La promessa che cambia il futuro

Daniele Scarabel
Pastore
Com’è andata la settimana di Pasqua? Per molti di voi immagino sia stata una settimana un po’ diversa dal solito. I figli a casa, magari qualche giorno fuori, la famiglia riunita. Un po’ di respiro. E adesso… domani si ricomincia. Per alcuni ci sarà il traffico di rientro al Gottardo, per altri la scuola, il lavoro, la sveglia presto. La solita routine. La settimana di Pasqua è finita.
Ma il libro di Gioele questa mattina ci dice una cosa sorprendente: la Pasqua non è finita. Non nel senso più importante. Perché dopo tutto quello che abbiamo letto nelle settimane scorse — la devastazione, il pentimento, Dio che restituisce quello che era stato perduto — Gioele arriva alla fine e dice: aspettate… non avete ancora visto la cosa più grande.
Dio aveva risposto che avrebbe restituito il grano, il vino, l’olio. Aveva promesso di allontanare il nemico e che il suo popolo non sarebbe più stato coperto di vergogna. Sembra già un lieto fine. Eppure… Dio non ha ancora finito di parlare.
Lo Spirito su ogni carne
Leggiamo cosa dice Gioele:
Dopo questo, avverrà che io spargerò il mio Spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni. Anche sui servi e sulle serve spargerò in quei giorni il mio Spirito. (Gioele 2:28-29)
Fermiamoci un momento su queste parole. Gioele introduce questa promessa con due parole molto semplici: “Dopo questo”. Come a dire: la storia non è finita. Dio non ha ancora detto l’ultima parola. E poi arriva la promessa: “Io spargerò il mio Spirito su ogni persona.” Non sui sacerdoti. Non sui profeti. Non sui capi del popolo. Su ogni persona.
Per capire quanto questa promessa sia straordinaria bisogna vedere come funzionava prima. Nell’Antico Testamento lo Spirito di Dio non era per tutti. Scendeva su Mosè. Su Gedeone. Su Davide. Persone scelte, in momenti particolari, per un compito preciso. Era qualcosa di raro. Qualcosa riservato a pochi.
E poi arriva Gioele… e cambia tutto. Figli e figlie, vecchi e giovani, servi e serve… Non c’è una categoria esclusa. Per la prima volta nella storia biblica Dio promette che il suo Spirito non sarà più per pochi… ma per tutti.
Secoli prima Mosè aveva espresso un desiderio. Un desiderio che sembrava quasi impossibile. A un certo punto dice: “Oh, fossero pure tutti profeti nel popolo del Signore, e volesse il Signore mettere su di loro il suo Spirito!” (Numeri 11:29). È come se lo dicesse con nostalgia. Ma Gioele arriva e dice: quel momento sta arrivando.
Figli e figlie che profetizzano. Vecchi che fanno sogni. Giovani che hanno visioni. Sono immagini forti, e capisco che possano far nascere delle domande. Ma il punto qui non è entrare nel dettaglio di ogni esperienza. Il punto è chi riceve queste cose. Nell’Antico Testamento infatti — sentire la voce di Dio, ricevere una rivelazione, parlare a nome suo — era qualcosa riservato a pochissimi. E Gioele dice: non sarà più così.
E quella promessa diventa realtà il giorno di Pentecoste. A Gerusalemme c’è una folla radunata, e Pietro si alza in mezzo a loro e cita proprio queste parole di Gioele. Dice: quello che il profeta aveva annunciato sta succedendo adesso. Lo Spirito è stato versato.
Questo significa una cosa molto semplice: quella promessa non è rimasta nel futuro. È cominciata. È reale. È qui, oggi. E, nel concreto, significa che Dio non rimane fuori dalla tua vita — viene ad abitare dentro di te. Chi ha messo la sua fiducia in Cristo ha ricevuto lo Spirito Santo. Non come una sensazione o un’emozione religiosa, ma come una presenza reale. È Dio stesso che viene a vivere in te, che ti guida e che ti trasforma dall’interno.
Ma quella promessa — su ogni persona — non ha ancora raggiunto tutti. Pensa a tuo fratello, a tua sorella, a quel collega, a qualcuno della tua famiglia che non ha ancora incontrato Cristo. Quella promessa è aperta anche per loro, ma non l’hanno ancora ricevuta.
