Il Dio che ama nonostante tutto

Daniele Scarabel
Pastore
Tutti noi sappiamo cosa significa fidarsi di qualcuno, e sappiamo anche quanto può far male quando quella fiducia viene spezzata. Sappiamo quanto è difficile continuare ad amare quando una relazione che doveva essere sicura diventa fragile.
È proprio da qui che inizia il libro di Osea: non da un’idea astratta su Dio, ma da una relazione ferita. Osea vive in un tempo in cui Israele è prospero e religioso: il culto continua, il nome di Dio viene pronunciato, ma il cuore si è allontanato. E allora Dio decide di parlare, non da lontano, ma entrando dentro quella ferita.
Non manda Osea solo a dire delle parole, ma a vivere una storia, perché la sua vita diventi un segno visibile di ciò che sta accadendo tra Dio e il suo popolo. Il messaggio è chiaro: anche quando il popolo tradisce il patto, Dio non smette di amare.
Questo testo non ci è dato per giudicare Israele dall’alto, ma per guardarci dentro e chiederci se anche noi, a volte, restiamo vicini a Dio con le parole e con le abitudini, ma lontani con il cuore. Ascoltiamo allora questo testo lasciando che sia Dio a parlarci, non per difenderci, ma per conoscere chi è Lui e che tipo di relazione desidera con noi.
Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beeri, al tempo di Uzzia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele.
Il Signore cominciò a parlare a Osea e gli disse: «Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore».
Egli andò e prese Gomer, figlia di Diblaim; lei concepì e gli partorì un figlio. Il Signore gli disse: «Chiamalo Izreel, perché tra poco io punirò la casa di Ieu per il sangue versato a Izreel, e porrò fine al regno della casa d’Israele. Quel giorno avverrà che io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel».
Lei concepì di nuovo e partorì una figlia. Il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruama, perché io non avrò più compassione della casa d’Israele in modo da perdonarla. Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante il Signore, il loro Dio. Non li salverò con l’arco, né con la spada, né con la guerra, né con cavalli, né con cavalieri».
Quando lei ebbe divezzato Lo-Ruama, concepì e partorì un figlio. Il Signore disse a Osea: «Chiamalo Lo-Ammi, perché voi non siete mio popolo e io non sarò per voi.
«Tuttavia, il numero dei figli d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”». (Osea 1:1-10)
Dio parla dentro una relazione di patto (Osea 1:1–2)
Abbiamo appena ascoltato un testo forte, che non lascia indifferenti. Osea profetizza nel regno del Nord, nella seconda metà dell’VIII secolo avanti Cristo, mentre Israele si avvicina senza rendersene conto alla propria rovina.
Esteriormente tutto sembra funzionare: il popolo è prospero e religioso, il culto continua, il nome di Dio viene pronunciato. Eppure, il cuore del popolo si è spostato altrove. Il problema non è l’assenza di Dio, ma l’infedeltà del cuore. Dio non è sparito, ma è stato messo ai margini mentre il popolo cerca sicurezza altrove.
È proprio in questo contesto che Dio parla, e lo fa in un modo che sorprende. Non manda Osea solo a dire delle parole, ma lo chiama a vivere una storia. Gli chiede di entrare in una relazione segnata dall’infedeltà, per rendere visibile ciò che Dio stesso sta vivendo nel suo rapporto con Israele: una relazione ferita, ma non abbandonata.
Qui comprendiamo qualcosa di fondamentale sul cuore di Dio. Dio non reagisce all’infedeltà del suo popolo con indifferenza o con distacco. Non rompe subito il patto, non si ritira in silenzio. Al contrario, entra ancora più profondamente nella relazione, anche quando questo significa dolore.
Questo ci fa capire che il peccato non è solo la trasgressione di alcune regole, ma un tradimento relazionale. Non è un caso che Dio dica anche per mezzo del profeta Isaia:
Questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. (Isaia 29:13)
È la descrizione di una fede che continua nelle forme, ma che ha perso il centro.
