Il successo come alibi spirituale

15 Febbraio 2026

Daniele Scarabel

Daniele Scarabel

Pastore

Se ti chiedessi: “Come va… nella tua relazione con Dio?”, cosa risponderesti?

Da cosa capisci che va tutto bene davanti a Dio? Molto spesso da una cosa sola: se le cose funzionano. Finché le cose vanno avanti, finché non ci sono grossi problemi e tutto sembra andare bene, ci viene naturale pensare che vada tutto bene anche davanti a Dio.

Quando la nostra vita procede bene, siamo tranquilli e non sentiamo il bisogno di fermarci. Senza accorgercene, il fatto che le cose vadano bene diventa la prova che siamo a posto… anche davanti a Dio.

Il profeta Osea parla a un popolo che non si sente in colpa e che può dire con tranquillità: “In tutto ciò che ho fatto, non c’è nulla di sbagliato”. Ed è proprio a persone così, che pensano che tutto vada bene, che Dio rivolge un invito sorprendente: “Torna al tuo Dio”. Non perché tutto stia andando male, ma perché qualcosa dentro si è spostato.

Leggiamo ora insieme il testo di oggi da Osea 12:

Il Signore è Dio degli eserciti; il suo nome è il Signore. Tu, dunque, torna al tuo Dio, pratica la misericordia e la giustizia, e spera sempre nel tuo Dio. Efraim è un Cananeo che tiene in mano bilance false; egli ama ingannare. Efraim dice: “È vero, io mi sono arricchito, mi sono acquistato dei beni; però in tutti i frutti delle mie fatiche non si troverà nessuna mia iniquità, niente di peccaminoso”. (Osea 12:6-9)

Quando “va tutto bene” diventa il nostro criterio

C’è una frase in questo testo che colpisce per la sua calma. Efraim dice:

“È vero, io mi sono arricchito, mi sono acquistato dei beni; però in tutti i frutti delle mie fatiche non si troverà nessuna mia iniquità, niente di peccaminoso”. (Osea 12:9)

Questa non è una frase detta con rabbia o con ribellione. È detta con tranquillità. È la frase di chi si sente a posto. E forse è proprio questo l’aspetto più pericoloso. Efraim, che in questo caso rappresenta Israele, guarda la sua vita, guarda ciò che ha costruito, guarda i risultati, e giunge alla conclusione che non c’è nulla di così grave da rimettere in discussione davanti a Dio.

Efraim sta usando ciò che funziona per dimostrare la propria innocenza. Sta dicendo, in sostanza: “Se ci fosse qualcosa che non va, lo vedrei”. Il successo diventa il modo per sentirsi a posto davanti a Dio.

Subito prima, il testo dice una cosa molto forte su Efraim: lo chiama “Cananeo”, uno che tiene in mano bilance false e ama ingannare. Ai tempi dei profeti, “Cananeo” era diventato quasi un sinonimo di mercante. Non indicava solo un popolo, ma un modo di vivere basato su commercio, guadagno e calcolo. Chiamare Israele “Cananeo” significa dire che aveva assunto quella mentalità.

Questo ci fa vedere come ragiona Efraim. Ha imparato a vivere misurando, calcolando, valutando tutto in base a quello che funziona.

Le bilance false non le tiene solo in mano, ma anche nel cuore.

E quando il cuore ragiona così, diventa facile arrivare a dire: “Non c’è nulla di sbagliato in me”.

Questo modo di ragionare attraversa tutta la Bibbia. Pensiamo al ricco stolto di cui parla Gesù, quello che guarda i suoi raccolti e dice: Anima mia, tu hai molti beni riposti per molti anni; riposati, mangia, bevi e godi” (Luca 12:19). Anche lì non c’è un peccato evidente. C’è una vita che funziona, magazzini pieni, sicurezza. Ma Gesù lo chiama stolto, non perché abbia prodotto tanto, ma perché ha tratto una conclusione sbagliata.

O pensiamo anche alla chiesa di Laodicea, alla quale Gesù si rivolge nell’Apocalisse. Dice: “Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente” (Apocalisse 3:17). Ma Gesù risponde: “Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo”. Anche lì il problema è l’illusione di essere a posto.