E questo ci riguarda direttamente. Lo Spirito che hai ricevuto non è un dono privato da custodire. È una forza viva che Dio ha messo in te perché quella promessa continui a compiersi attorno a te. Non attraverso gesti straordinari o persone speciali, ma attraverso di te — con le tue parole, con il tuo modo di vivere, con la tua presenza nella vita di chi ti sta vicino.
Lo Spirito che hai ricevuto è reale. Anche per te. Anche adesso.
Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato
Farò prodigi nei cieli e sulla terra: sangue, fuoco e colonne di fumo. Il sole sarà cambiato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e terribile giorno del Signore. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato; poiché sul monte Sion e a Gerusalemme vi sarà salvezza, come ha detto il Signore, così pure fra i superstiti che il Signore chiamerà. (Gioele 2:30-32)
Dopo la promessa che Dio avrebbe sparso il suo Spirito su ogni persona, il tono del testo cambia. All’improvviso compaiono immagini dure: sangue, fuoco, il sole che si oscura, la luna che diventa sangue. E viene spontaneo chiedersi: cosa c’entra tutto questo?
C’entra eccome. Gioele non sta cambiando argomento. Sta allargando lo sguardo. Lo Spirito è il dono di Dio che ci permette di vivere oggi attingendo alle sue forze. Ma davanti a noi c’è un orizzonte ancora più grande. C’è un giorno in cui Dio interverrà nella storia in modo definitivo: quello che la Bibbia chiama il giorno del Signore. Ed è proprio questo orizzonte che Gioele comincia a descrivere nel capitolo 3.
Io adunerò tutte le nazioni e le farò scendere nella valle di Giosafat. Là le chiamerò in giudizio a proposito della mia eredità, il popolo d’Israele, che esse hanno disperso tra le nazioni, e del mio paese, che hanno spartito fra di loro. (Gioele 3:2)
Il messaggio è chiaro: Dio non ha dimenticato il male. Non è neutrale. Non lascia correre tutto per sempre. La storia ha una direzione, e un giorno ogni cosa sarà giudicata. Questo può sembrare scomodo, ma significa che il male non ha l’ultima parola.
Ma prima ancora di parlare del giudizio delle nazioni, Gioele dice una cosa che vale la pena fermarsi a sentire: “quando ricondurrò dall’esilio quelli di Giuda e di Gerusalemme” (Gioele 3:1). Il giorno finale, quindi, non è solo un giorno di giudizio. È anche il giorno in cui Dio raccoglie il suo popolo.
Paolo, nella lettera ai Romani, riprende proprio questa speranza quando spiega che la fedeltà di Dio al suo popolo è la garanzia anche delle promesse che ha fatto a noi.
Ed è qui che comprendiamo l’importanza del versetto 32:
Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. (Gioele 2:32)
Una frase molto semplice, diretta. Chiunque. Non chi è perfetto. Non chi si sente degno. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.
Ma di quale Signore parla Gioele? Sia Pietro nel suo discorso di Pentecoste sia Paolo nella lettera ai Romani lo dicono chiaramente: quel nome è il nome di Gesù Cristo.
Ed è qui che capiamo cosa rende possibile questa salvezza. Perché il giudizio di cui parla Gioele è reale. Il peccato ha un peso, e quel peso non poteva semplicemente essere ignorato.
Ma sulla croce è successo qualcosa di straordinario: il giudizio che doveva cadere su di noi è caduto su Gesù. Non perché lui avesse qualcosa da pagare, ma perché ha scelto di prendere il nostro posto. Ha portato il peso del nostro peccato fino alla croce. E con la risurrezione ha dimostrato che quel peso era stato tolto per sempre.
Invocare il nome del Signore significa proprio questo: riconoscere che da soli non ce la facciamo e affidarci a lui. È dire: Signore, ho bisogno di te. Tu sei la mia unica speranza.
Forse c’è qualcuno qui questa mattina che non ha ancora fatto questo passo. Hai sentito parlare di Gesù tante volte, ma non hai ancora detto: Signore, mi fido di te.
Il giorno finale non è ancora arrivato. La porta è ancora aperta. E Gioele dice: chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.
