Da Melchisedec a Cristo

29 Marzo 2024

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Daniele Scarabel

Daniele Scarabel

Pastore

Trattando la storia di Abramo abbiamo tralasciato un incontro che il patriarca ebbe con un misterioso re di nome Melchisedec. A questo incontro sono dedicati solo tre versetti di Genesi 14, ma fu significativo per Abramo perché gli permise di prendere nuovamente consapevolezza della benedizione di Dio sulla sua vita e fu un’ulteriore conferma della sua chiamata.

Genesi 14 descrive come Abramo corse in aiuto dei re di Sodoma, di Gomorra e dei loro alleati che avevano perso un’importante battaglia contro alcuni potenti re dell’est. Abramo intervenne principalmente per salvare suo nipote Lot che, essendosi stabilito con la sua famiglia a Sodoma, era stato fatto prigioniero. Così, con solo 318 uomini, Abramo sconfisse i re nemici e salvò suo nipote Lot, recuperando pure tutti i beni che erano stati saccheggiati.

Quando Abramo fu di ritorno, il re di Sodoma gli andò incontro per parlare con l’uomo che aveva appena salvato il suo popolo e i suoi beni. Ma, prima che potessero parlare assieme, un altro misterioso re si unì a loro: Melchisedec, re di Salem. E, senza dire una parola, il re di Sodoma gli cedette il passo lasciandolo parlare per primo.

Chi era questo misterioso re e in che modo si collega a Gesù Cristo, in questo giorno del Venerdì Santo nel quale ricordiamo il sacrificio del nostro Signore?

Chi era Melchisedec?

Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote del Dio altissimo. Egli benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra! Benedetto sia il Dio altissimo, che t’ha dato in mano i tuoi nemici!» E Abramo gli diede la decima di ogni cosa. (Genesi 14:18-20)

Melchisedec era il “re di Salem”, un antico nome della città di Gerusalemme, la futura capitale del regno di Israele. Melchisedec, il cui nome significa “re di giustizia”, non era però un semplice re perché era anche “sacerdote del Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra”, ovvero dello stesso Dio di Abramo! E già questa particolare lo rende unico…

La grande sorpresa sta però nel fatto che Abramo permise a Melchisedec di benedirlo. E questo, secondo le antiche usanze, significa che Abramo ritenne Melchisedec più grande e importante di sé stesso. Il che è strano, se pensiamo che Abramo stesso è uno dei principali personaggi dell’intero Antico Testamento, il padre della futura nazione di Israele e che per mezzo di lui sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra!

Inoltre, Abramo diede pure la decima del suo bottino a Melchisedec, riconoscendo di fatto Melchisedec come suo sacerdote e la grandezza e l’importanza di quell’uomo. Eppure, per quanto importante Melchisedec fu per Abramo, non sappiamo nulla di più a suo riguardo.

La Bibbia tace su Melchisedec fino a quando, secoli dopo, re Davide profetizzò riguardo al futuro Messia facendo riferimento proprio al misterioso Melchisedec…

Il Messia, Re e Sacerdote

Nel Salmo 110, uno dei principali salmi messianici e il più citato nel Nuovo Testamento, re Davide inizia dichiarando che questo futuro re riceverà un onore, un potere e un’autorità maggiori di qualsiasi re umano prima di lui. Ma non è tutto, perché Davide ci presenta il futuro Messia come un Re santo e un Sacerdote regale:

Il SIGNORE ha giurato e non si pentirà: «Tu sei Sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec». (Salmo 110:4)

Che un re potesse essere anche sacerdote non era di per sé una novità. I re davidici svolgevano funzioni “sacerdotali” come guidare il culto, guidare la preghiera comunitaria e offrire sacrifici in occasioni speciali al di fuori della tradizione levitica. Tuttavia, questo versetto va oltre, collegando la dinastia davidica direttamente con la dinastia dei re-sacerdoti che governavano da Gerusalemme già ai tempi di Abramo.

E questo ci porta al prossimo passo nel quale viene citato Melchisedec: la lettera agli Ebrei nel Nuovo Testamento. Partendo proprio da Genesi 14 e dal Salmo 110, la lettera agli Ebrei ci presenta Melchisedec come una prefigurazione profetica di Cristo, che è diventato per noi “sommo sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec (Ebrei 6:20).

Lo scopo della lettera agli Ebrei è proprio di mostrare che Gesù è di fatto l’unico sacerdote ordinato da Dio del quale ogni credente ha bisogno, come unico mediatore del nuovo patto tra Dio e gli uomini. Per noi oggi è difficile comprendere l’importanza del ruolo che i sacerdoti avevano per il popolo ebraico, ma sulla base di quanto insegnato nella legge dell’Antico Testamento, il popolo d’Israele viveva nella ferma convinzione che un sacerdote fosse assolutamente necessario come intermediario o intercessore tra l’uomo e Dio.