Ti è mai capitato di prendere una decisione in fretta, senza davvero fermarti davanti a Dio, ma che ha poi portato buoni risultati? Probabilmente sì! Le cose vanno avanti, i problemi non arrivano, anzi, tutto sembra girare meglio. A quel punto è facile dirsi: “Allora era la scelta giusta. Funziona anche così!”.

Forse lo vedi in quella decisione che devi prendere questa settimana: hai già deciso, e stai solo aspettando di “sentire pace” per sentirti tranquillo anche davanti a Dio.

Forse in quel progetto che va avanti da anni con buoni risultati, ma di cui non parli più con il Signore come all’inizio. Forse in quella relazione importante dove le cose sembrano andare bene, ma che hai smesso di affidarla davvero a Dio ogni giorno.

Il problema non è il successo, ma è quando i risultati diventano il nostro metro spirituale. Una scelta può funzionare, e allo stesso tempo non nascere dalla dipendenza da Dio. Il fatto che funzioni non significa che venga da Lui. Il problema è se il successo ci allontana dal cuore di Dio.

Ed è proprio qui che Efraim si trova: in piedi, tranquillo… ma già lontano dal cuore di Dio. Ma cosa risponde Dio a questa situazione? Non quello che potremmo aspettarci.

Dio non chiede aggiustamenti, chiede un ritorno

Dopo aver lasciato parlare Efraim, Dio prende la parola e dice: “Tu, dunque, torna al tuo Dio, pratica la misericordia e la giustizia, e spera sempre nel tuo Dio”.

La prima cosa che colpisce di questa frase è ciò che Dio non dice. Non entra nel dettaglio delle bilance false, non elenca una serie di correzioni pratiche. Dice semplicemente: “Torna”.

Dio non sta affrontando solo un comportamento sbagliato, bensì la direzione che ha preso il cuore di Efraim. Il problema non è che fa tutto male, ma che ha smesso di partire da Dio. Per questo la soluzione non è un’aggiustatina morale, ma un ritorno relazionale. Tornare significa rimettere Dio al centro come riferimento vivo, non come presenza di sfondo.

Avete notato che Dio non dice solo “torna a Dio”, ma “torna al tuo Dio”? Non è un dettaglio. Dio non sta parlando come a uno sconosciuto. Sta parlando come a un popolo con cui ha già stretto un’alleanza.

È lo stesso linguaggio che troviamo quando Dio dice: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto” (Esodo 20:2). Prima di dare dei comandamenti, Dio ricorda la relazione. Prima di chiedere qualcosa, ricorda ciò che ha fatto. Il ritorno è possibile perché la relazione non è stata cancellata.

Solo dopo Dio aggiunge: “pratica la misericordia e la giustizia”. Ma non per dire: “Fai più cose buone per rimediare”. Misericordia e giustizia non sono una lista di azioni da spuntare, ma il frutto di un cuore che è tornato a Dio. Quando il centro si rimette a posto, anche il modo di vivere con gli altri cambia.

Il punto culminante arriva con l’ultima espressione: “spera sempre nel tuo Dio”. Non ogni tanto. Non solo quando le cose vanno male. Sempre. Qui Dio tocca il nodo più profondo del problema di Efraim. La speranza non è più riposta in Lui, ma in ciò che funziona. Finché le cose vanno bene, Dio non è più il luogo della speranza, ma una presenza accessoria.

La Bibbia parla spesso di questo spostamento. C’è una differenza tra confidare nel Signore e confidare in ciò che sappiamo fare, in ciò che abbiamo imparato, in ciò che ha già funzionato. Gesù lo dice in modo molto netto: “Senza di me non potete far nulla” (Giovanni 15:5). Non significa che senza di Lui non possiamo muoverci o organizzare qualcosa, ma che nulla di ciò che conta davvero davanti a Dio può nascere senza che ci affidiamo realmente a Lui.

Tornare a Dio, allora, significa chiederci da dove stiamo partendo quando prendiamo decisioni. Possiamo avere esperienza, competenza, buone abitudini… e allo stesso tempo aver smesso di sperare davvero nel Signore.

