Di Daniele Scarabel

La mia carne e il mio cuore possono venir meno, ma Dio è la ròcca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno. Poiché, ecco, quelli che s’allontanano da te periranno; tu distruggi chiunque ti tradisce e ti abbandona. Ma quanto a me, il mio bene è stare unito a Dio; io ho fatto del Signore, di Dio, il mio rifugio, per raccontare, o Dio, tutte le opere tue. (Salmo 73:26-28)

Domenica scorsa abbiamo visto come Asaf, dopo aver ricercato soddisfazione in ciò che il mondo ha da offrire, dopo aver invidiato chi vive senza Dio e dopo esser stato amareggiato nei confronti di Dio, ha riscoperto come l’unico in cui può trovare vera soddisfazione è Dio stesso. Il dono più grande che Dio ci ha fatto è infatti il privilegio di poterlo conoscere personalmente e intimamente.

La cosa più importante nella nostra vita è conoscere Dio sempre meglio, in modo da poterlo amare con tutto il nostro essere, con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutta la nostra mente. Niente di più e niente di meno. Da soli non possiamo riuscirci, ma abbiamo la forza dello Spirito Santo che agisce in noi, per maturare in questa direzione.

Anche Asaf ha sentito l’azione dello Spirito di Dio nel suo cuore e questo lo ha spinto a riporre nuovamente la sua fiducia incondizionata unicamente in Dio.

Dio, la Rocca del mio cuore

La mia carne e il mio cuore possono venir meno, Dio è la ròcca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno.  (Salmo 73:26)

Con le parole “La mia carne e il mio cuore possono venir meno” non è chiaro se Asaf si riferisca alla debolezza del corpo nella vecchiaia, oppure alle conseguenze fisiche della sua depressione, che l’hanno quasi portato alla morte. Entrambe le interpretazioni sono possibili.

Chiunque ha già attraversato una depressione sa, come anche il corpo ne soffre. Le forze vengono a mancare, la voglia di vivere pure. Forse aveva anche avuto problemi di cuore e i suoi nervi erano stati strapazzati oltre ogni limite.

Chi è giovane non riesce magari ad immaginare che cosa significhi sentire che il proprio corpo, che un tempo ci portava dappertutto e che era una macchina ad alto rendimento, alla quale anche poche ore di sonno bastavano per andare avanti per settimane, a poco a poco perde forza. Anch’io non avrei mai pensato che a 42 anni il mio corpo avrebbe già iniziato a dare evidenti segni di cedimento, quindi non oso pensare a chi di voi ne ha 60, 70 o 80.

Questo non significa che dobbiamo aspettare di cadere in depressione o di arrivare a 80 o 90 anni per imparare a confidare solo nel Signore e non nelle nostre forze. È meglio se lo impariamo già adesso. Riesci a dire: “Dio è la ròcca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno”, succeda quel che succeda?

Dio è la rocca del mio cuore. Alcune Bibbie traducono rocca con forza. Questo è il significato di queste parole: Sarà Dio a sostenere il mio cuore, a darmi forza. Nel Salmo 84 leggiamo:

Perché Dio, il SIGNORE, è sole e scudo; il SIGNORE concederà grazia e gloria. Egli non rifiuterà di far del bene a quelli che camminano rettamente. (Salmo 84:11)

Dio è la nostra rocca, la nostra fortezza, il nostro rifugio. Dio è il fondamento della nostra vita, che non vacillerà mai. Non possiamo ringraziare a sufficienza Dio se ci rendiamo conto che è Lui stesso a tenerci. In molti versetti dell’Antico Testamento Dio è paragonato a una rocca. Nel Salmo 18 leggiamo:

Poiché chi è Dio all’infuori del SIGNORE? E chi è Ròcca all’infuori del nostro Dio. (Salmo 18:32)

E in 1 Samuele sta scritto:

Nessuno è santo come il SIGNORE, poiché non c’è altro Dio all’infuori di te; e non c’è ròcca pari al nostro Dio. (1 Samuele 2:2)

Anche nel Nuovo Testamento troviamo chiari riferimenti a Cristo come la roccia sulla quale possiamo e dobbiamo edificare la nostra casa. Pensiamo alla parabola delle due case raccontata da Gesù. Dove chi ascolta e mette in pratica le sue parole è paragonato a un uomo avveduto che edifica la sua casa sulla roccia (Matteo 7:24-29).

