Il discepolo, in bilico tra sacrificio e misericordia

24 Ottobre 2021

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Daniele Scarabel

Daniele Scarabel

Pastore

Poi Gesù, partito di là, passando, vide un uomo chiamato Matteo, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì. Mentre Gesù era a tavola in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?» Ma Gesù, avendoli uditi, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Ora andate e imparate che cosa significhi: “Voglio misericordia e non sacrificio”; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori». (Matteo 9:9-13)

Se qualcuno ti chiedesse se sei una persona religiosa, cosa risponderesti? Non è così semplice dare una risposta corretta. Dipende anche da chi te lo chiede. Io probabilmente risponderei con un bel “sì, ma…” e sarei costretto a dare ulteriori spiegazioni.

Sostanzialmente ogni credente dovrebbe essere religioso, perché il termine indica semplicemente l’impegno e la devozione con cui una persona mette in pratica la sua fede in Dio nella vita quotidiana. Il problema sorge quando la pratica della religione diventa fine a sé stessa, quando la vita cristiana diventa una routine e non più spinta da una intima relazione con Dio.

A quel punto la religiosità diventa, come la descrive molto bene Simone Monaco nel suo libro, “il tentativo di soddisfare i propri bisogni emotivi attraverso elementi della fede cristiana, ma non attraverso Cristo stesso” (La religiosità nella Chiesa).

Preparandomi sul brano di oggi, mi sono reso conto che anche il significato la frase “voglio misericordia e non sacrificio” non è così scontato. Sacrificio e misericordia sono due opposti che si escludono o due aspetti che si completano? Come vedremo oggi, la sfida per ogni discepolo sta nel trovare un sano equilibrio tra sacrificio e misericordia.

Chiamati a seguire Gesù

Poi Gesù, partito di là, passando, vide un uomo chiamato Matteo, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì. (Matteo 9:9)

Per la prima volta in questo vangelo, Matteo, l’autore stesso del vangelo, fa la sua apparizione. Lo stesso Matteo descrive, senza tralasciare scomodi particolari, la storia della sua chiamata come uno dei dodici apostoli, che avvenne quando Gesù fu “partito di là”. Di là dove?

Gesù stava per lasciare la regione di Capernaum dopo aver guarito un paralitico che era stato portato dai suoi amici affinché Gesù lo guarisse. In quell’occasione Gesù dimostrò di avere l’autorità di perdonare i peccati, ordinando al paralitico di alzarsi (Matteo 9:6). E cosa fece poi? Iniziò a chiamare altri peccatori a seguirlo!

Fu così che incontrò Matteo, anche chiamato Levi, seduto al suo banco delle imposte. Matteo era probabilmente una delle ultime persone che si sarebbe aspettato di essere chiamato da Gesù a seguirlo. Era un pubblicano, un esattore delle imposte, che erano tra le persone più detestate dalla società. Da ebreo lavorava per i romani contro la sua stessa gente e probabilmente rubava alla sua stessa gente per riempirsi le tasche.

Matteo fu forse il discepolo che dovette rinunciare a più cose rispetto a tutti gli altri. Mentre ad esempio Andrea, Pietro, Giacomo e Giovanni avrebbero facilmente potuto tornare alla loro vecchia professione come pescatori, Matteo perse tutte le sue ricchezze e nessuno lo avrebbe probabilmente più assunto. Insomma, seguire Gesù fu per Matteo un vero e proprio sacrificio.

Potremmo dire che Matteo era religioso, perché ha seguito Gesù con profondo impegno e devozione, ma lo fece partendo da una intima relazione con Gesù e dalla profonda consapevolezza di essere amato da Dio e di aver ricevuto il perdono per i suoi peccati.

Alla fine del suo vangelo, Matteo ci racconta ciò che Gesù fece e disse una sera nella stanza al piano superiore di una casa a Gerusalemme. Gesù prese il pane e disse che quello era il suo corpo che lui avrebbe sacrificato per la loro salvezza. Poi ci dice che Gesù prese un calice di vino e lo offrì a ciascuno dei discepoli (compreso Matteo) dicendo:

Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati. (Matteo 26:27b-28)

Quando Matteo prese il calice e bevve il vino, lo fece nella piena consapevolezza di essere un peccatore che aveva bisogno del perdono di Gesù. Deve aver sperimentato un forte senso di gratitudine quella sera, mentre si trovava con Gesù e gli altri apostoli.

Come cristiani, possiamo dunque definirci religiosi? Sì, se la nostra devozione parte dalla consapevolezza che Gesù ha già fatto tutto per noi, per renderci degni di seguirlo. Anzi, Matteo fu poi molto religioso, perché lasciò il banco delle imposte al quale sedeva e seguì Gesù. Non c’era modo di tornare indietro per Matteo. Il vangelo di Luca ci dice che lasciò ogni cosa (Luca 5:28). Lasciò un lavoro comodo che lo rendeva ricco, ma lasciò alle sue spalle anche una vita piena di peccato e di furti. Lasciò tutto questo e altro per seguire Gesù.