Pensa a una scelta che hai già fatto molte volte e che ha sempre funzionato. Proprio perché ha funzionato, il rischio è di non sentire più il bisogno di fermarti davanti a Dio come all’inizio. Andiamo avanti per abitudine, per buon senso, per esperienza. E magari diciamo anche: “Signore, benedici questa mia scelta”. Ma il testo ci invita a qualcosa di diverso: a tornare a sperare nel Signore prima ancora di sapere se funzionerà.

Dio, attraverso Osea, non ci sta chiedendo di buttare via tutto, né di ripartire da zero. Ci sta chiedendo di tornare a porci nel modo giusto davanti a Lui. Di smettere di appoggiarci a ciò che funziona come base della nostra sicurezza e di tornare a sperare sempre in Lui. Perché una vita può essere ben gestita e fruttuosa, e allo stesso tempo aver perso il centro. E Dio, con molta chiarezza e molta grazia, dice: “Torna”.

Ma chi è questo Dio che ci invita a tornare? Perché dovremmo fidarci di Lui invece che dei nostri risultati?

Il Dio che ci chiede di tornare è ancora “il tuo Dio”

Prima che Dio dica a Efraim di tornare, ancora prima di parlare di misericordia, di giustizia e di speranza, il testo fa una cosa fondamentale: ci ricorda chi è Dio. “Il Signore è Dio degli eserciti; il suo nome è il Signore”. È come se Dio si presentasse di nuovo. Non perché Efraim non lo sappia, ma perché ha smesso di tenerlo davvero davanti agli occhi.

Questa frase serve a ricordare che Dio non è diventato più piccolo solo perché Efraim è diventato più sicuro di sé. Il Signore resta il Signore. Resta Dio degli eserciti. Resta Colui che governa e guida. Anche quando il cuore dell’uomo si è spostato, Dio non ha perso la sua posizione.

Ma c’è un dettaglio ancora più prezioso. Lo stesso Dio che viene presentato come il Signore sovrano è anche colui che dice: “torna al tuo Dio”. Non è un Dio distante. Non è un Dio che prende le distanze per punire. È un Dio che non rinuncia alla relazione. Anche quando Efraim si è appoggiato ad altro, Dio continua a dire: “Io sono il tuo Dio”.

E questo ci porta direttamente a Cristo. Perché tornare davvero a Dio non è così semplice. Anche quando capiamo che il nostro cuore si è spostato, facciamo fatica a tornare. Ma il Vangelo ci dice che Gesù è venuto proprio per questo. Lui è l’unico che ha vissuto una dipendenza perfetta dal Padre, in ascolto, in fiducia, in obbedienza. Non ha mai usato ciò che funzionava come motivo per smettere di dipendere da Lui.

E sulla croce ha portato anche i nostri falsi appoggi, le nostre autoassoluzioni, le nostre sicurezze sbagliate.

Cristo è morto non solo per i nostri peccati evidenti, ma anche per quel modo sottile di contare su noi stessi che ci fa dire: “Finché va tutto bene, va tutto bene”.

In Cristo, il ritorno non è più una prestazione da dimostrare, ma una grazia da accogliere.

Pensiamo a Pietro. Non solo dopo il rinnegamento, ma anche prima. Pietro era quello che camminava sulle acque, che faceva la confessione di fede, che vedeva miracoli. Eppure, Gesù gli aveva detto: “Senza di me non puoi fare nulla”. Pietro ha dovuto impararlo nel modo più doloroso.

Ma la bellezza del Vangelo è che Gesù, dopo la risurrezione, va a cercarlo. Non aspetta che Pietro si rimetta a posto, non aspetta che dimostri di essere all’altezza. Gli chiede semplicemente: “Mi ami?”. E poi gli affida di nuovo le sue pecore. Il ritorno non è una prestazione che Pietro compie, ma una grazia che riceve.

Ed è la stessa grazia che permette anche a noi di tornare oggi. Non torniamo a Dio perché finalmente abbiamo capito come si fa, ma perché Dio, in Gesù, ci viene incontro mentre siamo ancora appoggiati alle cose sbagliate.

Per questo oggi non ti sto invitando a fare di più, ma a tornare meglio. A tornare con un cuore che spera di nuovo nel Signore. Perché una vita può funzionare, e allo stesso tempo avere bisogno di tornare a Dio.

Dove oggi, proprio perché le cose funzionano, sto smettendo di tornare a Dio?

Amen

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