Inoltre l’Apostolo Paolo scrive agli Efesini:

Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. (Efesini 6:10)

La nostra fedeltà può anche venir meno, possiamo cadere nel peccato, la nostra fede può essere indebolita, ma se stiamo saldi sulla roccia che è Gesù Cristo, non abbiamo nulla da temere. Non abbiamo motivo di confidare nelle nostre forze o capacità, in altre persone o in qualunque altra cosa questo mondo abbia da offrire.

Nel libro “Coronavirus e Cristo” – che vi invito caldamente a leggere – John Piper scrive:

La forza sovrana che potrebbe fermare il coronavirus, eppure non lo fa, è la stessa che sostiene la mia anima nel bel mezzo di questa situazione. (Pag. 22)

Durante questa pandemia, nessuno è capace di consolare le nostre anime come Dio. Il suo conforto è incrollabile, come una Roccia alta e imponente nel mezzo di un mare in tempesta. Possiamo trovare questa consolazione nella sua Parola, la Bibbia. (John Piper – Coronavirus e Cristo; pag. 25)

Non confidare in nessun’altra cosa al di fuori del Signore, Lui è la tua unica garanzia e certezza, che la speranza che tu riponi in Dio non sarà delusa. Succeda quel che succeda. Dio è la nostra rocca che mai vacilla. Lui mantiene la sua promessa.

Stare uniti a Dio

Ma qual è la nostra responsabilità? Alla fine del salmo Asaf afferma di voler adempiere a due responsabilità fondamentali di ogni credente. La prima è di voler stare unito a Dio.

Ma quanto a me, il mio bene è stare unito a Dio. (Salmo 73:28a)

Asaf ha sperimentato in pima persona, che più stava vicino a Dio, meno era tentato e distratto da tutto ciò che era attorno a lui. La sua lunga sofferenza è iniziata, quando a poco a poco e sempre più si è allontanato da Dio.

Se guardo indietro nella mia vita, e questo vale sicuramente anche per te, i momenti migliori della mia vita sono stati quelli in cui ero particolarmente vicino a Dio. Momenti nei quali ho sentito la Sua presenza, quando ho visto e sperimentato le sue benedizioni nella mia vita.

Essere uniti a Dio non è però solo un sentimento, che va e viene senza che riusciamo a spiegarcelo. Non possiamo dire di essere uniti a Dio solo quando ci sentiamo benedetti e tutto nella nostra vita fila liscio. Dire “il mio bene è stare unito a Dio” non significa che devo aspettare e vedere come va, perché tanto poi Dio interverrà quando ne avrò bisogno.

Anch’io a volte desidero una vita più benedetta, più autorità e crescita spirituale, più vittoria sul peccato, più gioia e pace, ma poi devo anche ammettere che è spesso proprio in quei momenti, che non mi sto veramente impegnando a stare unito a Dio. Stare unito a Dio è qualcosa che devo ricercare e praticare attivamente.

In Giacomo 4:8 leggiamo:

Avvicinatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi. Pulite le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! (Giacomo 4:8)

Avvicinarsi a Dio o stare uniti a Lui, non significa altro che ricercare un’intima comunione con Dio, passare tempo con lui, ricercare la Sua presenza, leggere la sua Parola, lodarlo e adorarlo con la nostra vita e le nostre voci e stare lontani dal peccato.

Asaf ha dovuto riconoscere che non era triste perché i malvagi stavano meglio di lui, ma perché in realtà è stato lui ad allontanarsi da Dio. Vorrei osare affermare che la causa principale delle nostre insoddisfazioni come cristiani, è il nostro allontanamento da Dio: non appena ci allontaniamo da Dio, tutto inizia ad andare storto.

Quando sto unito a Dio, ho la certezza che i miei peccati mi sono perdonati e di essere suo amato figlio. Mentre se mi allontano da Lui, inizio a dubitare e la coscienza sporca si fa sentire. Il diavolo riprende ad accusarmi e a farmi credere di non essere degno dell’amore di Dio.

Se tollero peccati, comportamenti e abitudini sbagliate nella mia vita, più tempo passa più mi allontanerò da Dio. Stare vicini a Dio significa essere anche ubbidienti alla sua volontà, perché ogni volta che disubbidiamo a Dio, interrompiamo il nostro contatto con Lui. Grazie a Dio abbiamo la possibilità di ammettere di aver sbagliato e di chiedere perdono, per riavvicinarci a Lui.

Per stare uniti a Dio, dobbiamo anche passare tempo con lui. Curare una relazione con una persona comporta lavoro e impegno. Io mi accorgo, che se Dio diventa solo una tra le tante cose, delle quali mi devo occupare durante la giornata, non posso dire di essere veramente unito a Lui.