E per chi ha già messo la sua fiducia in Cristo, il giudizio non è più una paura. Il verdetto è già stato pronunciato sulla croce. E per chi è in Cristo, quel verdetto dice: salvato.
Il Signore dimora con il suo popolo
A questo punto Gioele allarga ancora lo sguardo. Dopo aver parlato del giudizio delle nazioni, il libro si chiude con una promessa. Leggiamo le parole con cui termina:
Così voi conoscerete che io sono il Signore, il vostro Dio, che dimoro in Sion, il mio monte santo… Il Signore dimora in Sion. (Gioele 3:17.21)
Alla fine della storia non c’è solo un giudizio. C’è la presenza di Dio.
Questo è il punto verso cui tutto il libro di Gioele si muove fin dall’inizio. Ricordi da dove eravamo partiti? Dalla devastazione. Dalle locuste. Dai campi distrutti. Sembrava che tutto fosse perduto. Ma Dio aveva detto: io ristabilirò quello che è stato distrutto.
E alla fine scopriamo che la promessa era ancora più grande. Non riguarda solo i raccolti o la sicurezza del popolo. Riguarda la presenza stessa di Dio in mezzo al suo popolo.
Questo è il filo che attraversa tutta la Bibbia. Nel giardino dell’Eden Dio camminava con l’uomo. Il peccato ha spezzato quella comunione, e da allora tutta la storia della salvezza è Dio che riporta il suo popolo vicino a sé. Nel deserto abitava nel tabernacolo. A Gerusalemme nel tempio. Ma erano solo anticipazioni di qualcosa di più grande.
Poi è arrivato Gesù che, come dice Giovanni, “ha abitato fra di noi” (Giovanni 1:14). Letteralmente: ha piantato la sua tenda in mezzo a noi. E quando Gesù è risorto e ha mandato lo Spirito Santo, quella presenza è diventata ancora più vicina. Dio non abita più in un tempio. Abita nel suo popolo.
Domani molti di voi torneranno alla routine. La sveglia presto, i bambini a scuola, il lavoro, le scadenze, le preoccupazioni di sempre. E in quei momenti è facile dimenticare quello che abbiamo sentito stamattina. È facile che la presenza di Dio sembri qualcosa di lontano, riservata ai momenti speciali.
Ma Gioele dice il contrario. Lo Spirito che hai ricevuto non se ne va quando esci da qui. Va con te. È con te nel traffico del lunedì mattina. È con te quando la giornata è difficile. È con te quando non sai come andare avanti. Non perché tutto diventi facile, ma perché non sei solo.
La presenza dello Spirito di Dio nella nostra vita è, come dice Paolo in 2 Corinzi 1:22, la caparra di qualcosa di più grande che deve ancora venire. Come un acconto che garantisce il resto. Hai già qualcosa di reale in mano. Non tutto ancora, ma abbastanza per vivere oggi.
E quel finale è descritto nell’ultima pagina della Bibbia. Nell’Apocalisse leggiamo:
Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, ed essi saranno suoi popoli. (Apocalisse 21:3)
Questo è il punto verso cui tutta la storia si muove. Un giorno ogni lacrima sarà asciugata. Un giorno il peccato non avrà più potere. Un giorno Dio abiterà con il suo popolo.
La salvezza che Dio ci offre non è solo il perdono dei peccati. È essere riportati a casa. Tornare alla presenza di Dio.
E per chi ha già invocato il nome di Gesù Cristo questo significa che il futuro non va verso il buio. Va verso casa. Verso il giorno in cui il Signore dimorerà per sempre con il suo popolo.
Conclusione
Gioele scriveva a un popolo che aveva perso tutto. E Dio gli aveva risposto con qualcosa di molto più grande di quello che si aspettavano. Non solo i campi ristabiliti. Non solo il nemico sconfitto. Ma il suo Spirito. La salvezza. La sua presenza per sempre.
E questo è quello che abbiamo in mano anche noi oggi. Non abbiamo ancora tutto, ma abbastanza per vivere. Hai la presenza reale di Dio che cammina con te. Domani ricomincia tutto. Ma tu non ricomincerai da solo. Lo Spirito è già con te. E il finale — lo sai già com’è.
Amen


