Quando la fede funziona senza Dio

1 Febbraio 2026

Daniele Scarabel

Daniele Scarabel

Pastore

Oggi guardiamo assieme Osea 8. Leggendo questo capitolo carico di giudizio, denuncia e amarezza, mi sono subito sentito personalmente chiamato in causa. Ha suscitato in me una certa inquietudine e mi ha portato a una domanda che scende in profondità:

Sto vivendo davanti a Dio, o sto solo vivendo per Dio?”

Questa non è una domanda per chi ha abbandonato la fede. È una domanda per noi, per chi è coinvolto nella vita della chiesa, per chi conosce il linguaggio giusto. Perché Osea non scrive a un popolo che aveva perso Dio, ma a un popolo molto religioso. Israele aveva il tempio, i sacrifici, le feste solenni. Pregava, offriva, si radunava nel nome del Signore.

Eppure, qualcosa si era rotto nel cuore, e Dio dice qualcosa di sconvolgente: la vostra fede va avanti, ma senza di me. Non perché mi abbiate rinnegato apertamente, ma perché avete imparato a funzionare senza ascoltarmi davvero. Avete costruito, deciso, scelto, offerto, ma avete smesso di dipendere.

Questa non è solo la storia di Israele. È una possibilità reale anche per noi. Si può fare molto per Dio e, senza accorgersene, aver spostato il cuore altrove.

Per questo, questa mattina, Osea 8 ci invita a fermarci. A lasciare che questa Parola ci faccia una domanda onesta. Perché solo ciò che viene portato alla luce può essere guarito.

Una fede che funziona senza ascolto

«Metti in bocca il corno! Come un’aquila, piomba il nemico sulla casa del Signore, perché hanno violato il mio patto e hanno trasgredito la mia legge. Essi grideranno a me: “Mio Dio, noi d’Israele ti conosciamo!” Israele ha rigettato il bene; il nemico lo inseguirà. Si sono costituiti dei re senza il mio ordine, si sono eletti dei prìncipi a mia insaputa; si sono fatti, con il loro argento e oro, degli idoli destinati a essere distrutti. (Osea 8:1-4)

Il capitolo si apre con un’immagine forte: l’invito a suonare il corno, a dare l’allarme. Dio sta per parlare, e quello che sta per dire riguarda il cuore del suo popolo.

E Israele risponde subito, sicuro di sé: “Mio Dio, noi ti conosciamo”. Non c’è paura in questa risposta. C’è convinzione. È il linguaggio di chi è abituato a parlare di Dio, di chi si sente a posto, di chi è certo della propria posizione spirituale.

Ma proprio qui si apre la frattura. Perché Dio risponde mostrando una realtà completamente diversa. Sì, Israele dice di conoscere Dio. Ma ha rigettato il bene. Ha preso decisioni senza di Lui. Ha stabilito re senza consultarlo. Ha costruito un intero sistema che funziona anche senza ascoltarlo.

Vedete qual è il problema? Non è che Dio sia assente dal loro linguaggio religioso. È che è stato escluso dal centro della loro vita.

Israele non ha smesso di pregare. Non ha smesso di invocare il nome del Signore. Non ha smesso di fare cose religiose. Ha semplicemente smesso di fermarsi per ascoltare davvero. Ha imparato a vivere contando sulle proprie risorse, sulle proprie alleanze.

Dio non è negato. Ma non è più determinante.

E questo ci riguarda. Perché anche noi possiamo vivere una fede ordinata, responsabile, apparentemente matura, e allo stesso tempo aver smesso di chiederci seriamente cosa il Signore desidera. Andiamo avanti nel servizio senza fermarci davvero davanti a Dio.

Succede nelle scelte di ogni giorno. Come gestiamo il tempo. Le relazioni. Il lavoro. Le priorità in famiglia. Andiamo avanti perché “si deve fare”, senza chiederci più se quello che stiamo facendo ci sta avvicinando a Dio o semplicemente ci sta tenendo occupati.

Allora le domande diventano queste: da cosa dipendono davvero le nostre scelte? Quando la preghiera arriva, arriva prima delle decisioni o solo dopo? Sto chiedendo a Dio di guidarmi, o semplicemente di accompagnarmi in ciò che ho già deciso?

Perché il problema non è l’assenza di attività spirituale. È l’assenza di ascolto. Una fede che funziona può dare l’illusione di essere una fede sana. Ma il funzionare non è un criterio spirituale. Anche Israele funzionava. Eppure, Dio dice: avete fatto tutto questo senza di me.

Osea ci smaschera nell’autosufficienza spirituale: quando non diciamo più “Signore, guidami”, ma “Signore, accompagnami”. Quando Dio diventa rassicurante, ma non più decisivo.

Vi faccio un esempio concreto. Immaginate una coppia che deve prendere una decisione importante: un cambio di lavoro che comporterebbe un trasferimento. Sono credenti, vogliono fare la cosa giusta. Così pregano insieme. Chiedono a Dio di guidarli.

