Come potrei abbandonarti?

Daniele Scarabel
Pastore
Ci sono momenti nella vita in cui non abbiamo smesso di credere, ma ci accorgiamo che qualcosa dentro si è raffreddato: il cuore è diventato più stanco, più distante, meno coinvolto. È una distanza che non nasce da una ribellione aperta, ma da tanti piccoli spostamenti del cuore.
Con Osea 8 abbiamo visto come si può essere religiosamente attivi ma spiritualmente vuoti. Oggi, con Osea 11, vedremo invece come è possibile continuare a essere presenti, a fare le cose giuste, ma allo stesso tempo sentire dentro che la relazione non è più viva come prima.
Forse lo riconosciamo in piccole cose. In un momento di difficoltà cerchiamo prima ogni altra soluzione e solo dopo, quasi per completezza, chiediamo a Dio. Il culto della domenica rimane, la lettura biblica anche, ma col tempo diventano abitudini, più che incontri desiderati.
Ed è proprio a situazioni come queste che parla il capitolo 11 di Osea. Ascoltiamo ora l’intero capitolo, lasciando che sia Dio stesso a parlarci.
«Quando Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori d’Egitto. Egli è stato chiamato, ma si è allontanato da chi lo chiamava; hanno sacrificato ai Baal, hanno bruciato incenso a immagini scolpite! Io insegnai a Efraim a camminare, sorreggendolo per le braccia; ma essi non hanno riconosciuto che io cercavo di guarirli. Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle, e porgevo loro dolcemente da mangiare.
Israele non tornerà nel paese d’Egitto; ma l’Assiro sarà il suo re, perché hanno rifiutato di convertirsi. La spada sarà brandita contro le sue città, ne spezzerà le sbarre, ne divorerà gli abitanti, a motivo dei loro disegni. Il mio popolo persiste a sviarsi da me; lo si invita a guardare a chi è in alto, ma nessuno di essi alza lo sguardo.
Come farei a lasciarti, o Efraim? Come farei a darti in mano altrui, o Israele? Come potrei renderti simile ad Adma e ridurti allo stato di Seboim? Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono. Io non sfogherò la mia ira ardente, non distruggerò Efraim di nuovo, perché sono Dio, e non un uomo, sono il Santo in mezzo a te, e non verrò nel mio furore.
Essi seguiranno il Signore, che ruggirà come un leone, poiché egli ruggirà, e i figli accorreranno in fretta dall’Occidente. Accorreranno in fretta dall’Egitto come uccelli, e dal paese d’Assiria come colombe; io li farò abitare nelle loro case», dice il Signore. (Osea 11:1-11)
Un amore che ricorda l’inizio (Osea 11:1–4)
La prima cosa che colpisce è da dove Dio decide di iniziare. Non parte dal peccato, non dalle conseguenze, non dal giudizio. Parte da un ricordo: “Quando Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori d’Egitto” (11:1) Dio guarda il suo popolo come un padre guarda un figlio. Torna all’inizio della relazione, a quando tutto è cominciato.
Questo ci dice qualcosa di fondamentale: la relazione con Dio non è nata da un dovere, ma dal suo amore. Prima che Israele sapesse obbedire, prima che fosse fedele, prima che fosse forte, Dio lo ha amato e lo ha chiamato “figlio”.
Ricorda: è Dio che prende l’iniziativa, che libera, che chiama.
Già nel deserto Dio aveva detto a Israele: “Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha portato come un uomo porta il proprio figlio” (Deuteronomio 1:31). Osea riprende questo ricordo e lo rende ancora più intimo: non è solo un Dio che guida, ma un Padre che accompagna.
Subito dopo, però, arriva il contrasto: “Egli è stato chiamato, ma si è allontanato da chi lo chiamava” (11:2). Dio continua a chiamare, ma il popolo si allontana. Non perché la voce di Dio si sia spenta, ma perché il cuore ha iniziato a rivolgersi altrove, cercando sicurezza in ciò che poteva vedere e controllare.
Eppure, Dio non si ferma. Continua a raccontare la sua parte della storia: “Io insegnai a Efraim a camminare, sorreggendolo per le braccia” (11:3). È l’immagine di un bambino che impara a camminare, e qualcuno che lo sostiene perché non si faccia male. Dio dice: “Io ero lì. Ti tenevo.”
Questo mi ricorda la mia esperienza di padre. Quando i figli sono piccoli, il legame è stretto. Poi crescono, escono di casa, fanno le loro scelte ed è naturale che subentri una certa distanza. Ma Dio non è un Padre che si rassegna alla distanza. Continua a desiderare il legame. Dice: “Essi non hanno riconosciuto che io cercavo di guarirli” (11:3).
Ricorda un po’ la frustrazione che può provare un padre con figli adolescenti…
Pensa a quante volte nella tua vita Dio ha agito senza che te ne accorgesti. Una porta che si è chiusa e ti ha risparmiato un errore. Una persona arrivata al momento giusto. Una forza interiore che non sapevi di avere. Dio era all’opera, ma non l’hai riconosciuto perché il tuo sguardo era rivolto altrove.
