Di Daniele Scarabel

In Luca 19:11-27 Gesù racconta una parabola chiamata la parabola delle dieci mine. Non leggerò questa parabola nella sua interezza perché ci vorrebbe troppo tempo, ma per favore tenete le vostre Bibbie aperte in Luca 19 perché vi faremo riferimento spesso.

Prima di cominciare vi chiedo però di non confonderla con la parabola dei talenti che troviamo in Matteo 25. Ci sono molte somiglianze tra le due parabole, ma ci sono anche alcune reali differenze. La parabola delle dieci mine, che trattiamo oggi, è stata raccontata poco prima dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, mentre si trovavano nei pressi di Gerico. La parabola dei talenti è invece stata raccontata la settimana dopo a Gerusalemme, durante il discorso profetico che Gesù ha rivolto ai discepoli sul monte degli Ulivi.

Vediamo ora perché Gesù ha raccontato questa storia e cosa ha da dirci.

Le nostre responsabilità durante l’assenza del re

Mentre essi ascoltavano queste cose, Gesù aggiunse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio stesse per manifestarsi immediatamente. (Luca 19:11)

Gesù e i suoi discepoli avevano appena sperimentato la miracolosa conversione di Zaccheo e ora erano convinti che Gesù avrebbe stabilito il suo regno qui sulla terra non appena fossero giunti a Gerusalemme. Gesù conosceva i loro pensieri, sapeva che non avevano ancora capito cosa stava per succedere.

Avevano appena sentito Gesù dire a Zaccheo che “il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 19:10), ma i suoi discepoli non vedevano l’ora di entrare a Gerusalemme per proclamarlo re. Seguivano Gesù da 3 anni. Lo avevano visto fare miracoli. Hanno visto i demoni arrendersi di fronte a Lui.

Hanno visto malati guarire, persone affamate ricevere cibo e morti risuscitare. Per loro era quindi naturale pensare che fra poco finalmente il regno di Dio sarebbe iniziato e che Gesù ne sarebbe diventato il re. Così Gesù raccontò la seguente storia:

Un uomo nobile se ne andò in un paese lontano per ricevere l’investitura di un regno e poi tornare. Chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. (Luca 19:12-13)

È chiaro che in questa parabola il re raffigura Gesù stesso. In altre parole Gesù disse loro: “Non aspettatevi un’incoronazione, perché questo non accadrà. Preparatevi invece al rifiuto. Ci sarà una crocifissione invece di un’incoronazione”.

Cosa ci sta insegnando Gesù? Ogni servo ha ricevuto una mina, che equivale a circa 3 mesi di stipendio. L’incarico per ciascuno degli amministratori era semplice e chiaro: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”.

In altre parole Gesù stava dicendo ai suoi discepoli che durante la sua assenza il loro incarico sarebbe stato di portare avanti il suo ministero di cercare e salvare ciò che era perduto. Questo è il nostro compito.

Gesù non sta stabilendo alcun metro di valutazione, non esercita alcuna pressione per spingerci ad avere successo, ma esprime una sola chiara richiesta: siete riccamente dotati, mi fido di voi e ora agite con quello che vi ho affidato!

Dopo la sua morte e la sua risurrezione Cristo è salito alla destra del Padre per ricevere la corona e noi aspettiamo il suo ritorno come nostro Re. Nel frattempo Gesù ha lasciato a noi, i suoi servi, un incarico prezioso. Ha messo i noi un’incredibile potenza tramite lo Spirito Santo e ci ha equipaggiati con tutto il necessario lasciandoci la sua Parola.

Gesù non ci chiede di fare miracoli. Sono spesso le piccole azioni poco appariscenti, che noi possiamo praticare con l’amore che abbiamo ricevuto da Dio, che hanno un incredibile potere di trasformazione. A volte saranno cose talmente banali, che quando saremo in cielo ci chiederemo insieme a molti altri:

“Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”. (Matteo 25:37-40)

Molte cose che Dio opera tramite noi nemmeno le sappiamo. Non si tratta quindi di sentirci sotto pressione o di fare in modo da avere un lungo catalogo di azioni da elencare quando Gesù tornerà.

Non si tratta di fare cose straordinarie, ma di far risplendere la luce che noi stessi abbiamo ricevuto, di trasmettere la speranza che Dio ha messo nei nostri cuori, di condividere l’amore, con il quale Dio ci ha amati, con gli altri.

Sei consapevole di ciò che ti ha dato Dio? Cosa ti motiva o ti impedisce di investire ciò che Lui ti ha dato? Gesù non ci chiede di essere fedeli nell’impossibile, ma di essere fedeli in ciò che ci ha dato.

Il rifiuto del re e le false motivazioni

In questa parabola troviamo descritte persone che si rifiutano di servire il re e altre ancora che lo fanno solo apparentemente. Abbiamo dapprima chi si rifiuta di servirlo:

Or i suoi concittadini lo odiavano e gli mandarono dietro degli ambasciatori per dire: “Non vogliamo che costui regni su di noi”. (Luca 19:14)

I nemici che hanno rifiutato il re nella parabola rappresentano il popolo d’Israele che ha rifiutato Cristo mentre camminava sulla terra e, per estensione, tutti quelli che ancora oggi lo rinnegano.