Gesù ti chiama così come sei, ma non ti lascia così come sei. Non ti chiama per rimanere dove sei. Ti chiama mentre sei ancora nel tuo peccato (Romani 5:8), ma ti chiama anche fuori dal tuo peccato. Ti chiama a seguirlo. Ti chiama ad essere suo discepolo, a camminare come lui ha camminato e a vivere come lui ha vissuto. Come leggiamo in Efesini 4:  

Avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; a essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità. (Efesini 4:22-24)

Percepisci l’amore con cui Gesù continua a chiamarti a seguirlo ogni singolo giorno quando ti alzi il mattino? C’è qualcosa che dovresti abbandonare per poterlo seguire meglio? In questo senso la semplice esortazione “seguimi” è un invito al discepolato che comporta anche dei sacrifici. Se nessuno, forse nemmeno io stesso, si accorge che sto seguendo Gesù, allora c’è qualcosa che non va. Per quanto mi riguarda devo sempre di nuovo ogni giorno decidermi di rispondere alla chiamata di Gesù che mi dice “seguimi”. Ma come posso riuscirci?

A tavola con Gesù

Mentre Gesù era a tavola in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?» (Matteo 9:10-11)

Dopo che Matteo lasciò tutto per seguire Gesù, invitò Gesù a casa sua e anche tanti altri suoi amici. Fu così che altri pubblicani e “peccatori” vennero e mangiarono con Gesù e i suoi discepoli. Gesù era alla costante ricerca di persone che desideravano essere trasformate. Gesù aveva appena chiamato un pubblicano a un nuovo stile di vita e subito Matteo ha ricercato la comunione con Gesù, invitando pure altri a conoscere Gesù.

È così che dovrebbero andare le cose! Gesù trasforma la vita delle persone che lui chiama e coloro che sono cambiati invitano altri a seguire Gesù! Lode a Dio! Ma no, i farisei non erano d’accordo. Avevano un problema con Gesù. Pensavano tra di loro: “Come osa quest’uomo frequentare persone che dovrebbe disprezzare e dalle quali dovrebbe stare lontano? Queste persone sono malvagie e impure! Chi si crede di essere?”.

I farisei avrebbero potuto unirsi a tavola e godere anch’essi dell’intima comunione con Gesù, preferirono invece mostrare la loro devozione dichiarandosi scandalizzati per il fatto che Gesù scelse di avere comunione con dei noti peccatori.

Da una parte abbiamo Matteo che si comportò da persona religiosa in modo positivo e dall’altra parte abbiamo i farisei si comportarono anche da persone religiose, ma in modo negativo. Matteo era interessato alla potenza di Gesù che trasforma le vite di chi lo seguono, i farisei tenevano invece più all’apparenza che a un’intima relazione con Dio.

Se la nostra religiosità non parte da un’intima relazione con Dio e dallo sperimentare come Dio agisce nelle nostre vite tramite lo Spirito Santo che ci trasforma, anche noi corriamo il rischio di trasformarci da discepoli che seguono Gesù in persone religiose, ma ipocrite.

Capite ora perché sono riluttante a definirmi religioso? È perché mi rendo conto che è troppo facile indossare la maschera della religiosità, mostrandomi esteriormente devoto a Dio, invece di ammettere il mio reale bisogno di stare in comunione con Gesù e di ricevere il suo perdono e la sua forza per affrontare le mie sfide quotidiane.

Vi faccio un esempio concreto. Quante volte veniamo in chiesa osservando le altre famiglie o le altre coppie e pensiamo: “Ecco, loro non hanno tutti i problemi che ho io, guarda come sono felici e come sorridono. Il loro matrimonio è perfetto, mente il mio è una catastrofe”. Il problema è che molto probabilmente gli altri pensano la stessa cosa osservando te.

Senza rendercene conto, ogni volta che non osiamo mostrarci vulnerabili e bisognosi dell’amore e della vicinanza di Gesù, stiamo al gioco della religiosità. E qui mi chiedo: non abbiamo forse una parte di colpa quando ci mostriamo più religiosi di quanto il nostro reale livello di intimità con Gesù lo permetterebbe? Non dovremmo forse desiderare per noi stessi e per gli altri di poter stare alla presenza di Gesù senza il bisogno di mostrarci più forti di quello che siamo? Non stiamo impedendo, con il nostro atteggiamento, a noi stessi e ad altri che ne avrebbero bisogno, di godere dell’agire dello Spirito Santo nella nostra vita?

Il passaggio dall’essere discepoli che seguono Gesù e che si godono l’intima comunione con il Salvatore, invitando anche altri peccatori a stare con lui, all’essere un gruppo di farisei legalisticamente religiosi e frustrati è più facile di quanto possa sembrare.

