Riconoscere il giorno del Signore

29 Marzo 2026

Daniele Scarabel

Daniele Scarabel

Pastore

Dopo aver ascoltato Amos e Osea, profeti che parlavano al regno del nord, a Israele, denunciando l’ingiustizia e chiamando il popolo a tornare a Dio… oggi ci spostiamo verso sud, a Giuda.

Entriamo nel libro di Gioele, un profeta che probabilmente ha parlato tra il IX e l’VIII secolo avanti Cristo, in un tempo segnato da una crisi profonda. Una devastante invasione di cavallette aveva distrutto tutto: raccolti, vino, speranza. Il paese era in ginocchio.

Non sappiamo molto della persona di Gioele. Non ci vengono dati tanti dettagli su di lui. Ma forse è proprio questo il punto: non è il profeta al centro… è la voce di Dio che parla attraverso di lui. E quello che Dio fa, attraverso Gioele, è molto chiaro. È come se dicesse: “Quello che sta succedendo fuori… ha a che fare con quello che sta succedendo dentro.”

Ed è proprio questa la domanda che vogliamo affrontare oggi insieme. Perché anche noi viviamo momenti così. Momenti in cui qualcosa si rompe, qualcosa cambia, qualcosa ci scuote. Situazioni che non avevamo previsto, che non controlliamo.

E la domanda è: come le leggiamo? Solo come problemi… o come momenti in cui Dio ci sta parlando? Per questo il messaggio di oggi è semplice, ma molto serio: Quando Dio ci visita, lo riconosciamo?

Dio scuote le nostre false sicurezze

Il libro inizia in un modo molto forte:

Parola del Signore rivolta a Gioele, figlio di Petuel. Ascoltate questo, o vecchi! Porgete orecchio, voi tutti abitanti del paese! (Gioele 1:1-2)

È come se Dio dicesse: fermatevi un momento e guardate bene quello che sta succedendo.
Perché il problema non è solo quello che è accaduto, ovvero le cavallette che hanno distrutto tutto… ma il fatto che rischiavano di non capirne il significato.

Dio descrive questa invasione di cavallette in modo impressionante: una distruzione totale, senza scampo. Quello che una lascia, l’altra divora. Tutto viene portato via. A un certo punto Gioele dice:

La campagna è devastata, la terra piange… La gioia è scomparsa tra i figli degli uomini. (Gioele 1:10–12)

È come se fosse stato tolto tutto ciò che dava stabilità e sicurezza al popolo: il cibo, il vino, il lavoro… Ma non si trattava solo del danno economico, perché Gioele non scrive solo del raccolto che è venuto a mancare… bensì anche della gioia che è scomparsa.

E qui iniziamo a capire che Dio non sta solo descrivendo una tragedia, ma sta rivelando quanto facilmente le nostre sicurezze possono crollare. Per Israele, la terra era benedizione, era segno della presenza di Dio. E ora quella terra è vuota. Invece di festeggiare il raccolto, non rimane che la desolazione.

E allora la domanda diventa inevitabile: su cosa si stava appoggiando davvero il loro cuore?

E questa è una domanda che arriva anche a noi. Perché anche noi abbiamo le nostre “sicurezze”: cose buone, spesso legittime, ma che senza accorgercene diventano il nostro punto di appoggio.

Pensa a qualcuno che ha costruito la propria stabilità su una routine: lavoro, famiglia, salute, equilibrio. Tutto tiene, finché un giorno arriva qualcosa — una diagnosi, una perdita, una delusione — e non crolla solo quella cosa. Crolla il senso della vita stessa. E in quel momento si capisce che il suo cuore si era appoggiato lì, non su Dio. Non per cattiveria, ma per abitudine.

Chiediti: se perdessi quella cosa — quella situazione, quella persona, quella certezza — rimarrebbe ancora qualcosa su cui stare in piedi?

È la stessa domanda che Gioele mette davanti al popolo. Non per accusare… ma per far emergere quello che spesso resta nascosto. Quando tutto va bene, non ci accorgiamo sempre di dove si appoggia davvero il nostro cuore.

Ma quando qualcosa viene meno, viene fuori. E in quei momenti è facile sentirsi smarriti, feriti, persino confusi davanti a Dio. Ed è quella stessa sensazione che il salmista esprime così: “Fino a quando, o Signore, mi dimenticherai? Sarà forse per sempre?” (Salmo 13:1). È la preghiera di chi non capisce, di chi soffre, di chi non vede.