Ma mentre pregano, hanno già fatto tutti i calcoli. Lo stipendio è migliore. La carriera è un’opportunità unica. La città offre più servizi per i figli. Hanno già parlato con amici che confermano: è una scelta saggia. Hanno già mentalmente organizzato il trasloco.

La preghiera c’è. Le parole sono sincere: “Signore, guidaci”. Ma cosa sta succedendo davvero? Stanno chiedendo a Dio di benedire una decisione che hanno già preso.

Non stanno ascoltando. Stanno informando. Non stanno dipendendo. Stanno procedendo.

E la cosa più inquietante? Questa coppia potrebbe non accorgersi mai di cosa è successo. Perché tutto funziona. La decisione è razionale. Le persone intorno approvano. La vita continua.

Ma Dio non è stato ascoltato. È stato solo informato.

Questo è esattamente ciò che Osea vede in Israele. Un popolo che dice “Dio, noi ti conosciamo”, ma che ha imparato a vivere senza fermarsi davvero ad ascoltare cosa Lui desidera.

E una fede che non ascolta, anche se continua a funzionare per un po’, prima o poi smette di vivere davvero.

Doni offerti, ma non desiderati

Il tuo vitello, o Samaria, è un’abominazione. La mia ira divampa contro di loro; quanto tempo passerà prima che possano essere purificati? Poiché viene da Israele anche questo vitello; un operaio l’ha fatto, e non è un dio. Infatti il vitello di Samaria sarà ridotto in frantumi. Poiché costoro seminano vento e raccoglieranno tempesta; la semenza non farà stelo, i germogli non daranno farina, e se ne facessero, gli stranieri la divorerebbero. Israele è divorato; essi sono diventati fra le nazioni come un vaso che non viene apprezzato. Poiché sono saliti in Assiria, come un asino selvatico cui piace starsene solitario; Efraim con i suoi doni si è procurato degli amanti. Benché distribuiscano i loro doni fra le nazioni, ora io li radunerò, e cominceranno a decrescere a causa del tributo al re dei prìncipi. (Osea 8:5-10)

In questi versetti Dio parla del vitello, degli altari, dei sacrifici. Tutto è profondamente religioso, fatto per il Signore. Eppure, Dio pronuncia parole durissime: “È un’abominazione”. Non perché Israele non offra nulla, ma perché offre con un cuore diviso.

Vedete, il problema non è la mancanza di attività spirituale. È la sostituzione della relazione con la prestazione. Israele moltiplica altari e sacrifici. Ma questi doni non nascono più dall’ascolto. Non nascono dalla fiducia. Nascono dal bisogno di controllo. Dal tentativo di garantirsi sicurezza. Dal desiderio di tenere insieme Dio e tutto il resto.

La religione diventa una copertura. Un modo per calmare la coscienza mentre il cuore si appoggia altrove.

Ed è qui che Dio dice qualcosa di centrale: “Poiché costoro seminano vento e raccoglieranno tempesta”.

Il senso è semplice. Quando semini ciò che non ha peso spirituale, non raccogli stabilità. Raccogli confusione. Dio sta dicendo: “Guardate dove vi ha portato ciò in cui avete confidato”. La tempesta non arriva perché Dio è crudele. Arriva perché una vita costruita sul vento non regge quando arriva la prova.

Dio usa un’immagine che colpisce: Israele è come un vaso che non viene apprezzato. Non perché sia rotto, ma perché non è disponibile nelle mani del vasaio. È pieno, curato, bello, ma non si lascia usare secondo lo scopo per cui è stato fatto.

E questo mi tocca. Perché anche noi possiamo offrire molto a Dio e, senza accorgercene, offrire i nostri doni al posto di noi stessi.

Possiamo servire per non fermarci. Fare per non ascoltare. Dare per non dipendere.

Possiamo portargli il nostro servizio, ma non la fiducia. L’impegno, ma non la vulnerabilità. Il tempo, ma non il controllo.

Allora la domanda diventa questa: c’è qualcosa che sto facendo per Dio che mi impedisce di stare davvero davanti a Dio? Un ruolo? Una responsabilità? Un dono che invece di essere un atto di fiducia è diventato una protezione?

Perché guardate il dramma di Israele. Non è che abbia smesso di adorare. È che ha smesso di appartenere a Dio con tutto il cuore. Ha mantenuto le forme, ma ha spostato la fiducia.

E Dio – che desidera relazione, non compensazione – rifiuta doni che non nascono da un cuore presente.

Questo testo non ci invita a fare meno per Dio, ma a tornare a essere con Dio. Perché solo quando il cuore è affidato a Lui, anche i doni tornano vivi e il servizio diventa frutto vero.