Ed è qui che questa parola tocca anche noi. Possiamo continuare a fare molte cose per Dio e, allo stesso tempo, cercare sicurezza altrove: nel lavoro, nelle relazioni, in ciò che ci fa sentire forti.
Osea ci mette davanti a una domanda scomoda: dove stiamo cercando oggi ciò che solo Dio ha promesso di essere per noi? Perché il patto non è un contratto, ma un legame d’amore. Proprio come un matrimonio.
L’infedeltà produce rottura, giudizio e perdita di identità (Osea 1:3–9)
La buona notizia, già qui all’inizio, è che Dio continua a chiamare, anche quando il patto viene tradito. Infatti, dopo il matrimonio di Osea e Gomer, il testo ci racconta che nascono dei figli. E qui il messaggio di Osea diventa ancora più concreto e doloroso.
Il primo figlio si chiama Izreel, un nome che richiama violenza e giudizio. Questo nome ci ricorda che l’infedeltà del popolo non è solo questione spirituale, ma ha effetti concreti: l’infedeltà a Dio finisce per condizionare anche il modo in cui ci relazioniamo gli uni agli altri.
Poi nasce una figlia, e il suo nome è Lo-Ruhama, che significa “che non ottiene compassione”. È un nome che colpisce, perché sembra negare proprio ciò che Dio è. Eppure, il messaggio è chiaro: il popolo che rifiuta la misericordia di Dio finisce per vivere come se quella misericordia non esistesse più. Non perché Dio abbia smesso di essere misericordioso, ma perché il cuore del popolo si è chiuso a quella grazia.
Quando ci allontaniamo da Dio, possiamo anche continuare a fare le cose giuste, ma perdiamo la gioia di sentirci davvero perdonati e accolti.
I primi due nomi parlano di conseguenze: violenza e perdita della compassione. Ma il terzo nome va ancora più in profondità, toccando qualcosa di ancora più fondamentale.
Infine, nasce un terzo figlio, e il suo nome è Lo-Ammi, che significa “non mio popolo”. Qui tocchiamo il punto più profondo del giudizio. Il patto, che dava identità a Israele, sembra spezzarsi. È come se Dio dicesse: se continuate a vivere come se non mi apparteneste, finirete per non riconoscervi più come tali. L’infedeltà non distrugge solo la relazione, ma anche l’identità.
È come quando un bambino non sa più a chi appartiene: non sa più chi è, né dove stare. Quando il legame con Dio si rompe, anche la nostra identità diventa fragile.
Dio aveva detto a Israele:
Vi prenderò come mio popolo, sarò il vostro Dio e voi conoscerete che io sono il Signore, il vostro Dio… (Esodo 6:7).
Ma quando quel legame viene rifiutato, non si perde semplicemente una pratica religiosa: si perde ciò che ci teneva in piedi dentro.
Questi versetti sono duri, e non vanno addolciti. Parlano di giudizio, di rottura, di perdita. Ma ci ricordano anche che l’amore di Dio non è indifferente al peccato. L’infedeltà ha un peso reale e produce conseguenze reali.
Dio non sta parlando per distruggere, ma per far prendere coscienza. Il giudizio qui vuole fermare, svegliare, riportare alla vita. E allora il testo non ci lascia solo ascoltatori, ma ci coinvolge direttamente. Ci invita a fermarci e a guardarci dentro con onestà.
Che cosa si sta lentamente spegnendo nella mia vita spirituale?
E quando le cose diventano difficili, da dove parto davvero per trovare sicurezza?
Osea ci mostra che l’infedeltà non è solo una questione morale, ma esistenziale. Tocca il modo in cui viviamo, il modo in cui affrontiamo le crisi, il modo in cui ci percepiamo. Il giudizio che emerge in questo testo non è la negazione dell’amore di Dio, ma il segnale che qualcosa di vitale si sta perdendo e ha bisogno di essere recuperato.
Dio non pronuncia queste parole per umiliare o distruggere il suo popolo, ma perché lo ama troppo per lasciarlo andare senza reagire. Quando il legame si spezza e l’identità si confonde, Dio non resta in silenzio.