Ma anche in quei momenti Dio non è assente. Non si allontana. Si avvicina. E a volte usa proprio quei momenti — non perché goda nel farci soffrire — ma perché ci ama troppo per lasciarci vivere senza di Lui.

In quei momenti possiamo reagire in tanti modi: cercare di controllare, riempire il silenzio, distrarci… oppure fermarci e ascoltare. È interessante che Gioele non dice subito: “Ecco cosa dovete fare.” Prima dice: guardate, prendete coscienza: “Svegliatevi… e piangete!” (1:5).

Ovvero: uscite da quel torpore spirituale in cui non vi rendete conto di cosa sta succedendo davvero.

E poi Gioele si rivolge direttamente ai sacerdoti, ai responsabili del popolo:

Vestitevi di sacco e piangete… Proclamate un digiuno, convocate una solenne assemblea! Riunite gli anziani e tutti gli abitanti del paese nella casa del Signore, del vostro Dio, e gridate al Signore! (Gioele 1:13-14)

La risposta che chiede non è solo personale, è comunitaria. È il popolo che si raduna, che si ferma insieme, che riconosce insieme la propria condizione davanti a Dio.

E spesso, se siamo sinceri, sono proprio quei momenti che ci hanno fatto fermare davvero, pregare sul serio, tornare a Dio con il cuore.

Fermarsi non significa avere risposte. Significa smettere di fuggire dalla domanda. Ed è esattamente quello che vediamo accadere — o mancare — nella Domenica delle Palme.

Gesù entra a Gerusalemme. La folla canta, acclama, celebra. Eppure, proprio in quel momento, Gesù si ferma… e piange sulla città. Non perché manca l’entusiasmo, ma perché manca la comprensione di ciò che stava per succedere.

E dice: “Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace!” (Luca 19:42). E poi conclude con una parola che fa male: “Perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata” (Luca 19:44).

Questo ci fa capire che è possibile vivere un momento spirituale forte… ed essere presenti, ma non davvero svegli.

E qui vediamo che il messaggio di Gioele è attuale anche per noi: Dio può scuotere la nostra vita, permettere momenti che ci disorientano… non per allontanarsi da noi, ma per risvegliarci. La vera domanda non è: “Perché sta succedendo questo?” La vera domanda è: “Dio, cosa mi stai mostrando? Dove mi stai chiamando?”

Se siamo sinceri, tutti possiamo riconoscere momenti in cui qualcosa ha ceduto. E lì si apre una possibilità: indurire il cuore… oppure lasciarsi svegliare.

Dio avverte: il giorno del Signore si avvicina

Ed è qui che Gioele introduce qualcosa di più grande:

Ahi, che giorno! Poiché il giorno del SIGNORE è vicino, e verrà come una devastazione mandata dall’Onnipotente. (Gioele 1:15)

E qui cambia tutto. Perché quello che stanno vivendo non è solo una crisi… è un avvertimento.

Gioele introduce un tema molto importante: ilgiorno del Signore, ovvero il momento in cui Dio interviene direttamente nella storia, entra, agisce e mette in luce ciò che è vero.

Il “giorno del Signore” è un giorno di giudizio, perché Dio prende sul serio il male, ma è anche un giorno di rivelazione, perché chiama il suo popolo a tornare a Lui. E quello che stanno vedendo — la devastazione, la perdita, il crollo — non è solo una tragedia. È un segno. Dio sta usando la crisi presente per indicare qualcosa di più grande che si avvicina.

Quello che Gioele aveva annunciato come vicino, ora lo descrive:

Suonate la tromba a Sion! Date l’allarme sul mio monte santo! Tremino tutti gli abitanti del paese, perché il giorno del Signore viene, è vicino! (Gioele 2:1)

Gioele usa l’immagine della tromba perché quello che sta arrivando non lascia tempo per riflettere con calma. E il pericolo che Gioele vede non è che la gente non sappia — è che sappia, e rimandi. Che ascolti il suono della tromba… e si rigiri dall’altra parte.

Perché è molto più comodo dire: “Sì, prima o poi… ci penserò.” Ma il testo non lascia spazio a questo. Gioele è chiaro: “Il giorno del SIGNORE è vicino”. Non è una minaccia lontana, è una parola che ci riguarda adesso.

E poi descrive questo giorno in modo molto forte: oscurità, tenebre, un popolo numeroso e potente che avanza, un esercito ordinato e inarrestabile. Nulla lo ferma. È un’immagine che riprende quella delle cavallette, ma va oltre: non sta più parlando solo di quello che è successo, ma di quello che viene. Questo è il giorno del Signore che si avvicina, non più solo annunciato… ma descritto nei suoi effetti.

