10:20 «…non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Vedete, tutto ciò che facciamo passerà, questa stessa predica in poco tempo verrà dimenticata da tutti, ma quello che conta sono i frutti eterni, ciò che conta per davvero è ciò che non possiamo perdere, la vita eterna, o come dice Gesù, il fatto che i nostri nomi sono scritti nei cieli. Afferrare Cristo ed essere da Lui afferrati, è ciò che conta per davvero. Tutte le attività di chiesa sono sicuramente importanti ma non sono il fine della nostra corsa come Cristiani. Come dice il Vangelo di Giovanni al capitolo 17 versetto 3 «Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo». A questo serve la nostra corsa nella fede, man mano che progrediamo impariamo sempre di più ad essere uniti a Dio, impariamo a vivere nella sua grazia, a fare affidamento sulle sue forze invece che sulle nostre. Dio è lì, che ci aspetta alla fine del traguardo con le braccia aperte, come un buon padre che vuole solo abbracciare il figlio e dirgli quanto è fiero di lui.

Quando nel tuo cammino di fede sei scoraggiato o scoraggiata, chiudi gli occhi e pensa a questa immagine: il Padre ti sta aspettando a braccia aperte, lui fa il tifo per te. Voglio invitarvi a farlo adesso, chiudi gli occhi per un momento, lascia la presa da tutte le tue ambizioni, le tue aspettative, i tuoi programmi, i tuoi impegni, e immagina Dio, il Padre, che viene verso di te a braccia aperte. Abbraccialo, stringilo, lasciati andare, se hai bisogno piangi fra le sue braccia, esprimi la tua tristezza, il tuo dolore, oppure la tua gioia, il tuo senso di gratitudine. Ricorda che Dio non ti giudica, ma ti accoglie!

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