Il destino di chiunque non vuole avere nulla a che fare con Cristo è segnato. Gesù lo espone chiaramente usando un linguaggio figurativo per indicare l’eterna separazione da Dio:

E questi miei nemici che non volevano che io regnassi su di loro, conduceteli qui e uccideteli in mia presenza. (Luca 19:27)

Con queste parole Gesù ci ricorda che anche chi si dichiara ateo in realtà gli appartiene. Possiamo anche rifiutare di servire il re oggi, ma un giorno, quando il re tornerà, ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore (Filippesi 2:10). Solo che a quel momento sarà troppo tardi!

Oltre a questo gruppo di persone apertamente ostili, ce n’è un secondo che a prima vista serve il re come gli altri, ma che in fin dei conti si rivela falso e malvagio:

Poi ne venne un altro che disse: “Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei un uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato e mieti quello che non hai seminato”. (Luca 19:20-21)

Questo servo non ha fatto quello che il suo padrone gli aveva detto di fare. Non ha fatto fruttare i soldi, non si è assunto le proprie responsabilità. La sua scusa era: “Ho avuto paura”. Quale immagine di Dio e di Gesù deve aver portato nel suo cuore questo servo? Lo descrive come duro, esigente e ingiusto e lo rimprovera persino!

In realtà le sue non sono che scuse. Le sue azioni dimostrano che non gli importava un gran che del re. Si illudeva di appartenere al regno del re, ma il suo cuore non è stato toccato dalla fiducia che il re aveva riposto in lui.

Gesù lo chiamò “servo malvagio” e lo giudicò in base alle sue azioni. Chi si rivelerà essere un servo malvagio, verrà giudicato allo stesso modo dei nemici di Dio e verrà escluso dalle sue benedizioni eterne.

Quante volte ci capita di non fare quello che sentiamo che Dio vorrebbe che facessimo per paura di sembrare sciocchi, di fallire miseramente o in qualche modo di deludere Dio? Quante volte pensiamo che Dio potrebbe non essere contento o soddisfatto di noi? Anche a me capita!

Quanti di noi hanno rinunciato a investire in relazioni perché avevano troppa paura di rischiare il loro cuore? O quanti di noi non hanno saputo portare una parola di incoraggiamento o addirittura di correzione per paura di essere rifiutati? O quanti di noi non condividono ciò che hanno imparato perché hanno paura che sia troppo semplice o potrebbero sembrare sciocchi?

Da che parte sta il tuo cuore? Ti sei lasciato convincere a far parte di questo regno e ad espanderlo attivamente?  Vorrei invitarti oggi a riconoscere che Cristo è un re buono. Vorrei invitarti a sottometterti a lui non per paura, ma perché Dio ti dice “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Ebrei 13:5).

Non dobbiamo ora però pensare che sia impossibile essere un servo fedele, perché altrimenti cadremmo nello stesso tranello nel quale è caduto il servo malvagio, ovvero credere che abbiamo a che fare con un Dio duro, che pretende molto e del quale dobbiamo avere paura.

La paura non è un buon motivatore, l’amore, invece, è una motivazione che scaccia la paura. Ricordiamoci che “noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Giovanni 4:19). Noi diventiamo servi di Cristo solo per grazia, riconoscendolo come nostro re, è così che gli altri servi hanno potuto essere fedeli.

Fedeli per amore del re

Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci”. Il re gli disse: “Va bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su dieci città”. (Luca 19:16-17)

I versetti 18-19 descrivono un secondo credente di questo tipo, che ha prodotto un po’ meno frutto, ma che è comunque stato buono e fedele nell’amministrare ciò che Dio gli ha affidato. Il primo e anche il secondo servitore erano fiduciosi che il re avrebbe apprezzato le loro azioni.

Entrambi sono stati fedeli nelle minime cose, minime perché l’importo associato a questa mina non era enorme. Solo una cosa è importante per il re: la loro fedeltà. E qual è la risposta del re? Un servo viene fatto amministratore di dieci città, l’altro di cinque.

Gesù apprezzerà anche le vostre e le mie azioni. Egli ci darà una parte del suo regno. Ed è proprio questa la sua ricompensa: che noi regneremo con lui, che ci affiderà più autorità e più responsabilità.

Ai servi che si saranno dimostrati più fedeli verrà addirittura anche data la ricompensa che era pensata per i servi malvagi, secondo il principio “a chiunque ha”, ovvero a chiunque si sarà dimostrato fedele, “sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Luca 19:26).

In definitiva, questa parabola non riguarda il presente. È escatologica e si applica al tempo del Ritorno di Cristo. Se sentite in voi stessi la pigrizia o la ribellione contro Dio, c’è ancora tempo per pentirsi e cambiare il vostro cuore – ma potete contare solo sull’”oggi” in cui farlo.

Vuoi essere pronto per il ritorno di Cristo? Ricorda che Gesù ha dato la sua vita perché tutti coloro che credono in lui non periscano, ma abbiano la vita eterna. Lascia dunque andare tutto ciò che ti impedisce di ricevere nuova vita e potenza da Gesù. Questa nuova vita risveglierà in te un profondo desiderio di compiacere Gesù, il Re, e di vivere alla sua gloria.

Fai della diffusione del suo regno lo scopo principale della tua vita, chiedendoti sempre: Come posso servire la tua causa, Signore? Cosa vorresti che facessi in questa situazione? Quando ti sembra di essere troppo debole per farcela, digli: Signore, fa che la potenza della tua nuova vita, del tuo Santo Spirito sia efficace in me e attraverso di me anche oggi. Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo, così anche nella mia vita.

Amen

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