E davanti a questo, tutto trema: la terra, i cieli, il sole, la luna. Qui il testo ci porta a una verità che spesso evitiamo: Dio non è indifferente. Il male non gli è uguale, il peccato non è qualcosa che Lui ignora. E questo ci mette a disagio, se siamo onesti. Perché vorremmo un Dio che consola, ma senza disturbare troppo; che incoraggia, ma senza mettere in discussione.

Ma il Dio della Bibbia è anche un Dio che avverte, non per schiacciarci, ma per svegliarci prima che sia troppo tardi.

La Parola di oggi ci invita a non rimandare. Forse per qualcuno questo significa fermarsi questa settimana a pregare davvero, non di fretta. Per qualcun altro significa tornare a una conversazione con Dio che è rimasta in sospeso da troppo tempo.

Ma il testo non si ferma qui. Ci porta ancora più avanti, verso il suo punto più alto.

Dio si avvicina: chi potrà sostenerlo?

Dopo aver descritto l’avanzare di questo esercito, Gioele allarga lo sguardo, perché non è solo l’esercito nemico che si sta avvicinando, è Dio stesso:

Il Signore fa sentire la sua voce davanti al suo esercito… (Gioele 2:11)

Questo è il punto. Non sono solo eventi, non è solo una crisi, non è solo un esercito. È Dio che parla. È Dio che si manifesta. È Dio che entra in scena.

E davanti a questo, Gioele lascia una domanda aperta, che anche noi non possiamo evitare:

Il giorno del Signore è grande, davvero terribile! Chi potrà sopportarlo? (Gioele 2:11)

Questa è una domanda molto personale. Chi può stare in piedi davanti a Dio quando Lui si avvicina davvero? Quando il Dio santo si avvicina a noi e non ci sono più scuse, più maschere o nascondigli che tengano?

E qui il testo non dà subito una risposta. Si ferma. Ci lascia in tensione. Perché prima della risposta… c’è bisogno di riconoscere la realtà: Dio non è lontano, Dio non è neutrale, Dio si avvicina.

Anche nella Domenica delle Palme Dio si avvicina, in modo concreto, in Gesù. Entra nella città, si lascia vedere, si lascia incontrare. Eppure, come abbiamo visto, non viene riconosciuto davvero.

Perché quando arriviamo alla Settimana Santa vediamo qualcosa di sorprendente: il giorno del Signore non arriva solo come giudizio sull’uomo, arriva come giudizio che cade su Cristo. Gesù entra a Gerusalemme sapendo esattamente dove sta andando, non verso il successo ma verso la croce. E sulla croce succede qualcosa di unico: il giudizio di Dio sul peccato non viene ignorato, viene preso su di Lui.

E allora quella domanda — “Chi potrà sopportarlo?” — trova una risposta. Non noi. Ma Cristo sì. Lui ha sostenuto ciò che noi non avremmo mai potuto sostenere. E questo cambia tutto, perché allora l’avvertimento di Dio non è più una minaccia lontana, ma un invito urgente a tornare a Lui. È Dio che dice: “Non aspettare. Torna a me adesso”.

È come se Dio si fosse avvicinato… e ora stesse aspettando una risposta.

Conclusione

Abbiamo visto che Dio scuote, Dio avverte, Dio si avvicina. Non resta distante, non resta in silenzio, ma entra nella storia… e nella nostra vita. E la domanda che resta non è teorica, è personale: cosa facciamo quando Dio si avvicina così?

Ed è una domanda che voglio farti personalmente. Non in generale, non per “gli altri”, ma per noi. Dove Dio sta parlando al tuo cuore? Cosa sta mettendo in luce? C’è qualcosa che ha ceduto, qualcosa che hai cercato di controllare, di coprire, di ignorare?

Forse proprio lì Dio non si è allontanato… si è avvicinato. E oggi non ti chiede di sistemare tutto, ma di riconoscere la sua voce, di non restare indifferente, di non rimanere addormentato.

E Dio parla anche a noi come comunità: siamo una comunità che si lascia svegliare? Siamo una comunità che ascolta quando Dio parla, anche quando ci scuote?

Lasciamo che Dio ci mostri dove ci sta chiamando. Dio si è avvicinato. Sta parlando. E in Cristo ci dice: non indurire il cuore. Non ignorare la mia voce.

La risposta piena la sentiremo venerdì.

Ma oggi la domanda è già qui, davanti a noi: quando Dio ci visita, lo riconosciamo?

Amen

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