Qui non vediamo però un Dio arrabbiato, ma un Padre che ricorda quando il legame era stretto, quando accompagnava suo figlio passo dopo passo. “Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore”, dice il Signore. Non con la forza, non con la paura. “Ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle” (11:4) È l’immagine di qualcuno che non schiaccia, ma solleva. Che non carica, ma alleggerisce.
Queste parole verranno riprese nel Vangelo di Matteo per parlare di Gesù (Matteo 2:15). Ciò che Israele ha vissuto in modo imperfetto, Gesù lo vivrà pienamente. In Cristo vediamo il Figlio che non si allontana dal Padre, che cammina sempre tenendo la sua mano.
Qui Dio ci invita a ricordare. Quando siamo stanchi, spesso il problema non è che dobbiamo fare di più, ma che abbiamo dimenticato com’è iniziata la relazione. Ricordi quando hai sentito per la prima volta che Dio ti chiamava? Quando hai capito che non eri solo? Dio oggi ci dice: “Io ti ho preso per mano sin dall’inizio. Non ti ho mai chiesto di camminare da solo.”
Quando ci si allontana, ma Dio non smette di sentire (Osea 11:5–7)
Dopo aver ricordato l’inizio, Dio descrive le naturali conseguenze della disobbedienza di Israele: “Israele non tornerà nel paese d’Egitto; ma l’Assiro sarà il suo re, perché hanno rifiutato di convertirsi” (11:5). Il popolo ha fatto delle scelte. Ha rifiutato di tornare a Dio, ha cercato sicurezza altrove, e ora vive le conseguenze di quelle scelte.
Dio non parla di punizioni arbitrarie. In sostanza dice: “Avete scelto una strada, e quella strada vi sta portando qui.” L’Assiria diventa il simbolo di una vita vissuta senza fiducia in Dio.
Il punto è che quando ci si allontana da Dio, non si diventa più liberi: si cambia solo padrone.
Dio dice che il popolo verrà divorato “a motivo dei loro disegni” (11:6). Ciò che li sta schiacciando non è solo un nemico esterno, ma i loro stessi progetti che si sono costruiti senza Dio. Disegni fatti contando sulle proprie forze, sulle proprie strategie, sulle proprie sicurezze.
Poi arriva una frase che descrive bene la loro condizione interiore: “Il mio popolo persiste a sviarsi da me; lo si invita a guardare a chi è in alto, ma nessuno di essi alza lo sguardo” (11:7). Questa non è una ribellione aperta. È una perseveranza nella distanza. Un continuare a camminare senza guardare verso Dio, anche quando qualcuno li invita a farlo.
A volte questo si vede in scelte molto concrete. Una coppia deve decidere dove iscrivere i figli alle attività sportive. Ci sono opzioni che permetterebbero di mantenere la domenica libera, ma il miglior allenatore allena proprio la domenica mattina. La scelta sembra ovvia: “Vogliamo il meglio per nostro figlio.” È un desiderio comprensibile, anche buono. Ma il criterio che guida la decisione è lo stesso di chi non conosce Dio: ciò che promette più opportunità, più risultati, più successo. Dio non viene davvero consultato. È semplicemente messo da parte.
Oppure pensiamo a una persona in difficoltà economica. Cerca di risolvere tutto da sola, chiede prestiti, prende decisioni affrettate, a volte al limite dell’onestà. Solo quando non vede più vie d’uscita “affida” la situazione a Dio. Ma a quel punto non è più fiducia, è rassegnazione. Non è camminare con Dio, è chiedergli di intervenire quando ormai tutto è sfuggito di mano.
Non si tratta né di scelte drammatiche, né peccati clamorosi, ma sono segni di una vita in cui Dio non è più il riferimento principale. E col tempo arrivano le conseguenze. Arriva la stanchezza. Una pressione costante. Una vita spirituale che va avanti, ma pesa. Il culto diventa un dovere, la preghiera una fatica, la comunità un impegno da incastrare…
E allora ci si chiede: “Perché tutto è così faticoso? Perché manca la gioia?” Osea 11 ci aiuta a leggere queste domande con onestà. Perché a volte la fatica che sentiamo non è dovuta a un attacco esterno, ma è il segnale che stiamo portando pesi che non erano pensati per noi. Stiamo vivendo secondo i nostri disegni, invece che nel progetto di Dio.
E la cosa sorprendente è che, mentre Dio descrive tutto questo, non si allontana. Il popolo persiste a sviarsi, ma Dio persiste a parlare. Continua a invitare ad alzare lo sguardo. La distanza del popolo non ha spento l’interesse di Dio. Lui vede le scelte sbagliate, vede le conseguenze, vede la stanchezza… e continua a rivolgersi al suo popolo.
Il cuore di Dio che non rinuncia (Osea 11:8–11)
A questo punto succede qualcosa di sorprendente. Dopo aver parlato dell’allontanamento e delle conseguenze, Dio cambia registro. Non continua ad accumulare accuse, ma apre il suo cuore: “Come farei a lasciarti, o Efraim? Come farei a darti in mano altrui, o Israele?” (11:8).