Quando la tempesta arriva

Efraim ha moltiplicato gli altari per peccare, e gli altari lo faranno cadere in peccato. Anche se scrivessi per lui le mie leggi a migliaia, sarebbero considerate come cosa che non lo concerne. Quanto ai sacrifici che mi offrono, immolano carne e la mangiano; il Signore non li gradisce. Ora il Signore si ricorderà della loro iniquità e punirà i loro peccati; essi ritorneranno in Egitto. Israele ha dimenticato colui che li ha fatti e ha costruito palazzi. Giuda ha moltiplicato le città fortificate; ma io manderò il fuoco nelle loro città ed esso divorerà i loro castelli». (Osea 8:11-14)

Queste sono parole di giudizio. Parole dure. Ma notate: Dio non sta giudicando la mancanza di religione. Sta giudicando una religione vuota. Non punisce perché hanno smesso di offrire. Punisce perché hanno moltiplicato altari senza cuore.

Dio annuncia che “ritorneranno in Egitto”, ovvero torneranno alla schiavitù. Non perché Dio li odia, ma perché hanno rifiutato la libertà di dipendere da Lui. Dio manderà il fuoco, perché quello che hanno costruito senza di Lui non può reggere.

E poi Dio dice qualcosa di centrale: “Israele ha dimenticato colui che li ha fatti”. Non lo hanno rinnegato. L’hanno dimenticato. E una fede che dimentica Dio, anche se mantiene le forme, non può stare in piedi.

Il giudizio qui non è Dio che ci schiaccia. È Dio che ci mostra dove porta una vita che funziona senza di Lui. E questo giudizio non arriva come un fulmine. Arriva piano. Come una stanchezza che cresce.

Come quando la preghiera comunitaria diventa un elenco di richieste, senza aspettarsi che Dio parli davvero.

O quando in famiglia si prega e si va in chiesa, ma le decisioni importanti vengono prese come le prenderebbe una famiglia non credente. Con gli stessi criteri, le stesse paure, le stesse ambizioni.

Il raccolto è una vita cristiana che ha perso vitalità. Una fede che resiste ma non trasforma. Preghiamo senza aspettarci niente. Serviamo senza gioia. Continuiamo ma sempre più stanchi.

Questo è un segnale spirituale: da tempo viviamo senza ascoltare Dio. Se lo noti, lo scopo non è schiacciarti ma farti riflettere.

La domanda è: se guardo con onestà al mio raccolto, cosa mi sta dicendo Dio su quello che sto seminando?

Il fatto stesso che Dio ci mostri questo raccolto è già grazia. Se Dio parla, se ci ferma, è perché non ha smesso di interessarsi a noi. Non lo fa per distruggere, ma per richiamare.

Una fede che funziona senza Dio non può dare vita. Ma se abbiamo seminato male, è ancora possibile ricominciare?

Potremmo pensare che la risposta sia fare di più, dipendere di più. Ma se fosse così, il peso resterebbe sulle nostre spalle.

La buona notizia è che la Bibbia non si ferma a Osea 8. E soprattutto, non si ferma a noi. C’è stato Uno che non ha mai vissuto un solo giorno senza dipendere dal Padre. Uno che non ha mai seminato vento, ma fiducia, ubbidienza, amore.

Eppure, sulla croce, ha raccolto una tempesta che non era la sua. Gesù ha preso su di sé il raccolto delle nostre scelte sbagliate. Il peso della nostra autosufficienza. Il vuoto di una fede che spesso funziona senza Dio.

Gesù è il Figlio che Israele non è stato. Ha vissuto davvero davanti a Dio, non solo per Dio. E sulla croce ha aperto una strada nuova per chi riconosce di non aver seminato bene.

Questo cambia tutto. La speranza non è che domani saremo più bravi. È che oggi possiamo tornare a Lui. Non con risultati o spiegazioni, ma così come siamo. Stanchi, fragili, ma disposti a fidarci di nuovo.

Tornare a stare davanti a Dio non significa imparare nuove tecniche. Significa rimetterci nella posizione giusta. Smettere di controllare. Tornare a fidarci.

A volte l’ascolto è un’impressione nella preghiera. A volte è la Parola che improvvisamente parla alla tua situazione. A volte è la pace che manca quando stai procedendo da solo. A volte è la voce di un fratello che conferma ciò che Dio già ti stava dicendo. Ma sempre, sempre, inizia con la disponibilità a fermarsi.

Per questo l’invito finale non è: fai di più per Dio. È molto più semplice, e molto più profondo: torna a stare davanti a Dio.

Come si torna? È più semplice di quanto pensi.

Fermati.

Ascolta.

Affidati.

Perché una fede viva non è una fede che funziona. È una fede che dipende.

E questa fede, in Cristo, è ancora possibile.

Conclusione

Facciamo qualcosa insieme, ora. Chiudiamo gli occhi.

In questo silenzio, portiamo davanti a Dio una domanda semplice:

“Signore, c’è qualcosa nella mia vita che sto facendo senza averti ascoltato? C’è una decisione che ho preso da solo? C’è un’area dove ho smesso di dipendere da te?”

Non avere fretta di rispondere. Lascia che sia Lui a parlare.

Se lo Spirito Santo ti ha mostrato qualcosa, non lasciare che questo momento passi senza risposta. Porta quella cosa davanti a Dio, nei prossimi giorni. Non con sensi di colpa, ma con fiducia.

Perché Dio non mostra per schiacciare, ma per guidare.

Amen

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