Da che parte pensi di stare? Perché pensi che a volte sia così difficile ammettere come stiamo veramente e ammettere che abbiamo un gran bisogno di stare a tavola con Gesù?

Gesù è il medico che è venuto a curarci

Ma Gesù, avendoli uditi, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Ora andate e imparate che cosa significhi: “Voglio misericordia e non sacrificio”; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori». (Matteo 9:12-13)

Gesù è il medico venuto a curare le ferite spirituali di Israele e del mondo intero, proprio come dichiarato dal profeta Isaia, secondo il quale il Messia sarebbe venuto per “fasciare quelli che hanno il cuore spezzato” (Isaia 61:1).

Le parole di Gesù sono chiare: dichiara che i pubblicani e i peccatori sono i malati che hanno bisogno di un medico, che avevano bisogno di guarigione spirituale. Fin qui era d’accordo con i farisei. Ma chi sono i sani? I farisei si ritenevano sani, ma c’è forse un sol uomo al mondo che può affermare di sé stesso di essere senza peccato e di essere dunque spiritualmente sano?

Per questo Gesù li ha sfidati ed esortati, invitandoli ad approfondire quanto scritto dal profeta Osea: “Voglio misericordia e non sacrificio” (Osea 6:6). Ai tempi di Osea, il popolo di Dio era ancora bravo a portare il sacrificio (Osea 5:6), ma aveva abbandonato la misericordia, e aveva abbandonato la misericordia perché aveva rinunciato alla conoscenza di Dio e alla verità (Osea 4:1).

Dio preferisce avere cuori giusti, pieni di verità e misericordia, piuttosto che il sacrificio fatto in perfetta coerenza con la legge.

Dio aveva detto per secoli che voleva una vera devozione, non false formalità. Dio desidera discepoli fedeli e non persone religiose che fingono di servirlo. Questo concetto viene ulteriormente sottolineato con le parole: “poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori”.

Sì, il sacrificio è importante. L’obbedienza ai comandi di Dio è importante. Ma se non lo fai con amore e misericordia nel tuo cuore, non lo stai facendo bene. Dio non vuole misericordia al posto del sacrificio e dell’obbedienza. Piuttosto vuole la misericordia insieme al sacrificio e all’obbedienza.

L’ironia della situazione è che anche i farisei avevano disperatamente bisogno di Gesù. Erano tanto cattivi quanto i pubblicani e i peccatori, ma non ne erano consapevoli. Gesù sta chiamando i peccatori a seguirlo e anche noi dovremmo farlo. Gesù non sta chiamando a sé persone che hanno capito tutto. Non sta chiamando persone perfette. Non sta chiamando persone che sono giuste grazie ai loro sforzi. Sta chiamando i peccatori!

Gesù non sta cercando di abolire la giusta religiosità, la vera devozione a Gesù e il desiderio di fare la sua volontà, per sostituirla alla misericordia. Gesù vuole guarire chi lo segue, Gesù vuole che viviamo in modo giusto la nostra vita. Per questo dobbiamo stare attenti e aiutarci l’un l’altro a trovare un sano equilibrio tra sacrificio e misericordia.

La sfida sta nel fare la volontà di Dio, aiutando anche gli altri a praticarla, senza compromessi, restando allo stesso tempo misericordiosi gli uni verso gli altri, perché siamo tutti insieme in cammino verso lo stesso traguardo, seguendo Gesù verso la vita eterna.

Vorrei invitarti a cogliere la sfida questa settimana.

Non scendere a compromessi quando si tratta di seguire Gesù. Matteo ha abbandonato ogni cosa e anche noi dovremmo avere la stessa attitudine quando seguiamo Gesù. A volte siamo tentati di seguire Gesù senza dargli tutto. Non trattenere nulla! Mettiti totalmente in gioco quando si tratta di seguire Gesù.

Accompagna altri peccatori e indirizzali verso Gesù. Gesù ha espresso molto chiaramente per chi è venuto: per i peccatori, per coloro che sono malati. Come disse il pastore Timothy Keller:

Le chiese dovrebbero assomigliare di più alla sala d’attesa di un medico e meno alla sala d’attesa per un colloquio di lavoro. In quest’ultimo cerchiamo tutti di apparire il più competenti e impressionanti possibile. Le debolezze sono sepolte e nascoste. Ma nella sala d’attesa di un medico si presume invece che tutti siano malati e abbiano bisogno di aiuto.

Come potresti contribuire affinché ciò avvenga? La mia preghiera è che la nostra chiesa si riempia di persone che una volta erano i peggiori peccatori, ma che ora sono i più devoti discepoli di Gesù Cristo. In questo senso vogliamo essere religiosi, senza bisogno di nascondere i nostri fallimenti e le nostre debolezze, ma nella piena consapevolezza che stiamo tutti seguendo Gesù, che ancora oggi trasforma le vite di coloro che lo seguono.

Amen

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