Sono domande cariche di emozione. È come se Dio stesse pensando ad alta voce, lasciandoci intravedere ciò che si muove dentro di Lui.
Poi cita Adma e Seboim, città distrutte insieme a Sodoma e Gomorra. Come per dire: potrei farlo, sarebbe giusto, sarebbe pure comprensibile. Ma subito dopo arriva la svolta: “Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono” (11:8)
Dio non sta negando la necessità del giudizio, lo sta trattenendo. Non perché il peccato non sia serio, ma perché l’amore è più profondo. E allora Dio dice: “Io non sfogherò la mia ira ardente, non distruggerò Efraim di nuovo, perché sono Dio e non un uomo…” (11:9). Qui Dio non rinnega la sua santità, la vive fino in fondo. È lo stesso Dio che si era rivelato come “il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà” (Esodo 34:6).
Ma resta una domanda aperta: come può Dio non distruggere e restare giusto? Come può trattenere il giudizio senza tradire la sua santità? La risposta la troviamo secoli dopo, quando Cristo, il Figlio che non si è allontanato dal Padre, prende su di sé il peso del giudizio. Paolo lo dice chiaramente in Romani 3: Dio ha mostrato la sua giustizia sacrificando suo Figlio affinché fosse giusto e giustificasse chi ha fede in Gesù (Romani 3:25-26).
Il “non distruggerò” di Osea 11 diventa possibile perché Cristo porta su di sé ciò che noi meritavamo. La compassione di Dio non è sentimentalismo che ignora il peccato, ma amore che lo prende su di sé.
E il capitolo non si ferma qui, ma ci permette di dare uno sguardo al futuro: “Essi seguiranno il SIGNORE, che ruggirà come un leone” (11:10). Il ruggito non è una minaccia, ma la voce di un Re che si fa sentire. È una voce forte, autorevole, impossibile da ignorare. Ma l’effetto non è la fuga: è il ritorno: “I figli accorreranno in fretta” (11:10)
Alla sua seconda venuta Cristo raccoglierà il suo popolo. Dopo tutta la distanza, dopo l’allontanamento, dopo la stanchezza, Dio non immagina un popolo trascinato a forza, ma figli che tornano perché riconoscono la voce del Padre. Il ruggito del leone serve a radunare. È la voce di Dio che ristabilisce l’ordine e rimette al centro la relazione.
Dicendo: “Io li farò abitare nelle loro case” (11:11), non sta indicando solo un ritorno geografico di Israele, ma una promessa di stabilità, di dimora, di pace. Dio non si accontenta di riavere il suo popolo “un po’ più vicino”. Il suo desiderio è abitare con loro, vivere con loro, condividere la vita. È la fine della distanza, non solo del peccato.
E questo abitare insieme ha già cominciato a realizzarsi in Cristo. Gesù lo dice chiaramente: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e di-moreremo presso di lui” (Giovanni 14:23).
Lo Spirito Santo è la presenza di Dio che viene ad abitare in noi. Non dobbiamo aspettare il ritorno di Cristo per sperimentare questa vicinanza a Dio: può iniziare oggi.
Ma ciò che viviamo ora è solo un anticipo. Osea ci porta a intravedere il compimento finale: un Dio che richiama i suoi figli e poi vive con loro per sempre. È la stessa speranza che troviamo nell’Apocalisse: “La dimora di Dio è con gli uomini. Egli abiterà con loro ed essi saranno suo popolo, e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio” (Apocalisse 21:3).
Il cuore che si commuove in Osea 11 non è solo il cuore di un Dio che sopporta il presente. È il cuore di un Dio che prepara un futuro in cui ogni distanza sarà eliminata per sempre.
Conclusione
Questo capitolo ci ha mostrato un Dio che ricorda l’inizio, che vede la distanza e che sente la stanchezza, ma che non indurisce il cuore. Un Dio che dice: “Come potrei abbandonarti?”.
Forse oggi sei solo stanco. Forse sei presente, ma interiormente un po’ distante. Questo testo non ti chiede di sistemare tutto adesso. Ti chiede di ascoltare il richiamo di un Padre che non rinuncia a te. Per questo fermiamoci un momento in silenzio e facciamo tre cose.
Primo: ricorda.
Quando hai sentito per la prima volta che Dio ti amava? Quel Dio non è cambiato.
Secondo: riconosci.
Dove stai portando avanti “i tuoi disegni” senza consultare Dio? In quale area della tua vita? Riconoscilo con onestà davanti a Lui.
Terzo: rispondi.
Questa settimana, prima di prendere una decisione importante, fermati e chiediti: “Sto consultando Dio o lo sto solo informando? Lo sto davvero coinvolgendo nelle mie scelte?”
Il Dio che ti ha preso per mano all’inizio non ha smesso di desiderarti. Il suo ruggito non è per spaventarti, ma per richiamarti a casa.
Amen