Dio apre una speranza là dove tutto sembra perduto (Osea 1:10)
Ed è proprio quando il testo sembra arrivare al punto più basso che accade qualcosa di inatteso. Dopo parole durissime, dopo nomi che parlano di giudizio, di rifiuto e di identità spezzata, Dio pronuncia una promessa che sorprende.
Subito dopo aver detto “voi non siete mio popolo”, Dio dice:
Tuttavia, il numero dei figli d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”. (Osea 1:10)
Qui comprendiamo qualcosa di fondamentale sulla grazia. La grazia non è una ricompensa per chi fa bene, ma un dono che nasce dall’amore fedele di Dio. Dio annuncia questa speranza non perché il peccato non conti, ma perché Lui stesso preparerà, in Cristo, la via per ristabilire una relazione spezzata. La speranza non cancella il giudizio, ma lo supera. Non ignora il peccato, ma lo attraversa.
Questa promessa è così importante che, secoli dopo, l’apostolo Paolo la riprenderà parlando del Vangelo. Nella lettera ai Romani, Paolo cita proprio Osea per spiegare che questa parola non riguarda solo Israele, ma si apre a tutti coloro che Dio chiama a sé. Quelli che non erano popolo diventano popolo; quelli che erano lontani vengono accolti come figli. Paolo ci sta mostrando che ciò che sembrava impossibile – chiamare “popolo” chi non era popolo – Dio l’ha compiuto in Cristo.
Ed è qui che il messaggio di Osea ci conduce chiaramente a Cristo. In Gesù vediamo il Figlio fedele che prende su di sé l’infedeltà del suo popolo. In Lui il giudizio non viene evitato, ma portato e attraversato. Sulla croce, Gesù entra fino in fondo nella distanza, nel rifiuto e nella perdita di identità, perché noi potessimo essere chiamati figli. È attraverso la sua morte e la sua risurrezione che Dio può dire anche a noi: “Tu sei mio. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia”.
Questa è la speranza che Osea ci consegna. Non una speranza fragile, legata alla nostra capacità di essere fedeli, ma una speranza fondata sulla fedeltà di Dio. Quando l’identità sembra smarrita e la relazione spezzata, Dio non chiude la porta. Al contrario, apre una strada nuova. Dove c’era rifiuto, Dio pronuncia appartenenza. Dove c’era distanza, Dio ristabilisce una relazione viva.
Ma questa speranza non può restare solo un’idea. Chiede una risposta: che cosa facciamo noi con ciò che abbiamo ascoltato? Dio, attraverso Osea, non ci ha lasciati sotto il peso del giudizio, ma ci ha mostrato che continua a chiamare: “Siete figli del Dio vivente”.
Questa parola chiede una risposta concreta. Tornare al Signore non significa sistemare tutta la vita in un colpo solo, ma fare un passo vero. Significa riconoscere dove il nostro cuore si è spostato e decidere di tornare a Dio con sincerità.
Per qualcuno significherà riprendere un tempo personale con Dio che è stato trascurato. Per altri rimettere Dio al centro di una scelta vissuta finora da soli. Per altri riconoscere una stanchezza spirituale. Qualunque sia il punto, Dio non ci chiede di dimostrare qualcosa, ma di tornare.
Oggi il Signore ci dice ancora: “Venite, torniamo al Signore”. Non come una minaccia, ma come una promessa di guarigione e di vita nuova.
Ti invito allora, proprio adesso, a fare questo passo nel tuo cuore. Davanti a Dio puoi riconoscere dove sei e affidargli in modo concreto quell’area della tua vita in cui senti che la relazione si è indebolita o l’identità si è confusa.
Non serve dirlo ad alta voce, non serve spiegare nulla a nessuno. Ma davanti a Dio puoi riconoscere dove sei e dirgli semplicemente: “Signore, voglio tornare a Te”.
Questo è l’inizio di un cammino che faremo insieme, come chiesa, lungo tutto quest’anno. Un cammino che non parte dalla nostra fedeltà, ma dalla fedeltà di Dio. Affidiamoci a Lui con fiducia, certi che il Dio che chiama è lo stesso Dio che guarisce, ristora e mantiene le sue promesse.
Amen