Tale figura era necessaria a causa della santità di Dio. Santità significa che Dio è totalmente separato dall’uomo peccatore e, in un certo senso, inavvicinabile. Per questo motivo, Dio ha stabilito che alcuni uomini, ritualmente purificati e accuratamente scelti per essere sacerdoti, si avvicinassero a Dio a nome del popolo.

Quando Dio stabilì la sua alleanza con gli ebrei al Sinai, scelse la famiglia di Aronne e la tribù di Aronne, i Leviti, affinché svolgessero il ruolo di sacerdoti. Uno dei loro compiti consisteva nell’offrire un sacrificio animale a Dio nel giorno delle espiazioni per il perdono dei peccati del popolo. Il sistema mosaico non è però mai stato concepito come la soluzione definitiva al peccato, ma solo come un’esperienza temporanea che sarebbe stata sostituita dal futuro sacrificio definitivo del Messia.

Per dimostrare che Gesù Cristo è l’unico mediatore e intercessore di cui abbiamo bisogno, il capitolo 7 di Ebrei presenta i numerosi parallelismi tra Gesù e Melchisedec. Dapprima leggiamo che Melchisedec era, “traducendo il suo nome, Re di giustizia” (Ebrei 7:2). Gesù Cristo è però il vero re di giustizia che ha vissuto la vita perfetta che nessun essere umano avrebbe potuto vivere e perché ha acquistato la giustizia per noi sulla croce.

Melchisedec era anche “re di Salem, vale a dire Re di pace” (Ebrei 7:2), dato che Salem significa pace. Gesù Cristo è però il vero Re di pace, venuto sulla terra per portare la pace per mezzo della sua morte e della sua risurrezione.

Melchisedec è inoltre descritto come “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita, simile quindi al Figlio di Dio” (Ebrei 7:3), semplicemente per indicare il fatto che la sua misteriosa apparizione gli concede un nonsoché di “eterno”. Gesù Cristo è invece veramente l’eterno Figlio di Dio, senza inizio né fine, eternamente uno con il Padre e lo Spirito Santo, rendendo il suo sacerdozio universale ed eterno.

Anche se all’epoca non era evidente per Abramo, il misterioso sacerdozio di Melchisedec era una prefigurazione del sacerdozio eterno di Gesù Cristo, che ci dona grazia e misericordia sulla base del suo sacrificio per i nostri peccati. La conclusione di tutto questo discorso è, come leggiamo in Ebrei 8:1, che in Cristo “abbiamo un sommo sacerdote tale che si è seduto alla destra del trono della Maestà nei cieli”.

E questo per noi significa che Gesù Cristo è l’unico e perfetto mediatore tra noi e Dio perché è in grado di “simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (Ebrei 4:15).

Il Messia ci invita a tavola

C’è un ultimo dettaglio della storia di Genesi 14 che vorrei che consideraste: Melchisedec “fece portare del pane e del vino” ad Abramo. In tutto l’Antico Testamento, i patti venivano celebrati e consacrati con i pasti. Così, anche questo atto da parte di Melchisedec fu più di un semplice gesto umanitario nei confronti di Abramo.

Ad Abramo non mancava certo il cibo, ciò che gli mancava era la giustizia. Così, Melchisedec, il “re di giustizia”, nella posizione di giusto mediatore, benedì Abramo da parte del “Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra”. Lo stesso Abramo che nel capitolo successivo avrebbe ricevuto il dono della giustizia per la sua fede nelle promesse di Dio.

Riprendendo questo schema, quando Gesù spezzò il pane e bevve il vino con i discepoli la notte prima della sua crocifissione, trasformò l’ultima Pasqua in quella che fu la prima cena del Signore per ricordare il nuovo patto che stava per inaugurare:

Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver pronunciato la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati». (Matteo 26:26-28)

Così come il pane e il vino che Melchisedec diede ad Abramo furono un segno della benedizione che Abramo ricevette, il pane e il vino che Gesù condivise con i suoi discepoli furono segni di una realtà ben più grande: la morte di Gesù Cristo, il figlio di Dio crocifisso per noi.

Così come Melchisedec si avvicinò ad Abramo e gli offrì pane e vino, anche Gesù si avvicina a noi e ci offre pane e vino. Gesù ci invita a mangiare a questa tavola per ricordare che esiste un patto migliore, mediato da un sacerdote migliore, un sacerdote che sarà sacerdote per sempre.

Gesù ti invita oggi dicendoti: “Voglio che tu sia in comunione con me”. Se credi in Gesù Cristo, se hai riposto la tua fiducia nel grande sommo sacerdote del Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra, ti incoraggio a partecipare alla cena del Signore e a permettere che questo sia un momento in cui anche tu, come fece Abramo con Melchisedec, ti avvicini a Gesù per ricevere la sua benedizione.

Amen

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