È come nel matrimonio. Quando mi accorgo che la relazione con mia moglie non è più così profonda, devo spesso ammettere che è perché non mi sono impegnato abbastanza a curarla. Anche la relazione con Dio non cresce solo passando alcune ore con Lui la domenica mattina.

In tutto ciò non possiamo riuscire da soli. Abbiamo Gesù Cristo al nostro fianco e abbiamo lo Spirito Santo che agisce in noi, se noi gli lasciamo spazio. Non siamo nemmeno fatti per vivere la nostra fede da soli. Se vogliamo stare uniti a Dio, lo dobbiamo fare insieme, abbiamo bisogno di fratelli e sorelle ci sostengono e incoraggiano. Inoltre, più vicini siamo a Dio, meno pretenderemo di ricevere e più desidereremo dare alla chiesa.

Raccontare le opere sue

Il restare saldi su Dio come nostra Rocca ha però anche un altro effetto positivo:

Io ho fatto del Signore, di Dio, il mio rifugio, per raccontare, o Dio, tutte le opere tue. (Salmo 73:28b)

Chi confida in Dio comprenderà sempre meglio come Dio agisce e avrà anche più chiarezza su come dare testimonianza della propria fede.

Nella prima metà del salmo vediamo come Asaf non aveva alcuna intenzione di raccontare a qualcuno le opere di Dio. Era pieno d’invidia e amarezza e non aveva certo intenzione di parlare al mondo dei suoi dubbi. Ha pensato bene di tenere per sé tutti quei pensieri.

Ma nella seconda parte del salmo Asaf giunge a un’altra conclusione. Ora conosce meglio le vie di Dio e ha imparato ad apprezzarle. Chi è disposto a credere che “Dio è buono verso Israele, verso quelli che son puri di cuore” (Salmo 73:1), sperimenterà sempre di più la bontà di Dio. Se sei disposto a raccontare le opere che Dio compie nella tua vita, non dovrai mai tacere, perché avrai sempre qualcosa di cui testimoniare.

Pensando all’evangelizzazione a molti di noi viene il mal di pancia. Ma io credo che spesso non vogliamo raccontare ad altri di Gesù Cristo, non perché non sappiamo come farlo, ma perché non siamo veramente convinti, che ciò che abbiamo da offrire sia meglio di ciò che gli altri già hanno.

Il nostro problema è che a volte desideriamo segretamente essere noi come la gente del mondo, piuttosto che desiderare che loro diventino come noi. Desideriamo avere ciò che hanno loro, più di quanto desideriamo che essi abbiano ciò che abbiamo noi.

Ti rendi conto quanto folle e stupido è questo pensiero? Ti rendi conto di quale sarà il destino di chi avrà vissuto la sua vita rifiutandosi di conoscere Dio?

Poiché, ecco, quelli che s’allontanano da te periranno; tu distruggi chiunque ti tradisce e ti abbandona. (Salmo 73:27)

Non appena Asaf si rende nuovamente conto, che chi è lontano da Dio subirà la Sua condanna e la Sua ira eterna, non è più per nulla invidioso e finalmente riprende a raccontare le opere di Dio.

Pensa alle persone che vanno a scuola con te, ai tuoi parenti, ai colleghi di lavoro, ai vicini di casa e agli amici che non conoscono Gesù Cristo. Sei attratto dal loro stile di vita? Desidereresti avere ciò che loro hanno? E poi rifletti: dove trascorreranno l’eternità? Sei ancora invidioso?

Le persone che desideriamo imitare e che invidiamo, sono magari proprio quelle che hanno bisogno di essere salvate!

Raccontare le opere di Dio non significa mostrare che la nostra vita è perfetta o che abbiamo tutto sotto controllo. Raccontare tutte le opere di Dio significa dare gloria e onore al nostro Signore. Se non capiamo che evangelizzare non è altro che dare gloria a Dio, raccontando tutte le opere sue, non avremo mai la giusta motivazione per farlo.

Se però la nostra prospettiva cambia, riconoscendo la realtà dell’eterna punizione per chi non confida in Dio, non possiamo più stare in silenzio. Dobbiamo parlare. Avremo il desiderio di raccontare tutte le opere di Dio.

Dio è il fondamento stabile della nostra fede. “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno” (Ebrei 13:8). Se confidiamo in Lui, non abbiamo motivo di temere cosa alcuna, perché “non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Romani 8:1).

Se ci decidiamo di curare intensamente la nostra relazione con Dio, tenendoci lontani dal peccato e cercando di conoscerlo sempre meglio, avremo abbastanza da raccontare al mondo e nessun motivo di essere invidiosi. Diamo gloria e onore a Dio nostro Signore!

Amen

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